Lula convince Maduro: vertice con la Guyana per affrontare la crisi
dal nostro inviato Paolo BreraGEORGETOWN (Guyana) — Ci ha provato anche il presidente brasiliano Lula, ultimo di una serie di appelli e preghiere, di inviti e avvertimenti. Ieri ha telefonato al collega venezuelano Maduro ricordandogli che se c’è una cosa di cui non si sente mancanza, nel continente sudamericano, è una guerra aperta per l’Essequibo, la regione guyanese «annessa» dal Venezuela. Ma Maduro ha altro per la testa: ha continuato a bombardare di parole la Guyana col suo nazionalismo aggressivo, salvo poi annunciare «un incontro ad alto livello» per «i prossimi giorni». Il vertice tra i due presidenti è previsto per giovedì 14. È un passo avanti dopo la telefonata di mercoledì tra i ministri degli Esteri di Caracas e Georgetown, ma non è una svolta.
La strada è impervia, un’alta via indicata dal Brasile e benedetta dalla Russia che prevede la mediazione della Celac, la comunità degli Stati latino-americani e caraibici. Mosca si era già allineata all’appello di non compire azioni unilaterali che comprome…
GEORGETOWN (Guyana) — Ci ha provato anche il presidente brasiliano Lula, ultimo di una serie di appelli e preghiere, di inviti e avvertimenti. Ieri ha telefonato al collega venezuelano Maduro ricordandogli che se c’è una cosa di cui non si sente mancanza, nel continente sudamericano, è una guerra aperta per l’Essequibo, la regione guyanese «annessa» dal Venezuela. Ma Maduro ha altro per la testa: ha continuato a bombardare di parole la Guyana col suo nazionalismo aggressivo, salvo poi annunciare «un incontro ad alto livello» per «i prossimi giorni». Il vertice tra i due presidenti è previsto per giovedì 14. È un passo avanti dopo la telefonata di mercoledì tra i ministri degli Esteri di Caracas e Georgetown, ma non è una svolta.
La strada è impervia, un’alta via indicata dal Brasile e benedetta dalla Russia che prevede la mediazione della Celac, la comunità degli Stati latino-americani e caraibici. Mosca si era già allineata all’appello di non compire azioni unilaterali che compromettano la pace; ma con parole ambigue, ribadendo di fatto il sostegno all’alleato Maduro. Ha auspicato la soluzione della crisi non nelle aule della Corte internazionale di giustizia dove giace e dove vorrebbe risolverla Georgetown; ma «a livello locale di vicinato» e tenendo alla larga «pressioni e interferenze straniere».
E mentre Maduro mostra la mappa del Venezuela con la nuova autoproclamata regione della “Guayana Esequiba” e ammassa soldati ai confini, Georgetown fa già in conti con il lutto. Cinque soldati morti in un misterioso incidente d’elicottero mentre pattugliavano la regione contesa per visitare le truppe sparse tra i monti e la foresta pluviale, nella nebbia e nella pioggia. Il meteo è un forte indiziato, ma gli inquirenti sono prudenti: «Le indagini sono in corso». La carlinga in fiamme e il poco che è rimasto dell’elicottero non chiariscono se sia precipitato o sia stato colpito: «Entrambe le ipotesi sono tecnicamente possibili».
Diretta o indiretta, è già una conseguenza della crisi. I tentativi diplomatici sono in corso ma la situazione resta difficile. Il Mercosur, la Comunità caraibica (Caricom), l’organizzazione degli Stati americani (Osa) e la Corte internazionale di giustizia hanno già provato a convincere Maduro a «non intraprendere alcuna iniziativa unilaterale che possa aggravare la disputa» con la Guyana, come ha ribadito ieri Lula. Maduro finora ha tirato dritto con la sua retorica: «Abbiamo optato per il dialogo diretto con la Guyana, ma le sue autorità hanno revocato l’accordo di Ginevra e hanno cominciato a spartire il nostro mare, minacciando di costruire una base militare per il Comando Sud degli Stati Uniti. Non potranno ignorare la volontà sovrana del Venezuela».
Venerdì la Guyana del presidente Ali ha portato la questione al Consiglio di sicurezza Onu, dove Cina e Russia hanno diritto di veto. Il dibattito a porte chiuse non ha prodotto risultati visibili. Il governo guyanese chiede che nessuno prenda sotto gamba le minacce di Maduro, e si prepara agli scenari peggiori: «Hanno un esercito grande trenta volte il nostro, ma noi abbiamo la diplomazia. Abbiamo stretto rapporti con alleati potenti», dice il vicepresidente Bharrat Jagdeo. Nelle basi militari lontane da Georgetown sono già in corso esercitazioni comuni con le forze americane.
La quantità di investimenti Usa e cinesi in Guyana dopo la scoperta dell’immenso giacimento offshore di petrolio è una forte garanzia per Georgetown: «Non penso — ha detto a Cnbc il Ceo di ExxonMobil, Darren Woods — che la Guyana possa cavarsela da sola. Abbiamo visto cosa succede quando la sovranità di una nazione viene messa in discussione... il mondo è diventato sensibile e l’aspettativa è che ci sia ampio sostegno nella comunità internazionale per risolvere la controversia».