VALICO DI JARINJE (KOSOVO) — “State per abbandonare l’area di responsabilità Kfor”, avverte il cartello al valico di Jarinje. Macché, mica ci si riesce. «Se vuole può passare; ma poi non potrà tornare indietro», dice l’agente kosovaro nel gabbiotto lungo la strada tortuosa che ha attraversato il cuore della comunità serba kosovara per raggiungere questo nulla tra i boschi. Lì sotto scorre l’Ibar, bello e puzzolente. I depuratori non esistono. Silenzio assoluto, si sente l’acqua frusciare. Eppure lì dietro si preparava l’inferno, dice Pristina.
Da qualche parte tra i boschi, oltre la frontiera, Belgrado ha stipato di «soldati, carri armati e artiglieria» le sue 48 basi avanzate dietro tutta la linea di confine col Kosovo. «Vogliono invaderci», ha detto la …
VALICO DI JARINJE (KOSOVO) — “State per abbandonare l’area di responsabilità Kfor”, avverte il cartello al valico di Jarinje. Macché, mica ci si riesce. «Se vuole può passare; ma poi non potrà tornare indietro», dice l’agente kosovaro nel gabbiotto lungo la strada tortuosa che ha attraversato il cuore della comunità serba kosovara per raggiungere questo nulla tra i boschi. Lì sotto scorre l’Ibar, bello e puzzolente. I depuratori non esistono. Silenzio assoluto, si sente l’acqua frusciare. Eppure lì dietro si preparava l’inferno, dice Pristina.
Da qualche parte tra i boschi, oltre la frontiera, Belgrado ha stipato di «soldati, carri armati e artiglieria» le sue 48 basi avanzate dietro tutta la linea di confine col Kosovo. «Vogliono invaderci», ha detto la presidente Osmani a Repubblica. E ieri il ministro degli Interni e il capo della polizia hanno rivelato il piano degli attentatori che il 24 settembre hanno ucciso un agente a Banjska. Dicono di averne «prove certe», che però non mostrano: «Volevano conquistare tutto il Kosovo del Nord attaccando da 37 luoghi diversi». Tutto pianificato e preparato da Vucic e dai suoi ministri, dicono.
Da qui, dal confine, il navigatore segna 4 ore e 50 minuti per Raska, il primo paese in Serbia. Sono due chilometri, ma «devi farne 250 passando dal Montenegro. Ti sembra giusto? Un giro assurdo per andare a trovare uno zio o a lavorare. Ci stanno addosso, non ci lasciano vivere, ci vogliono spingere ad andarcene tutti», si sfoga Ivan a Leposaviq, il capoluogo più vicino al confine.
Alex punta il dito verso i suoi monti: «È proprio qui dietro. Ci accompagno a piedi i turisti, un’ora e mezza di passeggiata da casa mia e sei nella stazione sciistica di Kopaonik, la più bella di tutta la Serbia». Altro che confini, solo fili d’erba e tulipa servica, i tulipani rosa simbolo del luogo. La frontiera è un’idea astratta, fuori strada. Boschi e pratoni ed ecco gli skilift e un bicchierino di rakija, 1.800 metri d’altitudine in vetta e giù gli alberghi con sauna e palestra, dice Alex. È lì, secondo Pristina, che il commando serbo kosovaro si è esercitato per l’attacco a Banjska: l’attacco mortale alla stabilità dei Balcani. Oltre lo sterrato che sale dal paesino sperduto di Alex — dalla ventina di case di Bello Berde dove l’asfalto non è ancora arrivato — e poi ridiscende in Serbia, il destino della valle dell’Ibar, dei serbi del Kosovo in questo Nord di bandiere rosse, bianche e blu su ogni palo della luce, «è cambiato per sempre», dice Stefan Veljkovi?, traduttore e attivista di Persistenza Serba, movimento d’opposizione dei serbi etnici. «Per la prima volta nella mia vita — racconta a Mitrovica, il capoluogo più grande del Nord — penso di vendere tutto e andarmene con mia moglie e i bimbi. Da due anni, da quando Kurti è premier, la vita per noi è impossibile: repressione, brutalità della polizia, confische, agenti e soldati ovunque. I ragazzi che hanno attaccato a Banjska li conosciamo tutti, non sono terroristi: non volevano sicuramente uccidere, sono ragazzi che non ne potevano più. La Serbia è totalmente incapace di difenderci, e hanno detto: ora ci pensiamo da soli».
Igor Milenkovi? e Bojan Mijailovi? erano due di loro. Li hanno sepolti ieri. In cima al corteo mogli e figli, ne aveva tre Igor e due Bojan. Erano il coordinatore del 118 locale e la guardia del centro turistico. C’è un’aria greve, funebre, in tutta la valle. Un’aria arrabbiata, anche: «Non venite, brutto clima» ci avvertono anche se adorano gli italiani. Sono i carabinieri a presidiare i monasteri ortodossi.
«Sono così triste, Igor era mio cugino», dice Maria, 35 anni, amministrativa dell’Università serba “di Pristina” che non ha cambiato nome anche se dal 1999, quando il Kosovo è diventato indipendente e “albanese”, ha trasferito aule e uffici qui al Nord, a Mitrovica e Leposaviq. «Tutti pensiamo che fosse giusto fare qualcosa, ma non questo. Ci sentiamo oppressi da Pristina e traditi da Belgrado, ci hanno chiesto di integrarci e ci abbiamo provato, ma ora è finita. I nostri figli vanno all’asilo tra agenti coi fucili automatici a tracolla, ci trattano come terroristi. Il clima è irrespirabile anche tra noi: non sai con chi puoi parlare e con chi è meglio tacere. Ci hanno divisi dandoci in pasto il nazionalismo».
«Quello che è successo il 24 condanna tutti noi, ora sono legittimati a entrare in ogni casa e a perquisirti. E se ti trovano un numero di telefono di questi ragazzi dell’attacco, che conosciamo tutti, magari ti portano via», dice Alex, la guida turistica «con stipendio pagato da Belgrado» come tutti i posti di lavoro pubblici. I servizi qui sono doppi: poste e scuole, ospedali e amministrazioni locali. Dipendono da Belgrado, ma Pristina li sta affiancando con i propri. «Vogliono cancellarci e buttarci fuori da casa nostra», dice Ivan Milijevic, il direttore delle poste “serbe” kosovare, accelerando il passo per unirsi al corteo funebre.