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Gaza, in trappola all’ospedale Indonesian tra i malati allo stremo sotto le bombe israeliane

(afp)
Il calvario di Samia, che sperava di trovare nell’ospedale un rifugio sicuro
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DEIR EL BALAH — All’inizio del conflitto Samia – sorella maggiore di chi vi scrive – ha continuato a dire che no, dalla sua casa a Jabalia non se ne sarebbe andata. Col marito Ghassan ha resistito in ogni modo: arrivando persino a stipare nel modesto appartamento altri 45 familiari provenienti da villaggi più a Nord. È rimasta anche dopo che due dei suoi figli sono morti sotto un bombardamento aereo: «Ci sono troppi anziani in famiglia», lamentava al telefono. «Come possiamo portarli a Sud?». Poi, il 31 ottobre, il pesante bombardamento su Jabalia ha seriamente danneggiato la sua residenza, ferendo gravemente diversi parenti, compresa la suocera e una figlia di 17 anni. Da allora, la famiglia si è rifugiata nel vicino Indonesian Hospital: lo stesso dove, con un carretto spinto a mano, aveva portato i suoi feriti. L’ospedale costruito con fondi indonesiani nel 2011, ha appena 100 posti letto e già prima di quell’ennesima strage trattava un numero di pazienti dieci volte superiore alle …

DEIR EL BALAH — All’inizio del conflitto Samia – sorella maggiore di chi vi scrive – ha continuato a dire che no, dalla sua casa a Jabalia non se ne sarebbe andata. Col marito Ghassan ha resistito in ogni modo: arrivando persino a stipare nel modesto appartamento altri 45 familiari provenienti da villaggi più a Nord. È rimasta anche dopo che due dei suoi figli sono morti sotto un bombardamento aereo: «Ci sono troppi anziani in famiglia», lamentava al telefono. «Come possiamo portarli a Sud?». Poi, il 31 ottobre, il pesante bombardamento su Jabalia ha seriamente danneggiato la sua residenza, ferendo gravemente diversi parenti, compresa la suocera e una figlia di 17 anni. Da allora, la famiglia si è rifugiata nel vicino Indonesian Hospital: lo stesso dove, con un carretto spinto a mano, aveva portato i suoi feriti. L’ospedale costruito con fondi indonesiani nel 2011, ha appena 100 posti letto e già prima di quell’ennesima strage trattava un numero di pazienti dieci volte superiore alle sue possibilità. Samia credeva che lì sarebbero stati al sicuro, luogo su cui le bombe non sarebbero cadute e dove avere accesso almeno all’essenziale, nonostante già altre 5mila persone lo avessero eletto a dimora. «Invece ci siamo infilati in una trappola ancora peggiore», ha raccontato ieri disperata. «Viviamo in un incubo. Le bombe cadono sempre più vicine e la situazione sta degenerando. Siamo tagliati fuori da ogni risorsa. Non arrivano aiuti, non c’è più cibo né acqua, i malati ululano di dolore perché anche le scorte di medicinali si stanno esaurendo e le loro ferite non si rimarginano, anzi peggiorano. Fra poche ore, dicono i medici, finirà il carburante. Ci ritroveremo tutti al buio e le macchine salvavita si fermeranno. Come sopravviverà la mia povera figlia che ha perso un occhio e ha bisogno di monitoraggio continuo?».

Secondo Israele l’Indonesian cela l’ingresso di uno dei tunnel di Hamas. Ipotesi contestata da Giakarta che ha finanziato i lavori e ancora mantiene lì il suo staff medico. E anche dal direttore dell’ospedale Atef al-Kahlout: «L’ingresso del presunto tunnel è un tombino per lo storaggio della benzina, le presunte conversazioni tra medici e uomini di Hamas sono costruite ad arte, forse con l’intelligenza artificiale», dice in un video dove mostra le schegge di missili cadute sulla struttura. Per le persone al suo interno, è l’ennesimo inferno. «Certo che evacueremmo al Sud, ma come facciamo?», piange Samia quelle poche volte che riesce a ricaricare il telefono e a prendere la linea. «Non possiamo lasciare indietro anziani e feriti. Non basta un cessate il fuoco di poche ore: i nostri feriti come li trasportiamo? Servirebbe una vera tregua. E servirebbero i mezzi. Decine di ambulanze. Se vogliono che ce ne andiamo, devono darci i mezzi per farlo».

Le condizioni in cui sopravvivono sono disperate. Mentre fuori si combatte, stanze, scale e corridoi dell’intera struttura sono coperti da giacigli di fortuna, a volte divisi da uno straccio di tenda nel tentativo di una privacy impossibile. Andare al gabinetto è una lotta. All’inizio hanno tentato di darsi turni di pulizie, ma l’arrivo continuo di nuovi rifugiati ha fatto saltare ogni regola. «L’odore di morte è ovunque. Fino a poco tempo fa pulivamo tutto con l’aceto, poi è finito anche quello». Nessuno dorme a causa dei bombardamenti sempre più vicini. «Ormai riposare significa riuscire a chiudere gli occhi per pochi minuti e non essere costretti a guardare l’orrore di bimbi mutilati, vecchi affamati, uomini e donne spezzati».

(testo raccolto da Anna Lombardi)

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