In fuga dal Nord di Gaza con i bambini bendati tra i cadaveri ovunque
di Sami al-AjramiDEIR EL-BALAH (GAZA) — Undici persone in marcia fra macerie e cadaveri per oltre dieci ore, quelle necessarie a coprire circa 20 chilometri a piedi trascinando le proprie misere cose e raggiungere così il Sud della Striscia, approfittando dell’ennesimo corridoio aperto da Israele fra Nord e Sud solo per una manciata di ore. Raggiungendo così l’area considerata “sicura” sotto il Wadi Gaza: dove da settimane gli israeliani invitano la popolazione ad evacuare per sfuggire alla battaglia che a Nord ormai infuria già sul terreno: pur sapendo dei pesanti bombardamenti anche qui: dove proprio ieri – a poche centinaia di metri da dove vive chi vi scrive – è stata distrutta anche la moschea Khalid Ben al-Walid nel cuore di un campo profughi, considerata uno dei luoghi simbolo della città di Khan Younis.
È l’odissea della famiglia Kahwel, papà Khaled, mamma Ahisa e nove figli, il più piccolo di quattro anni, il maggiore di 22: «Abbiamo affrontato una marcia terribile, siamo ancora tutti …
DEIR EL-BALAH (GAZA) — Undici persone in marcia fra macerie e cadaveri per oltre dieci ore, quelle necessarie a coprire circa 20 chilometri a piedi trascinando le proprie misere cose e raggiungere così il Sud della Striscia, approfittando dell’ennesimo corridoio aperto da Israele fra Nord e Sud solo per una manciata di ore. Raggiungendo così l’area considerata “sicura” sotto il Wadi Gaza: dove da settimane gli israeliani invitano la popolazione ad evacuare per sfuggire alla battaglia che a Nord ormai infuria già sul terreno: pur sapendo dei pesanti bombardamenti anche qui: dove proprio ieri – a poche centinaia di metri da dove vive chi vi scrive – è stata distrutta anche la moschea Khalid Ben al-Walid nel cuore di un campo profughi, considerata uno dei luoghi simbolo della città di Khan Younis.
È l’odissea della famiglia Kahwel, papà Khaled, mamma Ahisa e nove figli, il più piccolo di quattro anni, il maggiore di 22: «Abbiamo affrontato una marcia terribile, siamo ancora tutti sfiniti e sotto shock, soprattutto i bambini» racconta, anche lui scosso e tremante, il capofamiglia. Un viaggio all’inferno, iniziato alle quattro del mattino di lunedì a Bait Lahia, una delle cittadine più a nord della striscia, quasi al confine con Israele, dopo essersi resi conto che la loro casa vicina all’Ospedale indonesiano – uno di quelli sotto il quale, secondo Israele, Hamas avrebbe uno dei tanti accessi ai suoi tunnel (ma Jakarta che l’ha finanziato smentisce) – non era più sicura: «Oltre ai continui e ripetuti appelli dell’esercito israeliano, sono stati i bombardamenti più recenti a spingerci a partire e a lasciare il luogo che non avremmo abbandonato mai. Bombe sempre più potenti, capaci di scuotere la terra in profondità perché pensate per distruggere i tunnel, hanno infatti devastato pure l’ultimo supermercato e il fornaio della nostra zona. Quando mia moglie ha detto che se non ci uccidevano le bombe saremmo morti di fame perché avevamo solo foglie e cortecce d’albero a disposizione, mi sono deciso» racconta ancora Kahwel.
Così, dopo essere stati per settimane chiusi in casa, spostandosi solo centinaia di metri per fare la spesa, hanno affrontato il viaggio. «Nemmeno nei peggiori incubi avremmo immaginato ciò che abbiamo visto. Se avessimo saputo di esporre i bambini a tanto strazio, avremmo forse ulteriormente esitato». A impressionare la famiglia non è stata solo la sequenza di quartieri ridotti in macerie «e ne abbiamo viste tante perché non era possibile procedere in linea retta. Siamo dovuti passare dalla Città vecchia e poi dal rione Zaitun prima di raggiungere, la Salah-al-Din Road», cioè la principale arteria che attraversa la Striscia. «Abbiamo soprattutto scavalcato decine, centinaia di cadaveri insepolti per strada. Corpi di uomini, donne e bambini resi irriconoscibili dal fuoco: e anche dagli animali, topi ed uccelli che li sbocconcellavano oscenamente». Un orrore tale da costringerli a bendare gli occhi dei più piccoli facendoli procedere in fila indiana, il fratello maggiore a chiudere quel mesto corteo. «Piangevano e urlavano di paura. E dopo due giorni, gridano ancora». Il momento più pauroso è stato però sfilare davanti al carro armato israeliano appostato sull’altura che domina il passaggio fra nord e sud: «Come i tanti prima e dopo di noi, abbiamo improvvisato una bandiera bianca, con una camicia. Siamo passati con le braccia alzate, in segno di resa. Tutti: compresi i piccini».
Dall’altro lato sono approdati stremati. Gli ultimi 6 chilometri sono stati più semplici: un taxi arrangiato da familiari già evacuati a Sud, li ha caricati portandoli fino al campo profughi al-Maghazi. In salvo, o quasi, visto che di recente le bombe sono cadute anche lì: uccidendo, sabato quattro figli e tre fratelli del collega Muhammed Alaloul, fotoreporter dell’agenzia Anadolu. «Siamo fra parenti ed amici, siamo insieme e tutti vivi, abbiamo da mangiare» sospira Kahwel. «Non sappiamo cosa ci riserva il futuro ma almeno siamo un po’ più lontani da una morte certa».
(Testo raccolto da Anna Lombardi)