Euromaidan dieci anni dopo, Zelensky celebra la Giornata della dignità: “Fu la nostra prima vittoria in questa guerra”
dal nostro inviato Paolo BreraKIEV – Dieci anni fa, quando tutto cominciò, in questa piazza Maidan che oggi è tornata a essere gelida e sonnolenta nonostante la guerra, tra i selfie delle coppiette e qualche annoiato militare di guardia, germogliò la protesta che avrebbe cambiato per sempre la storia dell’Ucraina. Era il 21 novembre del 2013 e stava iniziando l’Euromaidan, che porterà alla cacciata del presidente filorusso Viktor Yanukovic aprendo un solco incolmabile con la Russia.
Si è ragionato mille volte sulla Nato come pretesto o motivo del conflitto di oggi, ma fu piuttosto il sogno di Europa a creare il divorzio con Mosca e a generare quella scia di veleno e sangue che ha portato alla guerra ininterrotta iniziata nel 2014, sfociata nell’invasione russa del febbraio 2022. Gli ucraini la chiamano la “rivoluzione della dignità”, e la festeggiano ogni anno il 21 novembre. Per una coincidenza davvero singolare coincide con lo stesso giorno in cui, nel 2014, Yanukovic vinse barando le presidenziali, scatenan…
KIEV – Dieci anni fa, quando tutto cominciò, in questa piazza Maidan che oggi è tornata a essere gelida e sonnolenta nonostante la guerra, tra i selfie delle coppiette e qualche annoiato militare di guardia, germogliò la protesta che avrebbe cambiato per sempre la storia dell’Ucraina. Era il 21 novembre del 2013 e stava iniziando l’Euromaidan, che porterà alla cacciata del presidente filorusso Viktor Yanukovic aprendo un solco incolmabile con la Russia.
Si è ragionato mille volte sulla Nato come pretesto o motivo del conflitto di oggi, ma fu piuttosto il sogno di Europa a creare il divorzio con Mosca e a generare quella scia di veleno e sangue che ha portato alla guerra ininterrotta iniziata nel 2014, sfociata nell’invasione russa del febbraio 2022. Gli ucraini la chiamano la “rivoluzione della dignità”, e la festeggiano ogni anno il 21 novembre. Per una coincidenza davvero singolare coincide con lo stesso giorno in cui, nel 2014, Yanukovic vinse barando le presidenziali, scatenando un’altra rivoluzione: quella “arancione”.
Il ricordo di Zelensky
L’Euromaidan fu la rivolta “contro l'illegalità e i tentativi di privarci del futuro europeo. Contro la nostra schiavitù”, dice oggi il presidente Volodymyr Zelensky celebrandola. Eppure, dice al suo popolo in trincea a grondare sangue per difendere il Paese dall’invasione, dieci anni fa “gli ucraini si sono uniti non solo contro qualcosa, ma soprattutto per se stessi”. Furono giornate difficili anche allora, perché le manifestazioni furono sedate con la forza. Scorse il sangue in una repressione feroce, ma gli ucraini non tornarono a chiudersi in casa: affollarono le piazze fino a liberarle da chi sparava al suo popolo.
A scendere in piazza ogni giorno più numerosi erano “tutti quelli che, dopo l’arbitrarietà della forza, hanno sentito ‘stanno picchiando anche me, fa male anche a me, sono colpi inferti alla giustizia, alla verità, alla libertà, al nostro domani comune’”, dice Zelenskyj. Se avessero “inghiottito l’illegalità, se avessero avuto paura e non avessero combattuto – ragiona il presidente ed è chiaro il filo teso con l’attualità – il futuro sarebbe stato in pericolo”. È in quel momento, dice al suo popolo stremato da due anni di combattimenti e bombardamenti a tutto campo, che “ha avuto luogo la prima vittoria nella guerra di oggi. La vittoria sull’indifferenza. La vittoria del coraggio. La vittoria della rivoluzione della dignità, della resistenza popolare, della società civile, l'impresa di tutti coloro che hanno combattuto per la libertà”. Quella, dice, fu “la nostra prima controffensiva”.
Come ebbe inizio Euromaidan
A spargere il seme da cui fiorì la rivoluzione della dignità fu il post sui social di un giornalista, Mustafa Nayem, ripubblicato migliaia di volte in poche ore facendo scendere in piazza quel manipolo iniziale di protestanti spaesati, senza striscioni né bandiere, senza organizzatori ufficiali né capipopolo. Erano lì perché poche ore prima il presidente Yanukovic aveva firmato un decreto che sospendeva il processo verso l’associazione con l’Unione europea iniziato con un accordo siglato a marzo. Il motivo addotto dal presidente era dichiaratamente economico: dopo l’accordo di scambio commerciale siglato tra Kiev e Bruxelles a fine marzo, Mosca aveva reagito ad agosto con una politica doganale feroce verso le esportazioni ucraine in Russia, facendo crollare il Pil del Paese satellite già pesantemente disastrato nei conti pubblici.
Quando il Fondo monetario internazionale vincolò un maxiprestito vitale a Kiev da 4 miliardi di dollari a una serie di pretese tra cui un brutale aumento delle bollette del gas, Yanukovic ebbe l’occasione per congelare l’accordo di associazione con la Ue che Mosca vedeva come uno sciame di vespe in camera. Non poteva stracciarlo, perché c’era ormai una generazione nata dopo la fine dell’Unione sovietica del 1991 che si percepiva libera, e non avrebbe accettato di vedersi scippare il sogno di un futuro pienamente democratico e di un approdo nel mondo occidentale. Ma pensò di poterlo surgelare “in attesa che gli scambi con la Ue compensino la perdita di quelli con la Russia”, cioè – dal suo punto di vista – a tempo indeterminato. Quel giorno stesso, un primo piccolo sciame di vespe cominciò a ronzare in piazza Maidan.
La fuga di Yanukovic
Tre mesi dopo, a febbraio, con qualche centinaio di morti sulla coscienza per le repressioni e il tentativo di rimuovere il presidio fisso in piazza Maidan, Yanukovic volò via da Kiev riparando in Russia insieme al suo primo ministro e ai più esposti tra i filorussi del suo governo. L’annessione della Crimea alla Russia e la secessione del Donbass in due staterelli autoproclamati e sostenuti da Mosca aprirono la ferita di un divorzio che non si è mai riusciti a rendere consensuale, né quantomeno civile.