L'Ucraina nella Ue. Il primo sì di Bruxelles, i distinguo di Orbán, le questioni aperte: cosa c'è da sapere
di Claudio Tito , con i contributi di Daniele Castellani Perelli, Rosalba Castelletti, Tommaso Ciriaco, Anais Ginori, Tonia Mastrobuoni, Paolo Mastrolilli. A cura della redazione EsteriVon Der Leyen e Zelensky
BRUXELLES – «Oggi è un giorno storico: la Commissione europea raccomanda al Consiglio di avviare i negoziati di adesione all’Ue per l’Ucraina e la Moldavia». La presidente dell’esecutivo europeo, Ursula von der Leyen, descrive in questi termini la decisione di accendere la luce verde per Kiev e Chisinau ai negoziati al fine di aderire all’Unione.
Entrambi i Paesi hanno compiuto dei passi avanti rispetto alle riforme richieste da Bruxelles nel momento in cui era stata accettato lo status di Paese candidato. Per l’Ucraina sono stati centrati il 90 per cento degli obiettivi ed è stata addirittura effettuata una eccezione giuridica: secondo i Trattati infatti un Paese belligerante non può negoziare l’adesione. Questo fa capire quanto la guerra con la Russia abbia inciso nelle valutazioni.
Ma sull’iter che dovrebbe condurre alla concreta adesione pendono ancora tanti interrogativi e tanti ostacoli. Non solo in ordine alle riforme necessarie ma anche di carattere politico. Perché l’ing…
BRUXELLES – «Oggi è un giorno storico: la Commissione europea raccomanda al Consiglio di avviare i negoziati di adesione all’Ue per l’Ucraina e la Moldavia». La presidente dell’esecutivo europeo, Ursula von der Leyen, descrive in questi termini la decisione di accendere la luce verde per Kiev e Chisinau ai negoziati al fine di aderire all’Unione.
Entrambi i Paesi hanno compiuto dei passi avanti rispetto alle riforme richieste da Bruxelles nel momento in cui era stata accettato lo status di Paese candidato. Per l’Ucraina sono stati centrati il 90 per cento degli obiettivi ed è stata addirittura effettuata una eccezione giuridica: secondo i Trattati infatti un Paese belligerante non può negoziare l’adesione. Questo fa capire quanto la guerra con la Russia abbia inciso nelle valutazioni.
Ma sull’iter che dovrebbe condurre alla concreta adesione pendono ancora tanti interrogativi e tanti ostacoli. Non solo in ordine alle riforme necessarie ma anche di carattere politico. Perché l’ingresso di un nuovo Paese deve essere votato all’unanimità e l’Ungheria di Viktor Orbán ha già fatto sapere di non essere assolutamente favorevole.
Victor Orban
Del resto il premier magiaro è da tempo la testa d’ariete russa dentro l’Ue. E lo conferma anche in questa occasione. Difficilmente, allora, il Consiglio europeo di dicembre prossimo sarà in condizione di approvare il via ai negoziati. Prima dovrà essere condotta una trattativa con Budapest che sicuramente reclamerà un baratto, almeno rispetto al blocco dei fondi comunitari deciso in seguito alle sentenze sul mancato rispetto delle regole sullo Stato di diritto. Inoltre un altro report della Commissione è previsto per marzo 2024.
Tutto, dunque, rischia di slittare alla prossima primavera. Considerando perdipiù che i dubbi sull’allargamento accompagnano molti Stati membri. Le perplessità sono legate al coinvolgimento di un partner popoloso come l’Ucraina ma anche alla mancata approvazione di nuove regole sulla governance europea che già adesso rendono difficile la gestione dell’Unione (a cominciare dal all’unanimità) e che la renderebbero impossibile con un ulteriore allargamento. Per di più proprio il report della Commissione ha fornito un’arma a Orbán. Tra le indispensabili riforme non ancora attuate figura l’alto tasso di corruzione, il ruolo degli oligarchi e la protezione delle minoranze. E guarda caso in Ucraina vive proprio una minoranza ungherese.
Quasi le stesse richieste sono state avanzate alla Moldavia, anche se per Chisinau si insiste maggiormente sull’indipendenza del sistema giudiziario.
Quanto agli altri “richiedenti” dei Balcani occidentali, la Commissione raccomanda i negoziati per l’adesione anche per la Bosnia e concede alla Georgia solo lo status di Paese candidato (troppo pesanti i rapporti con Mosca).
Molto severo, come prevedibile, il giudizio sulla Turchia da tempo “candidata” all’ingresso. «Il funzionamento delle istituzioni democratiche turche – si legge nel report – ha continuato a essere gravemente ostacolato. Sono rimaste le carenze strutturali del sistema presidenziale. L’arretramento democratico e la polarizzazione politica sono aumentati nel periodo precedente alle elezioni presidenziali e parlamentari».
Sull’Albania, invece, figura nel rapporto un aspetto che sembra richiamare da vicino il Protocollo firmato di recente con l’Italia sui migranti: Tirana «ha contribuito alla gestione dei flussi migratori verso l’Ue», ma «non sono stati compiuti progressi su rinvii e accesso alle procedure di asilo. Permangono carenze nelle procedure di rimpatrio».
Qui Germania
Basta con i veti, l’Ue passi al voto a maggioranza
dalla nostra corrispondente Tonia Mastrobuoni
Annalena Baerbock con il cancelliere Olaf Scholz
BERLINO — Olaf Scholz fu il più riluttante, tra i grandi, ad accettare l’idea di una corsia preferenziale per l’Ucraina nella Ue. Finché Mario Draghi bruciò le resistenze del cancelliere tedesco nel loro primo viaggio in treno verso Kiev, quattro mesi dopo l’inizio dell’aggressione russa.
Da allora Berlino ha concesso a Kiev l’opportunità di affiancare, insieme alla Moldavia, i sei candidati dei Balcani che aspettano da anni di essere accolti nell’Unione. L’integrazione dei Balcani è sempre stata una priorità, per la Germania. Però, se si allarga la Ue, «dovrà essere solida dalle fondamenta al tetto».
La ministra degli Esteri Annalena Baerbock ha ricordato che Berlino vuol legare il via libera a Ucraina, Moldavia, Georgia e Balcani a modifiche strutturali nei meccanismi di voto. Se 36 Paesi non passeranno al voto a maggioranza, il vecchio continente rischia di impantanarsi per sempre.
Qui Francia
Allargamento sì, ma riformare la governance
dalla nostra corrispondente Anais Ginori
Volodymyr Zelensky con Emmanuel Macron
PARIGI — Allargare sì, ma previa una riforma della governance e dei rapporti di forza. È la visione che Emmanuel Macron ha illustrato a proposito dell’ingresso dei nuovi paesi nell’Ue. Il presidente ha parlato di un’Europa “a più velocità”. «Dobbiamo avere il coraggio di accettare una maggiore integrazione su alcune politiche, forse anche diverse velocità di questa Europa» ha detto, convinto che siano necessarie tappe di avvicinamento perché l’Ue non è pronta.
A settembre è stato diffuso un rapporto commissionato da Francia e Germania a diversi think tank che suggerisce una “differenziazione” all’interno della futura Ue allargata 30+, con una prima cerchia di paesi pronti a un’integrazione delle loro politiche, seguita dall’Ue nella sua forma attuale, poi da un gruppo di paesi che si accontentano del mercato unico e infine la Comunità politica europea (Cpe).
Qui Italia
Ora approccio costruttivo verso i Balcani
di Tommaso Ciriaco
Almeno sull’ingresso dell’Ucraina in Europa si registra una sostanziale continuità tra la linea di Mario Draghi e quella di Giorgia Meloni. Perché l’ex banchiere lottò per concedere a Kiev lo status di candidato, ottenuto nel giugno 2022 al termine dello storico viaggio in treno con Emmanuel Macron e Olaf Scholz. E la premier di Fratelli d’Italia ha mantenuto la posizione, fissando gli stessi paletti. Il primo: l’ingresso potrà avvenire soltanto al termine della guerra. Il secondo: va accompagnato da un approccio costruttivo per quanto riguarda l’adesione dei Paesi balcanici – e in particolare dell’Albania – all’Unione europea. Di cui Roma, anche dopo l’accordo sui migranti, si fa sponsor con ancora maggiore convinzione.
Qui Polonia
Il nodo dei fondi e della politica agricola comune
di Daniele Castellani Perelli
Le “conseguenze monumentali” dell’ingresso di Kiev nell’Unione, come le ha definite il Financial Times, le sentirà soprattutto la Polonia, che secondo le stime del Consiglio dell’Ue cederà all’Ucraina lo scettro di più grande beneficiario netto dei fondi comunitari, e diventerà contributore netto: verserà più di quanto riceverà.
Una svolta che si vedrà soprattutto nella politica agricola, dove non a caso nei mesi scorsi il governo ultraconservatore di Varsavia, grande alleato di Kiev quando si trattava di armi, ha bloccato l’import di grano ucraino per placare l’ira dei contadini polacchi. «Senza restrizioni ai loro prodotti, ci opporremo all’ingresso di Kiev», ha detto il ministro dell’Agricoltura Robert Telus.
Ma la decisione spetterà al prossimo governo, che sarà guidato dall’europeista Donald Tusk.
Qui Stati Uniti
Così Bruxelles indebolisce la retorica di Trump
dal nostro corrispondente Paolo Mastrolilli
Von Der Leyen e Zelensky
NEW YORK - Gli Usa hanno sempre favorito l’ingresso dell’Ucraina nella Ue, per ovvie ragione geopolitiche, a partire dalla sua integrazione nel mondo e l’economia occidentale, senza i rischi legati all’entrata nella Nato.
Ora però c’è anche un motivo di politica interna forte, che può avere un impatto sulle presidenziali del 2024.
I trumpiani giustificano la volontà di interrompere gli aiuti a Kiev anche col fatto che l’America paga più dell’Europa. Non è vero, ma funziona. L’ingresso nella Ue è una risposta concreta che smentisce questa narrazione.
Qui Russia
Putin stavolta non dice no. “Ma verranno colonizzati”
dalla nostra inviata Rosalba Castelletti
Vladimir Putin
MOSCA — Vladimir Putin ha più volte assicurato di «non avere nulla in contrario» all’adesione di Kiev alla Ue. «A differenza della Nato non è un blocco politico-militare», ha detto in passato quasi a suggerire un compromesso. Ma ha anche avvertito che Kiev «rischia di diventare una colonia» di Bruxelles.
È quanto ha ribadito ieri il capo del Consiglio di Sicurezza Nikolaj Patrushev parlando di Chisinau: «Perderà la sua sovranità. Diventerà un’altra vittima del colonialismo occidentale». Parole che fanno presa nell’elettorato filorusso.
La Russia vede tre ex Repubbliche sovietiche allontanarsi dalla sua sfera: non solo Ucraina e Moldova che hanno ottenuto l’ok della Commissione ai negoziati d’adesione, ma anche la Georgia che aspira allo status di Paese candidato. Ma giocherà tutte le sue carte per ostacolare il loro già accidentato cammino verso Bruxelles.