Quelle tre ore impossibili per mettersi in salvo a Gaza
di Sami al-AjramiKHAN YOUNIS — Più che un obiettivo, ogni giorno che passa il Sud di Gaza diventa un miraggio. La frontiera egiziana si può raggiungere solo attraverso due strade. Sono disconnesse, quasi impercorribili. E, soprattutto, sono esposte. Chiunque decida di percorrerle per sfuggire alla distruzione delle città diventa un bersaglio. Nessuno è al sicuro, sulla Salah el-Din Street. Non lo erano le persone che sono state centrate dai colpi di mortaio sparati lungo la via. In quel viaggio disperato verso la salvezza sono morte dalle 13 alle 16 persone.
Avevano radunato in fretta e furia i pochi vestiti e i ricordi di una vita – una foto, un oggetto – per tentare di sfuggire alla morsa che si sta chiudendo su Gaza City. Non ce l’hanno fatta. Avevano sentito in mattinata gli annunci dell’Idf dagli altoparlanti: ordinavano che avrebbero dovuto abbandonare le loro case, e che avrebbero dovuto farlo immediatamente. L’esercito israeliano aveva dato tre ore di tempo. Dalle 13 alle 16 il fuoco sa…
KHAN YOUNIS — Più che un obiettivo, ogni giorno che passa il Sud di Gaza diventa un miraggio. La frontiera egiziana si può raggiungere solo attraverso due strade. Sono disconnesse, quasi impercorribili. E, soprattutto, sono esposte. Chiunque decida di percorrerle per sfuggire alla distruzione delle città diventa un bersaglio. Nessuno è al sicuro, sulla Salah el-Din Street. Non lo erano le persone che sono state centrate dai colpi di mortaio sparati lungo la via. In quel viaggio disperato verso la salvezza sono morte dalle 13 alle 16 persone.
Avevano radunato in fretta e furia i pochi vestiti e i ricordi di una vita – una foto, un oggetto – per tentare di sfuggire alla morsa che si sta chiudendo su Gaza City. Non ce l’hanno fatta. Avevano sentito in mattinata gli annunci dell’Idf dagli altoparlanti: ordinavano che avrebbero dovuto abbandonare le loro case, e che avrebbero dovuto farlo immediatamente. L’esercito israeliano aveva dato tre ore di tempo. Dalle 13 alle 16 il fuoco sarebbe cessato, in modo da permettere loro di tentare di avvicinare il Sud della Striscia, percorrendo una strada che le stesse forze israeliane avevano promesso essere sicura. Invano. A chi voleva rimanere al suo posto è bastato affacciarsi alla finestra per capire che, in ogni caso, l’unica speranza di salvezza era quella di provare a mettersi in strada. A Gaza City i bombardamenti non si placano, come nel resto della Striscia.
Nel quartiere Nord di Sheikh Radwan un missile ha sventrato il tetto di un’abitazione. Era la casa della sorella e dei nipoti di chi scrive: hanno tentato di andarsene ma il taxi che avevano chiamato è stato colpito da un razzo prima di raggiungerli. Dall’altra parte della città, nel quartiere di Tel al-Haiwa, sono arrivati i tank israeliani, là dove una bomba ha devastato la scuola cattolica delle Suore del Rosario di Gerusalemme. Stessa sorte è toccata alla scuola Unrwa di al-Fakhura - che ospitava i 7mila sfollati del campo di Jabalia, e nella cui distruzione sono morte 15 persone, tra cui diversi bambini -, e alla moschea Sheikh Zayed. Per fortuna era vuota: nessuno va a pregare nei luoghi pubblici, tutti hanno paura di diventare un bersaglio. Farsi curare però è obbligatorio: e qui bisogna vincere il terrore generato dal bombardamento dell’ospedale di al Shifa, nel quale è stata sventrata anche un’ambulanza.
Le immagini mostrano i corpi straziati sull’asfalto, il sangue che scorre ovunque, le amputazioni senza anestesia praticate ai feriti dai chirurghi di Medici senza Frontiere. «Quell’ambulanza trasportava miliziani», ha dichiarato l’Idf. Fino a che non verrà raggiunto un accordo sul trasporto dei feriti il valico di Rafah per l’Egitto resterà chiuso, la popolazione di Gaza cinta d’assedio. «Nasrallah ci ha abbandonato – è il ritornello che si diffonde a Sud della Striscia – solo un nuovo fronte dal Nord per Israele ci avrebbe consentito di tirare il fiato».
(Testo raccolto da Alessio Di Sauro)