A Gaza Israele spara sulle barche dei pescatori, si teme per la ripesa della guerra
di Sami al-AjramiKHAN YUNIS “Uscire in mare è vietato. Sarà considerato una violazione della tregua”: martedì l’esercito israeliano lo aveva ripetuto in arabo più volte dagli altoparlanti. E ieri dunque, non ha esitato a sparare “colpi di avvertimento” contro le barche dei pescatori (chiamarli pescherecci è troppo, si tratta di navi piccole) costringendoli a tornare a riva. Eppure,quel pesce che cercavano di procacciare è essenziale per la popolazione locale affamata, Trovare qualcosa di fresco e nutriente da dare a bambini e anziani è ormai praticamente impossibile. E quei poveretti non stavano tentando di scappare: erano solo a poche decine di metri dalla riva, cercando appunto di pescare qualcosa da vendere e guadare qualcosa. Anche approcciarsi all’acqua, insomma, è diventato pericoloso.
Sempre ieri, le navi israeliane che dal mare vegliano sull’isolamento forzato della Striscia, hanno lanciato altri missili verso un ampio tratto di costa: colpendo le aree di Khan Yunis, Al-Shati e Sheikh Ra…
KHAN YUNIS “Uscire in mare è vietato. Sarà considerato una violazione della tregua”: martedì l’esercito israeliano lo aveva ripetuto in arabo più volte dagli altoparlanti. E ieri dunque, non ha esitato a sparare “colpi di avvertimento” contro le barche dei pescatori (chiamarli pescherecci è troppo, si tratta di navi piccole) costringendoli a tornare a riva. Eppure,quel pesce che cercavano di procacciare è essenziale per la popolazione locale affamata, Trovare qualcosa di fresco e nutriente da dare a bambini e anziani è ormai praticamente impossibile. E quei poveretti non stavano tentando di scappare: erano solo a poche decine di metri dalla riva, cercando appunto di pescare qualcosa da vendere e guadare qualcosa. Anche approcciarsi all’acqua, insomma, è diventato pericoloso.
Sempre ieri, le navi israeliane che dal mare vegliano sull’isolamento forzato della Striscia, hanno lanciato altri missili verso un ampio tratto di costa: colpendo le aree di Khan Yunis, Al-Shati e Sheikh Radwan. Solo per caso non ci sono state vittime visto che ormai pure le spiagge sono entrate nella vita quotidiana delle persone. E non solo perché l’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati, è stata costretta a piantare tende pure sulla sabbia, giacché ogni angolo di territorio è occupato. Il fatto è che con l’acqua potabile diventata estremamente preziosa, in spiaggia si va pure per lavarsi: se fa caldo direttamente in mare col sapone. Altrimenti scaldando l’acqua su bracieri improvvisati e poi strofinandosi con pezze bagnate. Soprattutto la mattina, sono tante le donne che provano a tenere puliti così i propri bambini. In quella stessa acqua salata poi ci lavano i panni.
D’altronde, se il tempo lo permette – di recente è stato brutto ma ieri c’era il sole - è ancora in spiaggia che si va a cucinare: per non sprecare il gas da cucina. Nelle settimane scorse era scomparso del tutto, ora grazie ai convogli umanitari si trova di nuovo ma ad ogni famiglia viene data appena una bombola da 12 litri che basta si e no un mese. Finché la tregua dura e c’è il sole, insomma, meglio sfruttarla al minimo. Già finché dura: il timore di nuovi bombardamenti imminenti è diffuso. Dunque, ci si prepara al peggio e non solo psicologicamente. In queste ore tutti stanno facendo quanti più acquisti è possibile. Scorte di cibo, coperte, benzina e quanto altro potrà essere utile per affrontare un futuro potenzialmente cupo: pericoloso per la ripresa delle operazioni militari che ora potrebbero estendersi pure qui a Sud. In quel caso il flusso degli aiuti umanitari potrebbe tornare a interrompersi, affamando nuovamente la popolazione già allo stremo.
Che poi è la situazione in cui si trovano già le circa 300 mila persone rimaste nel nord della Striscia. Per loro, di fatto, la tregua ha significato solo l’interruzione dei bombardamenti. Non poco, certo, ma nessun altro vantaggio: gli aiuti umanitari non sono andati oltre gli ospedali di Gaza City e nulla è arrivato nelle aree settentrionali vicine al confine israeliano. Dove si sopravvive a cipolle e peperoni che qualche contadino ancora riesce a vendere.
Ma è sempre più difficile anche solo allontanarsi da casa: i checkpoint israeliani sono ovunque e impediscono la libera circolazione delle persone. Ne ha fatto le spese proprio ieri un uomo di Beit Hanoun, il villaggio più a nord dell’intera Striscia. Dopo essere rimasto per giorni in una scuola dell’Unrwa, insieme ad altri aveva tentato di tornare al villaggio per vedere in che condizioni era la sua casa. Gli hanno sparato ed è morto. Molte aree del nord sono comunque invivibili a causa del livello di distruzione. A essere cambiata è la morfologia: è facile perdere l’orientamento, perché non esistono più punti di riferimento. In quelle aree manca tutto: non si trova pane, acqua, elettricità. Se non si trova una soluzione di pace, quelle persone – uomini, donne e bambini - sono destinate a morire.