Jabalia, ancora urla sotto le macerie. E si ferma l’ospedale che cura i tumori
di Sami al-AjramiNelle foto satellitari Jabalia prima e dopo il raid israeliano
(afp)DEIR AL BALAH — In un paesaggio lunare segnato dai crateri delle bombe e dalla polvere grigia che ha coperto tutto, strazianti grida di aiuto si sono sentite per ore da sotto le macerie di un palazzo bombardato dalle forze israeliane a Jabalia martedì. I soccorritori dicono di aver udito per tutta la notte voci di uomini, donne e bambini. Ieri mattina alcuni di quei poveretti gridavano ancora, anche se le loro voci si facevano via via più fioche. Uno strazio per chi ha cercato invano di salvarli scavando per ore a mani nude e con attrezzi di fortuna, senza però riuscire a raggiungerli. Impossibile spostare i pesanti blocchi di cemento crollati che li sovrastavano. Anche l’unica ruspa dell’area capace di spostare importanti quantità di detriti è stata danneggiata dal raid.
Racconti dell’orrore, quelli ascoltati ieri, rilanciati anche da un video agghiacciante dove appunto si sentono le invocazioni di persone intrappolate fra le macerie. Sopravvissuti alle bombe che in altre condiz…
DEIR AL BALAH — In un paesaggio lunare segnato dai crateri delle bombe e dalla polvere grigia che ha coperto tutto, strazianti grida di aiuto si sono sentite per ore da sotto le macerie di un palazzo bombardato dalle forze israeliane a Jabalia martedì. I soccorritori dicono di aver udito per tutta la notte voci di uomini, donne e bambini. Ieri mattina alcuni di quei poveretti gridavano ancora, anche se le loro voci si facevano via via più fioche. Uno strazio per chi ha cercato invano di salvarli scavando per ore a mani nude e con attrezzi di fortuna, senza però riuscire a raggiungerli. Impossibile spostare i pesanti blocchi di cemento crollati che li sovrastavano. Anche l’unica ruspa dell’area capace di spostare importanti quantità di detriti è stata danneggiata dal raid.
Racconti dell’orrore, quelli ascoltati ieri, rilanciati anche da un video agghiacciante dove appunto si sentono le invocazioni di persone intrappolate fra le macerie. Sopravvissuti alle bombe che in altre condizioni potevano forse essere salvati e invece hanno fatto una morte davvero atroce. O addirittura la stanno ancora facendo, perché in certe condizioni la fine può essere lenta ad arrivare. È la drammatica testimonianza ascoltato da Ahmed, uno dei tanti che ieri hanno fatto il possibile per tirar fuori quante più persone dai ruderi nel campo profughi più popolato dell’intera Striscia, 4 chilometri a nord di Gaza City, da dove la gente non si era allontanata convinta che nessuno avrebbe bombardato un’area con tanti civili. I morti accertati sono 50, i feriti 150. Ma persone contattate al telefono — tra cui mio zio, che si è salvato nonostante la sua casa sia stata parzialmente distrutta — assicurano che sotto i palazzi presi di mira dal raid, i cadaveri sono di più perché i dispersi sono numerosi.
Un ennesimo blackout delle comunicazioni ha “spento” la Striscia per parte della giornata e il Nord è rimasto isolato per ancora più tempo, proprio mentre un nuovo, durissimo, bombardamento colpiva ancora Jabalia. Questa volta, almeno, dopo un preavviso da parte dell’esercito israeliano attraverso un lancio di volantini dove si intimava ai civili di allontanarsi immediatamente (le bombe hanno iniziato a cadere 30 minuti dopo). Ci sono state altre vittime, ma è difficile accertare quante, proprio perché le comunicazioni vanno a singhiozzo. Di sicuro, ormai tutti hanno capito che quando Israele “spegne” i telefoni di un’area, qualcosa di terribile sta per accadere.
A Sud è già sfollata oltre la metà della popolazione di Gaza. Ma ieri un nuovo piccolo esodo è avvenuto lungo la litoranea al-Rashid. La strada costiera che attraversa in verticale la Striscia, unica arteria ancora non chiusa dai blindati israeliani che lunedì sono penetrati da appena sotto il Wadi Gaza — la riserva naturale da loro stessi scelta come linea di demarcazione, al di sotto della quale hanno chiesto ai civili di evacuare — sbarrando l’autostrada conosciuta come Salah al-Din. Gaza dunque non è ancora del tutto tagliata in due, come teme la popolazione. Ma la difficoltà di comunicazioni interne, lo fa presagire.
Un’altra catastrofe che da tempo aleggiava si è però avverata: ha smesso di funzionare anche l’ospedale “dell’Amicizia turco-palestinese”, unico specializzato in tumori. I pazienti, anche gravi, non hanno più assistenza e la vita dei malati oncologici è in pericolo, fa sapere Medici Senza Frontiere che li supportava. Colpa della mancanza cronica di carburante e dei diversi attacchi che hanno colpito la struttura.
L’unica buona notizia è l’apertura del valico di Rafah da dove per la prima volta è stato possibile far uscire 88 palestinesi gravemente feriti per farli curare in ospedali egiziani. E subito dopo alcune centinaia di stranieri e palestinesi con doppia nazionalità. Per chi resta, saperli andare via è un trauma e un sollievo. Un trauma perché quelle persone hanno avuto governi che si sono preoccupati e battuti per loro: una volta andati via questi, chi si preoccuperà degli abitanti di Gaza? Ed è anche un sollievo perché, intanto nella penuria di cibo e acqua, sono centinaia di bocche in meno da sfamare. E poi perché tutti sperano questa sia la premessa di un cessate il fuoco: in qualche modo, da qualche parte, significa che qualcuno sta trattando. Sperando non sia solo per salvare gli stranieri e gli ostaggi ma anche i tanti civili intrappolati quaggiù. Ieri è entrato nella Striscia anche un alto funzionario dell’Onu, Philippe Lazzarini, capo dell’Unrwa, l’agenzia per i profughi palestinesi. Ha incontrato i colleghi attivi nell’area, parlato con alcuni abitanti. Alla fine, era scioccato: «Tutti chiedevano cibo e acqua, mai visto niente di simile a Gaza», ha detto. Eppure, la catastrofe che stiamo vivendo la raccontiamo da giorni. Evidentemente le parole non bastano.
(testo raccolto da Anna Lombardi)