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Le notti intorno al fuoco a Gaza e quei racconti che ci tengono vivi

(reuters)

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Mentre le bombe piovono su Khan Yunis, senza tv e internet ci si intrattiene con pettegolezzi e ricordi. Per fuggire dall’incubo
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RAFAH – La notte nella Striscia di Gaza fa paura. Le bombe, le urla, le sirene delle ambulanze, i sospiri: da quasi due mesi di notte qui non c’è silenzio. Eppure da quando siamo arrivati a Rafah, ultima tappa del nostro peregrinare che ci ha visto spostarci sette volte dall’inizio della guerra, le sere sembrano quasi normali.

Nello scantinato di una casa nel centro città, messo a disposizione gratuitamente da alcuni amici, da poco ci siamo sistemati in 26, la mia famiglia e le altre persone che sono evacuate con noi. Ci sentiamo fortunati perché abbiamo un bagno e possiamo vivere in condizioni migliori rispetto a chi si trova nelle tende sul mare o nei rifugi.

La nostra vita ora ruota tutta intorno al piccolo fuoco che le donne accendono la mattina per scaldare l’acqua con la quale lavano i bambini - noi adulti riusciamo a farci il bagno soltanto una volta a settimana - e più tardi per cucinare. Non è facile per queste ragazze, abituate fino a due mesi fa a utilizzare elettrodom…

RAFAH – La notte nella Striscia di Gaza fa paura. Le bombe, le urla, le sirene delle ambulanze, i sospiri: da quasi due mesi di notte qui non c’è silenzio. Eppure da quando siamo arrivati a Rafah, ultima tappa del nostro peregrinare che ci ha visto spostarci sette volte dall’inizio della guerra, le sere sembrano quasi normali.

Nello scantinato di una casa nel centro città, messo a disposizione gratuitamente da alcuni amici, da poco ci siamo sistemati in 26, la mia famiglia e le altre persone che sono evacuate con noi. Ci sentiamo fortunati perché abbiamo un bagno e possiamo vivere in condizioni migliori rispetto a chi si trova nelle tende sul mare o nei rifugi.

La nostra vita ora ruota tutta intorno al piccolo fuoco che le donne accendono la mattina per scaldare l’acqua con la quale lavano i bambini - noi adulti riusciamo a farci il bagno soltanto una volta a settimana - e più tardi per cucinare. Non è facile per queste ragazze, abituate fino a due mesi fa a utilizzare elettrodomestici moderni, ritrovarsi a cercare la legna e accendere la brace che cerchiamo di tenere accesa tutto il giorno. Fino alla notte quando la fiammella diventa il centro delle nostre attività.


Pur andando a dormire presto, quando scende il sole ci ritroviamo tutti intorno al fuoco. Prepariamo il tè - ogni tanto siamo riusciti a bere un caffè ed è stato un piccolo miracolo – e iniziamo a parlare. Di pettegolezzi di famiglia, di parenti che vivono fuori da Gaza. La sera è il momento in cui cerchiamo di sostenerci a vicenda e a volte anche di riderci su. Ce lo imponiamo, per la salute della nostra mente, e il metodo migliore per andare lontano da qui è quello di tornare indietro nei ricordi della vita a Gaza prima della guerra.

Proprio ieri sera abbiamo raccontato ai più piccoli dei nostri viaggi in Egitto e abbiamo promesso loro che finita la guerra li porteremo in vacanza fino al deserto del Sinai. Per loro è vitale, spinge la speranza verso il futuro. Nelle sere in cui riusciamo ad avere la connessione a internet io divento l’attrazione: essendo un giornalista ho accesso ai gruppi WhatsApp dove con i colleghi ci scambiamo informazioni su bombardamenti, morti, operazioni di terra. Non essendoci la televisione tutti vogliono sapere e allora per pochi minuti divento il loro televisore.

È in quei momenti che quello che succede fuori da questi attimi di serenità che ci siamo costruiti con fatica rientra prepotente nelle nostre menti. Così non posso fare a meno di pensare alle centinaia di persone che ho visto vagare per il centro di Rafah in cerca di cibo: è il vero incubo di questa città che ora ospita oltre un milione di rifugiati. Hanno bisogno di saziare intere famiglie e non hanno soldi. Noi cerchiamo di mettere da parte il più possibile il cibo in scatola perché non ci sono frigoriferi e riusciamo a preparare soltanto un pasto al giorno per non sprecare cibo. Ieri sono riuscito addirittura a trovare delle arance, nessuno le vuole perché non saziano abbastanza.
A Rafah si sentono soltanto pochi attacchi aerei ma la mia rete di colleghi mi racconta di pesanti bombardamenti a Khan Yunis dove da ore le forze israeliane hanno accerchiato la casa di Yahya Sinwar, il leader di Hamas che chiaramente non si trova lì. È stata distrutta da tempo ma da almeno cinque giorni l’area è stata fatta evacuare e i tank israeliani sono confluiti. Sono convinti che ci siano dei tunnel sotto lo stabile anche se noi siamo certi non sia così.

L’altra emergenza resta quella degli ospedali che non riescono a gestire la quantità di malati che arrivano per ustioni, problemi respiratori, ferite da esplosione. Succede nella struttura sanitaria di al-Aqsa, nel centro della Striscia, dove amici e colleghi parlano di una situazione terribile con i pochi medici in servizio – è stato lanciato un appello a medici e infermieri volontari - costretti a curare i pazienti sul pavimento perché non ci sono più barelle e lettini e malati in fila fuori dall’edificio in attesa di trovare posto.

Quando il fuoco si spegne e i pensieri della notte prendono il sopravvento c’è solo una speranza che mi dà la forza di andare avanti: Israele ha detto che Khan Yunis è l’ultimo obiettivo dopo il Nord e Gaza City, così voglio credere che la fine della guerra possa arrivare presto. Al massimo in due settimane. Non riesco a immaginare che qualcuno voglia stiparci qui a Rafah fino all’impossibile per poi costringerci a forzare il confine e a riversarci in Egitto. Dopo sette volte in cui ho detto ai miei di preparare le loro cose e salire su mezzi di fortuna per spostarci sotto le bombe, ora ci fermiamo qui. Buonanotte.

(testo raccolto da Benedetta Perilli)

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