Il trentennio di Putin: in campo a marzo per il quinto mandato
di Rosalba CastellettiIl comandante in capo Vladimir Putin riscende in trincea per salvare il soldato Zhoga e, con lui, tutti gli abitanti del Donbass. Quando annuncia, com’era ampiamente atteso, che si candiderà alle presidenziali del 17 marzo che lo incoroneranno Zar del Cremlino per la quinta volta almeno fino al 2030, non guarda neppure in camera. È la Giornata degli Eroi della Patria. Ha appena appuntato al petto dei veterani del conflitto in Ucraina la più alta onorificenza militare, la stella d’oro dell’Eroe di Russia. Reduci e familiari dei caduti lo accerchiano nella dorata Sala Georgievskij del Gran Palazzo del Cremlino.
È Artjom Zhoga a chiedere al presidente di ricandidarsi. Non uno a caso. Colonnello nato in Ucraina quand’era parte dell’Urss, Zhoga è “presidente del Parlamento della Repubblica popolare di Donetsk” annessa dalla Russia e comandante del battaglione Sparta guidato dal figlio Vladimir fino alla morte nel marzo ’22. «Ha fatto così tanto per il nostro Donbass. A nome di tutto i…
Il comandante in capo Vladimir Putin riscende in trincea per salvare il soldato Zhoga e, con lui, tutti gli abitanti del Donbass. Quando annuncia, com’era ampiamente atteso, che si candiderà alle presidenziali del 17 marzo che lo incoroneranno Zar del Cremlino per la quinta volta almeno fino al 2030, non guarda neppure in camera. È la Giornata degli Eroi della Patria. Ha appena appuntato al petto dei veterani del conflitto in Ucraina la più alta onorificenza militare, la stella d’oro dell’Eroe di Russia. Reduci e familiari dei caduti lo accerchiano nella dorata Sala Georgievskij del Gran Palazzo del Cremlino.
È Artjom Zhoga a chiedere al presidente di ricandidarsi. Non uno a caso. Colonnello nato in Ucraina quand’era parte dell’Urss, Zhoga è “presidente del Parlamento della Repubblica popolare di Donetsk” annessa dalla Russia e comandante del battaglione Sparta guidato dal figlio Vladimir fino alla morte nel marzo ’22. «Ha fatto così tanto per il nostro Donbass. A nome di tutto il nostro popolo, del nostro Donbass, delle terre annesse, voglio chiederle di prendere parte alle elezioni. Lei è il nostro presidente, noi la sua squadra. Abbiamo bisogno di lei». Il leader supremo lo ringrazia. «Non nasconderò che ho avuto pensieri diversi in momenti diversi, ma ora è il momento di prendere una decisione. Mi candido presidente», risponde Putin. Ma, prima che il filmato dello scambio di battute venga mandato in onda, è inusualmente lo stesso Zhoga ad anticipare ai giornalisti «Si candiderà».
Una sceneggiatura non lasciata al caso. In tempi di pace erano i lavoratori a fare da sfondo al lancio della campagna elettorale, in tempi di “operazione militare speciale” i veterani ne prendono il posto. Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, prova a smentire: «Gli hanno fatto una domanda e lui ha risposto. È stato del tutto spontaneo». Ma a nessuno sfugge il simbolismo del pur scontato rito. «Putin andrà alle urne come leader militare di un Paese in guerra. Questo ci dice la scelta del luogo della dichiarazione: su richiesta di eroi della guerra nel Donbass. L’idea di “allontanarsi dall’agenda militare” e “concentrarsi su questioni sociali interne” è stata scartata», commenta il suo ex consigliere Sergej Markov. «La candidatura è piena di simboli. Putin ha scelto la guerra, la guerra sceglie Putin. Non è tanto una questione di prosperità quanto di sopravvivenza. La posta in gioco viene alzata più in alto possibile», concorda la politologa Tatiana Stanovaja. Il contesto, aggiunge, punta sull’immagine di un «Putin modesto, preso dai problemi reali», «schiavo in galera» che si sacrifica.
L’annuncio mette paradossalmente fine all’unico elemento di suspense dell’ennesima prevedibile campagna elettorale russa. Così scontata che il leader ceceno Ramzan Kadyrov aveva proposto di annullare del tutto le elezioni. A dispetto dei suoi 71 anni, per l’ex spia del Kgb che governa con polso di ferro da quasi un quarto di secolo e gode di un consenso intorno all’80 per cento, le elezioni non sono che una formalità, una foglia di fico per mascherare la “democratura”, con gli esponenti dell’opposizione e della società civile sistematicamente imprigionati, esiliati o eliminati e una carrellata di innocui candidati rivali fantoccio. Putin ne ha bisogno per legittimare il suo potere eterno. Grazie alla riforma costituzionale del 2020 che ha “azzerato” i suoi precedenti mandati, potrebbe teoricamente restare al potere fino al 2036, quando avrà 83 anni.
La campagna elettorale è già iniziata. Dopo anni da “nonno nel bunker” prima a causa della pandemia, poi del conflitto in Ucraina, nelle ultime settimane lo Zar guerriero ha moltiplicato le sue apparizioni pubbliche. E la prossima settimana terrà, per la prima volta in due anni e insieme, la “linea diretta” con i cittadini e la conferenza stampa di fine anno. L’occasione per definire le priorità dei prossimi mesi, consolidare la narrativa sul conflitto in Ucraina come una «battaglia di civiltà» contro l’Occidente e sulla difesa dei «valori della famiglia». “Speranza, fiducia e futuro”, sarà lo slogan secondo Kommersant. Ma invece che di futuro, le autorità fanno leva su temi del passato, come il divieto dell’aborto e del movimento Lgbt. Nemici immaginari per distogliere l’attenzione dai problemi reali.