Khalil al-Hayya è un uomo doppio. Considerato un duro, il dirigente e ora leader di Hamas più vicino alla Repubblica islamica khomeinista, è anche quello che ha tenuto i rapporti con il fronte sunnita, Egitto e Turchia in primis, che ha guidato il gruppo armato palestinese nei negoziati con Israele e con gli Stati Uniti ma ha sempre difeso la strategia militare del movimento. Eppure anche al-Hayya è arrivato a un bivio, come tutta Hamas. L’incontro del Cairo con Jared Kushner mette la leadership islamista di fronte a una scelta: rinunciare alla lotta armata o avviarsi verso una infinita, e sanguinosa, guerriglia, contro le «forze di occupazione», israeliane o internazionali che siano.
Di questo al-Hayya ha discusso con il genero di Trump al Cairo, un incontro non annunciato avvenuto prima che Kushner raggiungesse Netanyahu in Israele.
I due si erano già visti nel 2025, nel faccia a faccia che ruppe il tabù americano di non avere contatti diretti con organizzazioni considerate terroristiche e che portò al cessate il fuoco di Sharm el-Sheikh. Al Cairo, Kushner e al-Hayya hanno parlato delle condizioni per reintegrare Hamas nell’arena politica solo come partito e non più come gruppo armato, secondo fonti palestinesi. L’orizzonte, e la sfida, sono le elezioni. Le prime legislative da 20 anni a questa parte si terranno a Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est a novembre. Hamas vuole partecipare, ma non alle condizioni del presidente Abu Mazen che ha fissato paletti ineludibili: rifiuto della lotta armata e adesione ai principi fondativi dell’Olp, che significa riconoscimento di Israele e degli accordi internazionali già firmati. Hussam Badran, del politburo di Hamas, sostiene che queste condizioni limitino la competizione democratica.
Il nodo è lo stesso che affligge il futuro di Gaza: Hamas è pronta a rinunciare alla lotta armata? E quale Hamas? Dentro il gruppo ci sono idee diverse. Al-Hayya ha chiesto a Kushner due cose: la fine delle uccisioni mirate condotte da Israele nella Striscia e il ritiro progressivo dell’Idf. A giudicare da com’è andato l’incontro tra Kushner e Netanyahu, sembrerebbe che non abbia ottenuto molto, nonostante lo stesso Trump abbia chiesto a Israele di non bombardare più la Striscia.
Il punto è che gli israeliani non si fidano, vedono l’intenzione di Hamas di presentarsi alle elezioni come un tentativo di infiltrare dall’interno l’Anp per cambiarne il dna politico. E sostengono che a Gaza il gruppo non voglia abbandonare le armi, ma solo spostarle sotto il controllo di un comitato tecnico palestinese facilmente controllabile.
Nella Striscia i civili palestinesi hanno esaurito anche la speranza. «Israele non si ritirerà né consentirà la ricostruzione prima del disarmo di Hamas, non vogliono il cessate il fuoco», dice Marwan, che vive in una tenda a Khan Younis. «Organizzeranno la zona verde e trasferiranno lì i civili finché non avranno finito di raccogliere le armi di Hamas, resteremo nei campi a vita o verremo evacuati con la forza». Il rischio è una guerra per bande, tra Hamas e le famiglie armate da un lato, e le forze israeliane o internazionali dall’altro. È questa la scelta che ha davanti al-Hayya il doppio, il duro che media, uomo del negoziato e difensore della strategia militare: abbracciare la politica e fare i compromessi che al tempo fece anche Arafat o insistere con le armi, magari fino al punto di non aver più nulla per cui lottare.