Ucraina, il soldato Sergey a casa dal fronte per tre giorni di licenza: “Noi sfiniti, perché nessuno ci dà il cambio?”
dal nostro inviato Paolo BreraSergey Kornienko
KIEV – Il sergente Kornienko è stanco morto. Il sergente Kornienko ha una fame da lupo, e affonda il cucchiaio nel bortsch bollente. “È il suo piatto preferito, con il lardo e il pane nero, con l’aglio e la cipolla e il pepe amaro”, racconta Yulia che lo ha appena levato dal fuoco e ha gli occhi che luccicano: “Finalmente a casa, il mio Sergey”.
In 21 mesi di guerra il signor Sergey Kornienko - proprietario 42enne di una macelleria all’ingrosso di pollame in un paesino vicino a Kamianske, nella regione di Dnpro, arruolatosi volontario due giorni dopo l’attacco - “ha avuto due licenze, venti giorni in tutto”. Il resto del tempo lo ha trascorso in prima linea: artigliere al mortaio.
“Non si può restare al fronte così a lungo - si sfoga Sergey – a digiunare per non dover andare in bagno fuori dalla trincea, a pisciare vergognandoti in un bottiglione di plastica da 5 litri perché se metti il naso fuori i droni ti fanno secco. Qualche volta bombardano così vicino che ti salta l’anima …
KIEV – Il sergente Kornienko è stanco morto. Il sergente Kornienko ha una fame da lupo, e affonda il cucchiaio nel bortsch bollente. “È il suo piatto preferito, con il lardo e il pane nero, con l’aglio e la cipolla e il pepe amaro”, racconta Yulia che lo ha appena levato dal fuoco e ha gli occhi che luccicano: “Finalmente a casa, il mio Sergey”.
In 21 mesi di guerra il signor Sergey Kornienko - proprietario 42enne di una macelleria all’ingrosso di pollame in un paesino vicino a Kamianske, nella regione di Dnpro, arruolatosi volontario due giorni dopo l’attacco - “ha avuto due licenze, venti giorni in tutto”. Il resto del tempo lo ha trascorso in prima linea: artigliere al mortaio.
“Non si può restare al fronte così a lungo - si sfoga Sergey – a digiunare per non dover andare in bagno fuori dalla trincea, a pisciare vergognandoti in un bottiglione di plastica da 5 litri perché se metti il naso fuori i droni ti fanno secco. Qualche volta bombardano così vicino che ti salta l’anima in gola. Ma anche la paura, dopo tante notti e tanti giorni in trincea, cambia volto e diventa panico, e ti ritrovi a urlare rannicchiato nel tuo sacco a pelo sulla ‘panchina’, il pallet di legno su cui riposiamo tra un’infinità di topi che si mangiano tutto”.
Yulia, ex direttrice di un asilo nido che oggi porta avanti con successo il business dei polli, è una delle mogli scese in piazza già due volte, nelle ultime settimane. Chiedono una “legge sulla smobilitazione che consenta ai soldati in area di combattimento da 18 mesi di tornare a casa a rigenerarsi”, racconta. Un movimento nato in sordina sui social ed esploso in tutto il paese, sotto gli occhi degli uomini della Sbu, i servizi ucraini. Manifestare non è permesso, l’Ucraina è sotto legge marziale e il dissenso è vietato, è sovversione. Ma per ora le autorità non sono intervenute, mentre già è in programma una terza manifestazione in decine di città.
Yulia durante le proteste in piazza, il cartello dice “E’ partito per difendere un paese libero e durante la guerra è diventato schiavo”
“Per legge tutti militari possono avere 30 giorni di licenza ogni anno. Io ho avuto venti giorni in tutto, più qualche visita a sorpresa approfittando di piccoli incarichi e della vicinanza”. Oggi è a casa per una di queste scappatelle, “tre giorni e torno in prima linea”. In tuta e scarpe da ginnastica, il 26 febbraio 2022 lo arruolarono nella Difesa territoriale vicina a Donetsk, nella famigerata Sporgenza Vremetsky. “Poi mi hanno spostato dalle parti di Robotyne, e sono ancora lì”. E’ uno dei teatri di guerra più drammatici.
“Abbiamo i turni, una settimana in prima linea in trincea e tre giorni a riposare nelle retrovie, a sette chilometri dai russi. E’ sempre pericolosissimo ma finalmente ti fai una doccia, vai in bagno quando vuoi e mangi quando hai fame. In trincea facciamo turni di quattro ore di guardia in tre persone, e altrettante di riposo. Leggi qualche libro scaricato sul telefonino, niente connessione perché è pericoloso: se scovano il segnale siamo tutti morti”.
Il suo incarico è far tuonare il mortaio. “Sono nascosti tra gli alberi, non lontani dalla trincea. L’ordine arriva via radio, non decidiamo noi: allora svegli tutti e salti fuori dalla trincea. E’ il momento più pericoloso, c’è pieno di droni che ronzano. Corri fino al mortaio, spari e te ne torni al riparo in trincea. L’ho scavata con le mie mani insieme agli altri. E’ coperta da tronchi di legno e terra. Là sotto non abbiamo nulla, nemmeno la stufa perché il fumo ci tradirebbe. Ognuno ha un fornellino a gas da campeggio, ma cerchiamo di usarlo pochissimo”.
Là sotto, dice, perdi il contatto con la realtà e con il tempo. Ma quello che conta è sopravvivere e combattere: “Grazie al nostro comandante non abbiamo avuto caduti, solo feriti gravi. L’artiglieria leggera è meno a rischio della fanteria di assalto ma la paura si accumula, prima sopportavamo i bombardamenti forti ma ora quando dobbiamo uscire per correre al mortaio e sentiamo i colpi del nemico, i 100 millimetri dei carri armati, i 150 dei mortai o i razzi o i droni, andiamo in panico. A turno, qualcuno non riesce più a controllare la reazione e si butta a terra rannicchiandosi con la testa tra le mani”.
Sono stanchi, fisicamente e psicologicamente. Chiedono che per un po’ tocchi a qualcun altro difendere il paese. Ma non è una resa: “Non conosco nessuno che dica di essere d’accordo a un cessate il fuoco in cambio della rinuncia ai territori occupati. Il venti per cento di noi vuole andare avanti fino alla fine, il 30% è indeciso, l’altra metà vorrebbe essere smobilitato per un po’ prima di tornare per finire il lavoro e ricacciare i russi per sempre”.
Nella controffensiva non ha mai creduto: “Non mi aspettavo nulla, per questo oggi non mi dispero. Ho sempre visto la situazione nella realtà: siamo pochi, con poche armi e munizioni. Le regole militari dicono che il rapporto in attacco deve essere almeno di tre a uno, nella mia brigata siamo lontanissimi. Nei social, d’altronde, lo dicono anche i comandanti”.
A casa, ora, ci sono Yana e Yaroslava, 18 e 14 anni, che lo coccolano: “Non avrei potuto guardarvi negli occhi, se non fossi andato a combattere - dice Sergey - ma è difficile anche passeggiare per il paese. Non parlo più ai conoscenti che si nascondono per non andare in guerra”. “Molti nostri soldati si sono presentati volontari - dice Yulia - perché adesso non possono essere sostituiti? Nel nostro villaggio vivono 2.500 persone, solo 12 sono andate in guerra. E sette sono già sotto terra”.
Il sergente artigliere Sergiy Kornienko, 42 anni, con le figlie Yana, 18 anni, e Yaroslava, 14 anni e con la moglie Yulia
Ma la battaglia delle mogli sta sollevando un polverone: “Chi vi organizza? Chi c’è dietro?, ci domandano. Il sindaco di Dnipro – dice Yulia - ci ha definite ‘feccia prezzolata’. Siamo sole, invece. E’ una sfida alla solidarietà delle donne. E beh, io dico che va bene così: insieme ce la faremo”