Via da Gaza quattro italiani: “Ma il nostro lavoro continua”
di Alessia CanditoIl console Federico Novellino con i primi italiani usciti da Gaza
(ansa)«Dobbiamo subito fare qualcosa, lì dentro c’è una crisi umanitaria inimmaginabile». Dopo ventisei giorni di bombe, paura, difficoltà anche nel reperire cibo e acqua, il primo gruppo di italiani rimasti nella Striscia di Gaza è riuscito a oltrepassare il valico di Rafah, insieme ad altri circa 320 operatori internazionali e palestinesi con doppia cittadinanza, più 81 gravi feriti. E le prime parole sono state per chi è rimasto indietro.
«Siamo usciti, ma nei prossimi giorni ci rimettiamo subito a lavorare, c’è tanto, troppo da fare», ha detto il capomissione Jacopo Intini ai colleghi del Ciss di Palermo poco dopo aver attraversato la frontiera. Insieme a lui sono entrati in Egitto la moglie e collega Amal Khayal, responsabile di area del Ciss, Laura Canali di Human Rights Watch, Giuditta Brattini, dell’associazione Gazzella e Maya Papotti di Action against Hunger. «La aspettiamo», ha detto la sua ong. Un secondo gruppo di cinque persone, suggeriscono indiscrezioni, avrebbe dovuto …
«Dobbiamo subito fare qualcosa, lì dentro c’è una crisi umanitaria inimmaginabile». Dopo ventisei giorni di bombe, paura, difficoltà anche nel reperire cibo e acqua, il primo gruppo di italiani rimasti nella Striscia di Gaza è riuscito a oltrepassare il valico di Rafah, insieme ad altri circa 320 operatori internazionali e palestinesi con doppia cittadinanza, più 81 gravi feriti. E le prime parole sono state per chi è rimasto indietro.
«Siamo usciti, ma nei prossimi giorni ci rimettiamo subito a lavorare, c’è tanto, troppo da fare», ha detto il capomissione Jacopo Intini ai colleghi del Ciss di Palermo poco dopo aver attraversato la frontiera. Insieme a lui sono entrati in Egitto la moglie e collega Amal Khayal, responsabile di area del Ciss, Laura Canali di Human Rights Watch, Giuditta Brattini, dell’associazione Gazzella e Maya Papotti di Action against Hunger. «La aspettiamo», ha detto la sua ong. Un secondo gruppo di cinque persone, suggeriscono indiscrezioni, avrebbe dovuto raggiungerli nel giro di poche ore, ma le operazioni di frontiera sono andate per le lunghe, i tempi si sono dilatati e dovranno attendere ancora una notte.
Di potersi «a malincuore» lasciare alle spalle la Striscia, con la loro ong, Intini e Khayal - i cui familiari sono rimasti bloccati a Gaza - ne hanno discusso fino all’ultimo e a lungo se ne è parlato anche fra i cooperanti internazionali. Ma per settimane - hanno raccontato – hanno potuto solo cercare di mantenere in piedi i contatti con colleghi e partner, verificare che tutti fossero ancora in vita dopo i bombardamenti, dare supporto. E poi solo assistere alla distruzione di progetti e spazi sicuri per bambini e adulti che in anni di progetti erano stati costruiti. Uno - spiegano - era proprio a Jabalia.
«La nostra operatività è ormai ridotta quasi a zero, dall’Egitto il nostro lavoro può essere più utile ed efficace. È stata una decisione sofferta ma necessaria», spiega Valentina Venditti, responsabile Medio Oriente del Ciss. «Il nostro personale, i nostri partner, i nostri amici continuano a essere a rischio. Rimaniamo in angoscia per tutti i 2,5 milioni di persone di Gaza e non ci stancheremo di chiedere un immediato cessate il fuoco e l’invio di aiuti adeguati».
Fino all’ultimo, nessuno, neanche i primi cinque cooperanti che se la sono lasciata alle spalle, ha avuto la certezza di poter uscire dalla Striscia. La voce che il valico di Rafah potesse essere aperto ha iniziato a circolare nella notte tra martedì e mercoledì, per questo all’alba si sono spostati dall’ultimo rifugio di fortuna in cui hanno trovato riparo, dopo giorni passati tra scuole Unrwa, appartamenti e rifugi. «Anche con noi le comunicazioni sono state estremamente difficili, perché per l’ennesima volta le linee telefoniche e internet sono state interrotte», spiega Venditti.
Sapevano che il loro nome era sulla lista degli internazionali che forse avrebbero avuto la possibilità di lasciare Gaza, sapevano che ieri l’ipotesi – più volte circolata nelle settimane scorse, ma regolarmente sfumata – sarebbe potuta davvero divenire realtà. Ma solo nel primo pomeriggio, dopo ore e ore di attesa, quando si sono sentiti chiamare dalle truppe di frontiera, i primi cinque cooperanti che hanno lasciato la Striscia ne hanno avuto la certezza.
«Ho appena parlato con i connazionali e con il funzionario dell’ambasciata al Cairo che li assiste. Stanno tutti bene», ha dichiarato il vicepremier Antonio Tajani, assicurando che nei prossimi giorni anche gli altri cooperanti e i loro familiari potrebbero lasciare Gaza. Accompagnati dal personale dell’ambasciata, nella notte hanno raggiunto Il Cairo e già nella giornata di oggi potrebbero partire per l’Italia, mentre si rimane con il fiato sospeso per gli altri 14 – 3 italiani, 7 palestinesi con doppia cittadinanza e 4 cooperanti – ancora bloccati.