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La guerra di Gaza vista su TikTok, il social dei giovani

(afp)
Secondo un guru dell’high tech, sulla app che consente di condividere i video gli utenti stanno più con i palestinesi che con Israele. Ma il dibattito è aperto
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“Israele sta perdendo la guerra di TikTok”. Lo dice - con un post subito diventato virale negli Stati Uniti - un guru del settore come Jeff Morris: ex vicepresidente della app di appuntamenti Tinder e oggi fra i co-fondatori di Chapter One, società che investe su nuovi software. Questione di numeri, spiega. Sul social che consente di creare e condividere video, proprietà della società cinese ByteDance fondata dall’imprenditore Zhang Yiming (e che già da tempo suscita timori di possibili infiltrazioni attraverso lo sfruttamento dei dati degli utenti, tanto da essere stata vietata sui computer dei dipendenti pubblici di diversi Paesi) l’hashtag #StandWithPalestine ha avuto 2,9 miliardi di visualizzazioni globali. Mentre i video "#StandWithIsrael" si sono fermati a circa 200 milioni.

Dalla parte dei palestinesi

"Mi ha incuriosito l’aggressiva protesta contro Israele degli studenti medi di San Francisco”, spiega Morris in un lungo thread “Ho fatto una ricerca e ho scoperto che il 51 …

“Israele sta perdendo la guerra di TikTok”. Lo dice - con un post subito diventato virale negli Stati Uniti - un guru del settore come Jeff Morris: ex vicepresidente della app di appuntamenti Tinder e oggi fra i co-fondatori di Chapter One, società che investe su nuovi software. Questione di numeri, spiega. Sul social che consente di creare e condividere video, proprietà della società cinese ByteDance fondata dall’imprenditore Zhang Yiming (e che già da tempo suscita timori di possibili infiltrazioni attraverso lo sfruttamento dei dati degli utenti, tanto da essere stata vietata sui computer dei dipendenti pubblici di diversi Paesi) l’hashtag #StandWithPalestine ha avuto 2,9 miliardi di visualizzazioni globali. Mentre i video "#StandWithIsrael" si sono fermati a circa 200 milioni.

Dalla parte dei palestinesi

"Mi ha incuriosito l’aggressiva protesta contro Israele degli studenti medi di San Francisco”, spiega Morris in un lungo thread “Ho fatto una ricerca e ho scoperto che il 51 per cento dei giovani americani fra i 18 e i 24 dice di giustificare le azioni di Hamas col dolore inflitto in passato ai palestinesi, rispetto al 24 per cento che è la media di tutte le fasce di età. Ebbene, per quella generazione, TikTok è lo strumento di informazione principale. Da allora sto cercando di comprendere come funziona l’algoritmo di TikTok e quello che ho scoperto è molto preoccupante” aggiunge: “Un problema di sicurezza nazionale”.


La ricerca a cui sta lavorando, spiega Morris “è in progress”. E infatti invita chiunque voglia approfondire a dargli una mano. Ma intanto i suoi post hanno già scatenato nuove accese discussioni sul potere dell’app, popolare fra i giovanissimi della generazione Z. Secondo un critico di lunga data come il senatore repubblicano della Florida Marco Rubio, quei dati sono un’ulteriore prova del fatto che il social cela un algoritmo segreto, pensato per manipolare gli adolescenti americani (e non solo) per interessi geopolitici cinesi: e dunque dovrebbe essere vietato.

Ma i numeri rilasciati da TikTok sugli andamenti degli ultimi 30 giorni – lo nota il Washington Post – in realtà mostrano un panorama più complicato (e forse meno complottista). Nel periodo successivo all'attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre i video targati #StandWithIsrael negli Stati Uniti sono stati visti 46 milioni di volte, mentre quelli #StandWithPalestine “appena” 29 milioni. Dati che dunque non confermano la tesi di Morris. Certo, un altro hashtag, #FreePalestine, ha avuto negli Usa un pubblico notevolmente più ampio dei due precedenti: ben 770 milioni di visualizzazioni negli ultimi 30 negli Usa. Ma i video che mostra sono in buona parte ferocemente critici nei confronti di Hamas: e dunque non bastano a spiegare la rabbia dei ragazzini di San Francisco.

Una analisi complessa

Quanto ai numeri globali, va notato che i Paesi dove certi hashtag pro-Palestina sono più popolari, sono quelli a maggioranza musulmana: Malesia, Pakistan, Emirati Arabi Uniti, dove il sostegno alla causa di Gaza è antico. Analizzare il dato è comunque complesso. Lo spiega, sempre al WP la stratega politico-digitale Annie Wu Henry, che sta dietro al successo elettorale di una figura complessa come John Fetterman, eletto al Senato in Pennsylvania nonostante i limiti espressivi derivati da un ictus avuto durante la campagna elettorale del 2022. “Gli hashtag”, dice Henry, “vengono spesso usati pure per attirare attenzione su contenuti non correlati. E TikTok è una piattaforma globale utilizzata ovunque e i musulmani sono certo uno dei gruppi religiosi più ampi al mondo”. La stratega rifiuta insomma l’ipotesi che TikTok stia facendo il lavaggio del cervello agli utenti.

Un algoritmo “opaco”

Come già Facebook e YouTube, pure TikTok vieta video o commenti che promuovono Hamas o qualunque altro gruppo terroristico: le regole al riguardo sono molto rigide. Ma i suoi critici insistono: ha un sistema di raccomandazioni che rende difficile comprendere perché alcuni video diventano virali, un algoritmo “opaco” usato per sopprimere cause politiche che non piacciono all’azienda. Un sospetto curiosamente rilanciato nelle ultime settimane però sia dai filo-israeliani che dai filo-palestinesi, tutte le volte che i loro video non entrano nei feed. Mercoledì un gruppo di sviluppatori ebraici di contenuti ha addirittura pubblicato una lettera aperta al social dove invita l'azienda a rafforzare i suoi sistemi di sicurezza e moderazione dei contenuti, affermando che “non monitora abbastanza il discorso pubblico e non impedisce che la piattaforma sia usata come cloaca di antisemitismo indiscriminato e aggressivo”. Sostenendo a sostegno della loro tesi che “i post di importanti influencer ebrei su Israele” hanno “un coinvolgimento inferiore all’1 per cento fra gli account che li seguono”.


Sempre secondo il WP, c’è chi è d’accordo su certi punti della lettera ma non sulla tesi complessiva. Come Aidan Kohn-Murphy, fondatore di Gen-Z for Change, gruppo di attivisti liberal che nei loro post hanno criticato sia l’attacco di Hamas che lo sforzo bellico israeliano e tutti gli estremismi antisemiti: “TikTok fallisce costantemente nel proteggere i creatori di contenuti, contrastare la disinformazione o combattere l’incitamento all’odio di qualsiasi tipo”, dice. “Tuttavia, non sono d’accordo con il modo in cui la lettera caratterizza i contenuti critici nei confronti di Israele, la maggior parte dei quali sono accurati e pacifici”. Affermando pure di non credere che TikTok influenzi le convinzioni dei giovani: “Quello che alcuni adulti pensano sia un lavaggio del cervello è in realtà un movimento popolare a sostegno della Palestina. E questo perché su TikTok trovano altre prospettive, ascoltano in prima persona coetanei palestinesi e vedono con i propri occhi il danno che Israele sta commettendo”.


In realtà, gli utenti filo-palestinesi esprimono però gli stessi sospetti dei colleghi ebrei firmatari della lettera, affermando di aver visto anche loro crollare il loro seguito online: “Molti hanno paura di parlare apertamente”. A smentirli questa volta ci pensa Noor Tagouri, fondatore di At Your Service, società che produce documentari e podcast, secondo cui la condivisione di contenuti filo-palestinesi su TikTok suggerisce che gli utenti della Gen Z non si stanno semplicemente limitando a ciò che trovano sui loro feed, ma cercano di informarsi attraverso lo strumento che meglio conoscono e trovano molti video da Gaza perché è un Paese dove i giovani sono tantissimi e sanno come parlare ai loro coetanei: “Questa idea del lavaggio del cervello non funziona. Attraverso i video molti stanno semplicemente assistendo a ciò che accade senza filtri. E scelgono di difendere l’umanità e la vita”.

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