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Gaza City, isolato l’ospedale: 40mila rifugiati in trappola senza farmaci e carburante

(afp)
I detriti di un bombardamento hanno bloccato l’accesso. A corto di elettricità, i medici scelgono chi operare e salvare
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DEIR EL BALAH — Da ieri è impossibile entrare e uscire dall’ospedale al-Quds nel quartiere Tal al-Hawa di Gaza City: bombe israeliane su un edificio vicino, dove secondo l’esercito erano barricati militanti di Hamas, hanno creato una montagna di detriti, bloccando ogni accesso al nosocomio gestito dalla Mezzaluna rossa. Con i bombardamenti in corso, nessuno è intervenuto a spostare le macerie.

Mentre vi scriviamo, malati, medici e i 40mila rifugiati all’interno sono bloccati nella struttura. Ce lo racconta un testimone diretto: Hassan al-Ajrami, manager dell’ospedale e fratello di chi vi scrive. Non basta: i bombardamenti di ieri hanno colpito pure gli ultimi due piani dell’edificio. Ci sono stati due morti e diversi feriti. La situazione è molto grave anche perché le riserve di carburante per i generatori che ancora garantiscono elettricità si esauriranno entro 48 ore. E servono nuove forniture di medicinali: insomma, bisogna ripristinare il passaggio al più presto.

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DEIR EL BALAH — Da ieri è impossibile entrare e uscire dall’ospedale al-Quds nel quartiere Tal al-Hawa di Gaza City: bombe israeliane su un edificio vicino, dove secondo l’esercito erano barricati militanti di Hamas, hanno creato una montagna di detriti, bloccando ogni accesso al nosocomio gestito dalla Mezzaluna rossa. Con i bombardamenti in corso, nessuno è intervenuto a spostare le macerie.

Mentre vi scriviamo, malati, medici e i 40mila rifugiati all’interno sono bloccati nella struttura. Ce lo racconta un testimone diretto: Hassan al-Ajrami, manager dell’ospedale e fratello di chi vi scrive. Non basta: i bombardamenti di ieri hanno colpito pure gli ultimi due piani dell’edificio. Ci sono stati due morti e diversi feriti. La situazione è molto grave anche perché le riserve di carburante per i generatori che ancora garantiscono elettricità si esauriranno entro 48 ore. E servono nuove forniture di medicinali: insomma, bisogna ripristinare il passaggio al più presto.

«A corto di farmaci ed elettricità, ai medici tocca assumersi la responsabilità di decidere chi vive e chi muore», racconta Hassan. «Chi attaccare a un ventilatore o rianimare, a chi dare un farmaco salvavita, a chi amputare una gamba. La scelta cade sui forti, quelli con più possibilità di sopravvivere. Ma è atroce». Non solo crudele: ma da prendere in un istante e lavorando nelle peggiori delle condizioni, spesso operando per terra, senza anestesia, senza disinfettanti o l’acqua per lavarsi le mani. E fra il pianto dei bambini e il vocio della folla che ormai occupa ogni centimetro dell’edificio, perché solo lì si sentono al sicuro: «L’ultimo posto dove bombarderanno», ripete chi si è rifugiato lì dentro, ormai più per rassicurarsi che credendoci davvero.

A Gaza sono i medici a battersi in prima linea: per salvare vite. Magari a costo della propria, visto che – lo dice l’Oms – già 160 fra medici e infermieri sono morti in servizio, colpiti dalle bombe mentre si prendevano cura di malati e feriti in strada o sulle ambulanze, o semplicemente a casa loro. Come i quattro fratelli Saqallah: Saed, Omar, Ameed e Khorsheed. Tre erano oculisti, uno otorinolaringoiatra. Si erano laureati in America, erano tornati e avevano aperto l’unica clinica oculistica della Striscia. Sono morti, insieme ad altri 38 familiari, sotto le bombe che hanno colpito la loro residenza a Sheikh Ejleen, Gaza City. Ed è di poche ore fa la notizia della morte di un operatore di Medici senza Frontiere.

In tutta l’enclave, gli operatori sanitari sono d’altronde appena 5.600. Di questi, 600 sono medici generici e solo 350 hanno specializzazioni. Gli altri, sono lavoratori di supporto: infermieri, barellieri e quant’altro. Ora, nella disperazione, sono stati chiamati a lavorare anche gli studenti di medicina. Ma già i medici non bastavano prima per i due milioni e mezzo di abitanti. Figuriamoci ora, davanti all’immenso numero di feriti che ha già superato i 25mila.


Non solo. Fra bombe e carenza cronica di carburante e medicine, sono fuori uso il 60 per cento dei centri medici: chiusi 15 ospedali su 35 – compreso l’unico dove si curavano i tumori – e 51 centri medici su 72. «Una vera catastrofe», ci dice al telefono il dottor Shawqi Muhaisen, noto neurologo di Gaza. «Ci sentiamo lasciati soli, totalmente abbandonati a noi stessi». Eppure quei medici, sacrificandosi allo stremo – fanno turni di una settimana consecutiva lavorando giorno e notte e dormendo sulle barelle perché tornare a casa è troppo pericoloso – riescono ancora a garantire un servizio dignitoso per le condizioni in cui operano.

Oltre allo stress di un lavoro complesso condotto in condizioni estreme, i medici, come tutti gli altri, devono poi fare i conti coi rischi quotidiani che corrono le loro famiglie.

Mahmud al-Astal, 34 anni, era di turno al pronto soccorso dell’ospedale Nasser di Khan Yunis quando si è trovato davanti ai corpi martoriati della sorella e dei nipotini «carbonizzati e a pezzi». Altri si sono visti portare sul tavolo operatorio i loro stessi figli, i genitori, le mogli. Succede sempre più spesso ma non ci si può permettere di lasciarsi andare al dolore. Devono tenersi lucidi ad ogni costo e per questo sono dei veri eroi. E c’è pure un altro compito che questi uomini e queste donne si sobbarcano, senza che nessuno glielo chieda, né gliene renda merito: si occupano degli orfani. Sono sempre più numerosi i bambini che arrivano in ospedale coi genitori gravemente feriti che muoiono poco dopo. Ma lo staff medico non li abbandona. Li consola, li nutre per quanto possibile, se ne prende cura fino a quando non si rintraccia un parente disposto a portarseli via. E siccome non sempre è possibile, ora ogni ospedale ha pure un orfanotrofio “spontaneo”.
(testo raccolto da Anna Lombardi)

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