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Bombe e blindati, attacco di Israele a Khan Younis. I palestinesi stremati assaltano i depositi di cibo dell’Onu

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Tel Aviv — L’esercito israeliano dichiara di avere circondato Khan Yunis nel Sud della Striscia di Gaza e di avere cominciato a combattere nel centro della città. Da quando è finito il cessate il fuoco, sei giorni fa, i carri armati e soldati sono scesi in profondità da Nord a Sud per otto chilometri. Mancano altri sei chilometri e poi toccheranno Rafah e il confine con l’Egitto, e a questo punto è chiaro che la cosiddetta battaglia di Khan Yunis non è questione di liberare strade e di espugnare posizioni strategiche, ma bensì di controllare uno per uno i quartieri, trovare gli uomini di Hamas e le loro armi (l’Idf definisce il battaglione di Hamas a Khan Younis “uno dei due dominanti”), ridurre il numero di imboscate che ogni giorno uccidono come minimo un paio di soldati. È un lavoro di setaccio, tra la macerie.

Tutto attorno però è un caos non setacciabile, un milione e mezzo di civili palestinesi che da sessantuno giorni sopravvive sotto la campagna di bombardamenti più pesante …

Tel Aviv — L’esercito israeliano dichiara di avere circondato Khan Yunis nel Sud della Striscia di Gaza e di avere cominciato a combattere nel centro della città. Da quando è finito il cessate il fuoco, sei giorni fa, i carri armati e soldati sono scesi in profondità da Nord a Sud per otto chilometri. Mancano altri sei chilometri e poi toccheranno Rafah e il confine con l’Egitto, e a questo punto è chiaro che la cosiddetta battaglia di Khan Yunis non è questione di liberare strade e di espugnare posizioni strategiche, ma bensì di controllare uno per uno i quartieri, trovare gli uomini di Hamas e le loro armi (l’Idf definisce il battaglione di Hamas a Khan Younis “uno dei due dominanti”), ridurre il numero di imboscate che ogni giorno uccidono come minimo un paio di soldati. È un lavoro di setaccio, tra la macerie.

Tutto attorno però è un caos non setacciabile, un milione e mezzo di civili palestinesi che da sessantuno giorni sopravvive sotto la campagna di bombardamenti più pesante di sempre, come scriveva ieri un’analisi del Financial Times, e che prima aveva abbandonato Gaza City e adesso scappa anche da Khan Yunis per schiacciarsi sempre di più a ridosso del confine egiziano. Gli sfollati si arrangiano come possono a vivere, ora per ora. In molti dormono nelle strade e c’è stato il saccheggio, motivato dalla nuda necessità di mangiare, di un deposito delle Nazioni Unite e di alcuni camion carichi di aiuti che erano appena arrivati dall’Egitto. Altri camion, secondo fonti locali, sono scortati da uomini armati di Hamas. Considerato lo sfacelo, il segretario Antonio Guterres per la prima volta nel suo mandato invoca l’articolo 99 della Carta delle Nazioni Unite e chiede al Consiglio di sicurezza di fare un appello per ottenere un cessate il fuoco umanitario.

Dopo la notizia che martedì i soldati israeliani sono arrivati alla casa di Yahia Sinwar, il capo di Hamas, il primo ministro Netanyahu ha commentato il simbolismo così: «La notte scorsa ho detto che le nostre forze possono raggiungere qualsiasi punto della Striscia, adesso hanno circondato la casa di Sinwar, che non è il suo bunker e può essere in fuga, ma è soltanto questione di tempo e arriveremo a lui». Sinwar è diventato il traguardo e l’obiettivo finale dell’operazione “Spade di ferro”. Il portavoce dell’Idf, Daniel Hagari, in serata ha aggiunto che «Sinwar non è sopra il livello del suolo, è sotto, ma non dirò oltre sulla sua posizione e su quello che sappiamo. Il nostro lavoro è raggiungerlo e ucciderlo». Anche tra gli abitanti di Gaza si parla di Sinwar e le allusioni sui social, le frecciate polemiche, le interviste radio piene di rabbia fanno pensare a un malcontento diffuso, di chi sta perdendo tutto e non trova nessuno a dare risposte.

Ieri il ministro della Difesa, Yoav Gallant, era al Nord a incontrare gli abitanti delle comunità israeliane evacuate dal confine con il Libano a causa dei continui scambi di fuoco con il gruppo Hezbollah, che a partire dal 7 ottobre ogni giorno lancia attacchi pericolosi – ma in funzione dimostrativa – per far sentire la sua solidarietà agli assediati di Hamas dentro Gaza. Gallant ha detto che gli evacuati torneranno alle loro case soltanto quando ci sarà un accordo politico in Libano che farà arretrare Hezbollah dal confine, per il principio che Israele non vuole più convivere con gruppi armati e intenzionati a colpire i civili appena al di là dei muri di confine. Altrimenti, ha detto Gallant, sarà guerra contro Hezbollah. Le sue parole arrivano il giorno dopo la visita del capo dell’intelligence francese, Bernard Émié, a Beirut, in missione diplomatica per avvertire i libanesi che la risoluzione 1701 delle Nazioni Unite – che vieta la presenza militare di Hezbollah nel Sud – potrebbe essere fatta rispettare con la forza. Oppure, sempre secondo la stampa libanese, la risoluzione potrebbe essere cambiata, con la creazione di una zona demilitarizzata di 30 chilometri che parte dal confine. Il fatto che Gallant abbia detto che gli israeliani non potranno tornare nelle loro case fino a quando non ci sarà questo cambiamento, che nel Libano stagnante e dominato da Hezbollah sarebbe una rivoluzione, è il segno che si aspetta che avvenga presto. Ed è anche il segno che si aspetta che la campagna militare di Gaza finisca nel giro di poco tempo, liberando forze che potrebbero agire sul fronte Nord.

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