Le Lega araba si spacca sulle sanzioni a Israele. Nasrallah minaccia gli Usa
dalla nostra inviata Gabriella ColarussoBEIRUT — La foto, a suo modo, è storica: per la prima volta da oltre 10 anni i leader di Iran e Arabia Saudita, i due avversari storici in Medio Oriente, si incontrano faccia a faccia. La guerra a Gaza, con oltre 11mila morti, ha unito il mondo arabo e musulmano nella condanna a Israele. Ma dietro le dichiarazioni ufficiali il summit di Riad illumina ancora una volta le linee di faglia che dividono la Lega Araba, al suo interno e rispetto a Teheran. Su un punto soprattutto: la soluzione dei due Stati che ancora ieri il presidente iraniano Raisi ha rifiutato parlando invece di un dovere storico dei musulmani di «armare la resistenza» per un solo stato palestinese «dal fiume al mare».
Il summit della Lega Araba e dell’Organizzazione per la cooperazione islamica convocato d’urgenza da Mohammed Bin Salman ha chiesto il cessate il fuoco immediato, l’embargo sulle esportazioni di armi e munizioni a Israele, l’intervento della Corte penale internazionale per indagare i suoi crimini di g…
BEIRUT — La foto, a suo modo, è storica: per la prima volta da oltre 10 anni i leader di Iran e Arabia Saudita, i due avversari storici in Medio Oriente, si incontrano faccia a faccia. La guerra a Gaza, con oltre 11mila morti, ha unito il mondo arabo e musulmano nella condanna a Israele. Ma dietro le dichiarazioni ufficiali il summit di Riad illumina ancora una volta le linee di faglia che dividono la Lega Araba, al suo interno e rispetto a Teheran. Su un punto soprattutto: la soluzione dei due Stati che ancora ieri il presidente iraniano Raisi ha rifiutato parlando invece di un dovere storico dei musulmani di «armare la resistenza» per un solo stato palestinese «dal fiume al mare».
Il summit della Lega Araba e dell’Organizzazione per la cooperazione islamica convocato d’urgenza da Mohammed Bin Salman ha chiesto il cessate il fuoco immediato, l’embargo sulle esportazioni di armi e munizioni a Israele, l’intervento della Corte penale internazionale per indagare i suoi crimini di guerra e la fine del blocco imposto sulla Striscia per far entrare gli aiuti umanitari, compreso il carburante. È una condanna unanime dell’invasione israeliana. I 57 Paesi si aspettano ora che il consiglio di sicurezza dell’Onu adotti una risoluzione «vincolante per fermare l’attacco» partendo dal presupposto che la guerra contro Gaza non può essere considerata di “autodifesa”.
Ma il comunicato congiunto è frutto di una lunga trattativa che ha smussato le posizioni più dure. Un gruppo di 11 Paesi, su 22 membri della Lega Araba, guidato dall’Algeria, aveva chiesto sanzioni più severe, la rottura delle relazioni diplomatiche con Israele, il blocco delle esportazioni di cibo e petrolio e il divieto all’uso dello spazio aereo nei Paesi arabi per trasportare armi verso Gerusalemme, tutte proposte sostenute dall’Iran. La mozione non è passata: si sono opposti gli Emirati, il Bahrein, il Marocco, firmatari degli accordi di Abramo, ma anche gli stessi sauditi che prima della guerra stavano negoziando un accordo storico con Israele. Nel suo discorso Mbs ha chiesto la fine immediata delle operazioni militari a Gaza ma anche il rilascio di tutti i prigionieri. Per Riad la strada è quella indicata dalla Lega Araba nel 2002 a Beirut: «La fine dell’occupazione israeliana e degli insediamenti illegali e la creazione dello Stato palestinese nei confini del 1967, con Gerusalemme Est come capitale».
Una prospettiva da sempre rifiutata dall’Iran. «Il passare del tempo non legittima l’occupazione, né crea un diritto per l’occupante», ha detto Raisi, rivendicando per «ogni nazione» il diritto di intervenire «indipendentemente». Raisi ha evocato di nuovo il rischio di una escalation regionale: «Se i gruppi della Resistenza saranno delusi dalla comunità internazionale nel porre fine agli attacchi israeliani, non lo tollereranno e nessuno potrà fermare la loro rivolta. Pertanto, qualsiasi incidente potrebbe verificarsi nella regione».
Raisi ha parlato nello stesso momento in cui a Beirut andava in scena il secondo discorso del leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, dopo quello della scorsa settimana. Per il partito di Dio questa continua ad essere una guerra aperta, con le milizie sciite che nel sud del Libano hanno gradualmente alzato il livello dello scontro, passo dopo passo, come ha spiegato Nasrallah, in virtù degli sviluppi sul terreno a Gaza. «Agli americani dico: se volete che si chiudano i fronti secondari (gli attacchi contro le basi Usa in Iraq e Siria, ndr) dovete fermare l’aggressione a Gaza», ha detto Nasrallah, ribadendo in maniera esplicita il sostegno dell’Iran «militare, economico, politico» e insistendo sul fattore tempo che «è dalla parte dei movimenti di Resistenza. Il tempo aiuta a infliggere la sconfitta agli occupanti».
Nasrallah è convinto che gli israeliani non potranno reggere ancora a lungo l’operazione militare per la pressione internazionale. Fa riferimento alle voci europee che si sono smarcate dagli americani – la Francia di Macron – e alle manifestazioni in Occidente: «Il fallimento in termini di opinione pubblica; la paura di una moltiplicazione dei fronti; le pressioni economiche dirette e indirette; la pressione delle famiglie dei prigionieri a Gaza... Tutti questi fattori alla fine porteranno alla sconfitta del nemico». A Nasrallah ha risposto il ministro israeliano Gallant minacciando ritorsioni contro il Libano se Hezbollah aumenterà gli attacchi: «Quello che possiamo fare a Gaza, possiamo farlo anche a Beirut»