RAFAH — Per le ragazze di Gaza la speranza più grande è sempre venuta dallo studio: strumento di emancipazione femminile e riscatto sociale, ponte verso quel futuro che oggi non riusciamo a vedere. Ora anche quella speranza è morta. Le ragazze hanno smesso di studiare, impegnate come sono a proteggersi dai missili e a sopravvivere. Gli stessi edifici in cui fino a pochi mesi fa sedevano in classe sono stati distrutti. Come l’Università Al-Azhar di Gaza City.
Lì studiavano al primo anno, le mie due figlie Besan e Ruba, gemelle di 19 anni. Besan studiava tecnologia dell’informazione, Ruba infermieristica. E oggi? Oggi non c’è più tempo per i libri. La loro prima occupazione è sconfiggere il panico, la paura delle bombe. Nel 2012 sono state traumatizzate da un bombardamento. Besan è stata gravemente ferita alla mano destra, ma Ruba, che come gemella è molto sensibile al dolore della sorella, conserva ancora il ricordo di quel giorno. Tutte e due sono terrorizzate quando sentono avvi…
RAFAH — Per le ragazze di Gaza la speranza più grande è sempre venuta dallo studio: strumento di emancipazione femminile e riscatto sociale, ponte verso quel futuro che oggi non riusciamo a vedere. Ora anche quella speranza è morta. Le ragazze hanno smesso di studiare, impegnate come sono a proteggersi dai missili e a sopravvivere. Gli stessi edifici in cui fino a pochi mesi fa sedevano in classe sono stati distrutti. Come l’Università Al-Azhar di Gaza City.
Lì studiavano al primo anno, le mie due figlie Besan e Ruba, gemelle di 19 anni. Besan studiava tecnologia dell’informazione, Ruba infermieristica. E oggi? Oggi non c’è più tempo per i libri. La loro prima occupazione è sconfiggere il panico, la paura delle bombe. Nel 2012 sono state traumatizzate da un bombardamento. Besan è stata gravemente ferita alla mano destra, ma Ruba, che come gemella è molto sensibile al dolore della sorella, conserva ancora il ricordo di quel giorno. Tutte e due sono terrorizzate quando sentono avvicinarsi un aereo, e ogni volta cerco la forza di metterle al riparo e poi, passato il pericolo, di calmarle e rassicurarle.
Da ieri non ci sono stati cambiamenti, e questa per la nostra famiglia è una buona notizia. Siamo fuggiti dal Nord e siamo da alcuni giorni a Rafah, al confine con l’Egitto, in una casa del centro in cui ci siamo rifugiati in 26. L’esercito israeliano ha colpito la città durante la notte con bombardamenti pesanti ma per fortuna lontani da dove siamo noi. Neanche qui però possiamo sentirci al sicuro.
Nelle poche ore in cui abbiamo accesso alla connessione Internet, le mie ragazze si attaccano al cellulare e si scambiano informazioni tramite WhatsApp con amiche e compagne di università. Le notizie spesso fanno crescere la loro ansia, quando non sono tragiche. Qualche settimana fa Ruba ha saputo che una delle sue migliori amiche è morta a causa di un missile che ha colpito la sua abitazione. La notizia l’ha distrutta, ha pianto per giorni.
La connessione, anche quando c’è, è comunque talmente debole che su WhatsApp non si possono inviare video. E le mie ragazze, che prima si svagavano con Netflix, ora possono dimenticarsi anche film e serie tv. Il loro tempo è stravolto. Sono lontani i giorni dell’università e delle loro passioni: la musica e l’equitazione. Non suonano più il violino. Non vanno più a cavallo, un’attività che le ha aiutate tantissimo a superare i traumi. Dove sono oggi le loro amiche, quelle con cui ridevamo tutti insieme per le strade di Gaza City?
La routine oggi è un’altra. Nella piccola comunità in cui viviamo, in questa casa di Rafah, Besan e Ruba cucinano, puliscono, lavano i panni, si prendono cura dei bambini che abitano con noi. Sono i “lavori delle donne”. Non è l’università ma va bene così, va bene tutto, tutto ciò che le tenga impegnate e riesca a non renderle prigioniere dei pensieri di morte e guerra.
Le mie ragazze odiano? Besan e Ruba si informano molto, sanno che Israele sta compiendo dei crimini di guerra, ma cerco di non fare mai discorsi che le portino a odiare. Non solo perché da Israele spesso ci siamo trovati a dipendere – Besan è stata operata anche in Israele – ma perché voglio che ragionino non in termini di odio e nemico, ma di diritti. Il loro diritto a vivere una vita degna. È una delle poche cose che posso fare. L’altra è provare a tirarle fuori di qui. Ho cercato di farle uscire dal valico di Rafah. Ho chiesto alla mia rete di contatti. Ma finora non c’è stato verso. Vorrei che le mie ragazze se ne andassero, che studiassero magari in Europa,
A Gaza ho dato loro, credo, tutta la libertà possibile. Ora per loro la libertà andrà trovata altrove, fuori dalla Striscia. Sono un padre di 55 anni. E non ho missione più grande.
(Testo raccolto da Daniele Castellani Perelli)