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Missili verso il Sud di Israele: il fronte arriva fino allo Yemen

Gli estremisti Houthi che controllano Sana’a e larga parte del Paese rivendicano gli attacchi su Eilat. L’Iran rilancia le minacce. In Libano attesa per il discorso di Nasrallah, in cerca di un equilibrio tra la solidarietà a Hamas e i timori di un conflitto aperto
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BEIRUT — La guerra tra Israele e Hamas ha attivato quella che un diplomatico occidentale con più di 20 anni di esperienza in Medio Oriente chiama la “ragnatela”: «Hezbollah in Libano - spiega -, le milizie filoiraniane in Iraq e in Siria e ora gli Houthi, nello Yemen». Sono attori con interessi nazionali diversi e sono sciiti, lontani per appartenenza religiosa dalla sunnita Hamas, ma uniti «dall’ostilità verso Israele e tutti parte di quello che l’Iran, il loro grande sponsor, chiama l’“asse della resistenza”. Più le operazioni israeliane a Gaza vanno avanti e più la loro risposta si alza di livello, insieme al rischio di un conflitto regionale».

Ieri è entrato in scena il gruppo Ansarullah, che in arabo vuole dire i “partigiani di Dio”: li abbiamo definiti a lungo i “ribelli” houthi, ma ormai sono una vera e propria giunta militare che controlla Sana’a, la capitale dello Yemen, e ampie parti del Paese, dopo una lunga e sanguinosa guerra contro la coalizione a guida saudita che …

BEIRUT — La guerra tra Israele e Hamas ha attivato quella che un diplomatico occidentale con più di 20 anni di esperienza in Medio Oriente chiama la “ragnatela”: «Hezbollah in Libano - spiega -, le milizie filoiraniane in Iraq e in Siria e ora gli Houthi, nello Yemen». Sono attori con interessi nazionali diversi e sono sciiti, lontani per appartenenza religiosa dalla sunnita Hamas, ma uniti «dall’ostilità verso Israele e tutti parte di quello che l’Iran, il loro grande sponsor, chiama l’“asse della resistenza”. Più le operazioni israeliane a Gaza vanno avanti e più la loro risposta si alza di livello, insieme al rischio di un conflitto regionale».

Ieri è entrato in scena il gruppo Ansarullah, che in arabo vuole dire i “partigiani di Dio”: li abbiamo definiti a lungo i “ribelli” houthi, ma ormai sono una vera e propria giunta militare che controlla Sana’a, la capitale dello Yemen, e ampie parti del Paese, dopo una lunga e sanguinosa guerra contro la coalizione a guida saudita che solo di recente aveva trovato una fragile tregua. Il loro slogan è: “Morte all’America, morte a Israele, maledizione agli ebrei e vittoria all’Islam”. Il portavoce si è presentato in tv in mimetica per rivendicare il lancio di missili balistici e droni verso la città israeliana di Eilat, sul Mar Rosso, ha confermato che c’era Ansarullah dietro gli attacchi di droni del 28 e, prima, del 19 ottobre, intercettati dalla marina americana. E ha promesso nuove azioni. È di fatto un’entrata in guerra, una guerra d’attrito a intensità crescente .

Le milizie filoiraniane in Siria e in Iraq dal 7 ottobre hanno colpito 16 volte le basi americane nei rispettivi Paesi, tanto da spingere il Pentagono a inviare altri 300 soldati in Medio Oriente, militari specializzati nel disinnesco di ordigni esplosivi e in comunicazioni.

La ragnatela si muove con flessibilità, alternando i fronti per spiazzare Israele e i suoi alleati e metterli sotto pressione in maniera “proporzionale” a quello che succede a Gaza, e per avere il tempo anche di costruire il consenso a una eventuale operazione militare coordinata e su più ampia scala. È un tipo di strategia che finora ha evitato il conflitto aperto ma è un equilibrio volatile, che può cambiare in qualsiasi momento: per un errore di calcolo, per un incidente imprevedibile, per l’effetto sull’opinione pubblica araba e musulmana di eventi drammatici come la strage di ieri al campo profughi di Jabalia, nella Striscia. E per il coinvolgimento di altri Paesi. La rotta di volo più diretta per qualsiasi drone o missile lanciato dallo Yemen passa sopra l’Arabia Saudita prima di sorvolare la Giordania e raggiungere Israele.

Uno dei missili sparati dagli Houthi ieri è caduto nel deserto giordano, non lontano dalla frontiera saudita. L’ipotesi inquietante è che fosse diretto contro l’impianto nucleare israeliano di Dimona, la traiettoria è compatibile. Amman è preoccupata che il conflitto possa estendersi e ha chiesto agli americani i missili Patriot per difendere il confine con la Siria e quello con l’Iraq. Per diversi giorni, la scorsa settimana, le milizie irachene filoiraniane hanno organizzato manifestazioni e sit-in al valico di Trebil, bloccando i camion di petrolio diretti in Israele. È un altro fronte che potrebbe riscaldarsi e mettere in difficoltà re Abdallah, il grande alleato Usa. In questi giorni le visite di rappresentanti di Hamas in Iraq si sono moltiplicate.

Mentre Ansarullah rivendicava il lancio di missili, il ministro degli Esteri iraniano Adbollahian ieri era a Doha, in Qatar, dove ha incontrato l’emiro e poi il leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh. Teheran ripete di non volere una escalation regionale, ma di non avere il controllo degli altri gruppi: come a dire, se qualcuno alza la posta non possiamo farci niente. «I gruppi della resistenza non rimarranno in silenzio di fronte ai crimini del regime sionista e al pieno sostegno dell’America al regime sionista», ha affermato Abdollahian.

«Non aspetteranno il consiglio di nessuno; se la situazione sfugge al controllo, nessuno sarà al riparo dalle conseguenze». Il rischio per Israele è quello di uno scontro con lanci multipli di razzi da diverse direzioni, che potrebbero sopraffarne le difese aeree, ed è il motivo per cui tutti guardano a Beirut e a quello che dirà venerdì Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah. Gli scontri tra il Partito di Dio e Israele a ridosso della Linea Blu sono cresciuti di intensità, ma senza una vera e propria escalation. Il movimento è diviso: deve mantenere la sua credibilità come avanguardia della “resistenza” a difesa dei palestinesi, ma vuole evitare un conflitto a tutto campo. Sa che i libanesi non lo vogliono, che l’opposizione è diffusa anche tra gli sciiti e il costo economico e politico sarebbe enorme. Il secondo motivo è strategico.

Dopo il conflitto del 2006, Nasrallah ammise che se avesse saputo il tenore della riposta di Israele non avrebbe dato inizio alla guerra. Da allora, il gruppo libanese ha costruito una potenza militare vera con il sostegno dell’Iran. Dispone di oltre 150mila razzi, missili anti-carro, droni, soprattutto ha centinaia di migliaia di combattenti addestrati dalla guerra civile siriana e motivati ideologicamente. Potrebbe infliggere grossi danni minacciando città come Haifa e Tel Aviv, ma rischia anche di vedere compromessa in maniera radicale la sua capacità di deterrenza. E con quale obiettivo di lungo termine? Non è chiaro. Si dice che Nasrallah abbia saputo 15 minuti prima dell’operazione del 7 ottobre.

Lo sciita Hezbollah e la sunnita Hamas sono movimenti molto diversi, ex avversari in Siria. A tenerli uniti è l’avversità contro Israele. Gli osservatori più attenti sono convinti che Narsallah navigherà finché possibile nell’ambiguità, rivendicando di aver aperto un fronte ma senza indicare le linee rosse che lo impegnerebbero, anche se nella visione della leadership queste linee ci sono e sono due: il trasferimento dei palestinesi nel Sinai, inaccettabile, e la distruzione delle capacità militari di Hamas.

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