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Ecuador in preda alla violenza: fughe dal carcere, assalto alla tv, coprifuoco e la dichiarazione di guerra ai narcos. Ecco cosa sta succedendo nel Paese

Ecuador in preda alla violenza: fughe dal carcere, assalto alla tv, coprifuoco e la dichiarazione di guerra ai narcos. Ecco cosa sta succedendo nel Paese

Otto morti a Guayaquil, dove uomini armati hanno fatto irruzione in diretta in uno studio tv. Terrore anche in altre città. Il presidente Noboa: “Siamo in guerra”. Tutto nasce con l’evasione di “Fito”, il super boss del narcotraffico

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Apri o ti ammazzo”. Tredici uomini armati e incappucciati assaltano gli studi della TC Televisión, l’emittente più importante di Guayaquil, e irrompono nella sala dove era in corso una diretta. Lo fanno dopo aver malmenato alcuni dipendenti e costretto i produttori seduti in regia ad aprire la porta blindata dello studio. Entrano, colpiscono il primo operatore che si trovano davanti, alzano mitra e pistole in aria, urlano minacce e lanciano ordini.

Il giornalista che sta conducendo la trasmissione solleva le mani, viene spintonato; il resto del commando si sparpaglia nella stanza, afferra qualcuno del pubblico, gli punta una pistola in testa; alcuni piangono, altri pregano, la maggioranza resta in silenzio, la testa china o lo sguardo fisso verso il nulla. Una donna ha una crisi. Urla in diretta, con i microfoni ancora accesi: “Non sparate, per favore non sparate”. Un dipendente, in regia, riesce a lanciare un messaggio su Whatsapp: “Venite a salvarci, sono venuti per ucciderci. Dio fai che questo non accada. I criminali sono qui, davanti a noi, in onda”.

(afp)

IL COPRIFUOCO E L’ASSEDIO DEI NARCOS

Sono passate da poco le due di martedì 9 gennaio. E’ ora di pranzo, molta gente sta in casa, si concede una pausa per strada. Ci sono milioni di persone incollate davanti alla tv. Assistono a una scena che l’Ecuador non aveva mai visto. “Sembrava un film, una sceneggiata costruita ad arte”, racconta un commerciante di un mercato della città costiera che si affaccia sul Pacifico, la seconda per importanza e popolazione dell’Ecuador. È il culmine di un’offensiva che coinvolge le 22 bande attive nel paese andino. L’inizio dell’assalto dei narcos allo Stato.

Da due giorni gruppi armati girano in lungo e in largo sparando e uccidendo. Reagiscono al nuovo coprifuoco imposto dal presidente Daniel Noboa, 35 anni, centrodestra, entrato in carica meno di due mesi fa dopo essere stato eletto lo scorso ottobre. Domenica è fuggito il criminale più pericoloso dell’Ecuador. Si chiama Adolfo Macías Villamar, detto “Fito”, un gigante con un barbone nero che gli circonda il viso, gli occhi scuri e profondi che fanno paura. E’ il capo dei Los Choneros, da Chone, la città della provincia di Manabi dove è nato e cresciuto.

(afp)

Comanda nel Penitenziario Regionale, uno dei due carceri dello stesso complesso che ospita anche il Penitenziario Litorale. Si trovano entrambi vicino a Guayaquil. Ed è qui, in questa città portuale diventata l’hub del narcotraffico internazionale, crocevia di tutta la coca che dal Perù e la Colombia, i due Stati confinanti con l’Ecuador, sale a nord fino agli Usa e in parte dirottata verso l’Europa, che i Cartelli messicani hanno impiantato la loro principale filiale del business da 300 miliardi di dollari.

IL POTERE DEI CARTELLI

Stufi di pagare le tasse di passaggio, delle trattative continue con i fornitori, dei tradimenti e delle vendette, i Cartelli hanno deciso di prendere in mano l’intera filiera: dal produttore al consumatore. Meglio controllare e gestire in prima persona la coltivazione, la produzione, il trasporto e la distribuzione. Senza mediatori che finiscono per incidere sul prezzo. Per farlo i messicani si sono messi d’accordo con le gang locali alle quali hanno offerto un salto di qualità: basta con i taglieggi e le estorsioni, bisogna concentrarsi sul grande traffico. Questo significa molti più soldi che sono in grado comprare polizia e doganieri e mettere a libro paga gli amministratori locali e i politici nazionali. Le carceri sono diventate un colabrodo ma soprattutto un centro di comando del nuovo business. Se “Fito" regnava in tre dei dodici padiglioni del Regionale, dove sono scoppiate un anno fa le prime rivolte con oltre 70 detenuti morti, molti decapitati, in una classica resa dei conti, a Riobamba dominava Fabricio Colón Pico, leader de Los Lobos, altra gang di narcotrafficanti: è fuggito anche lui martedì mattina, poche ore prima che iniziasse l’assalto alla tv.

IL COPRIFUOCO

L’evasione di “Fito”, capo dei Los Choneros, è stata vista come una sfida da Noboa. Tra l’altro imbarazzante per il giovane presidente finora rimasto nell’ombra e silenzioso tanto che pochi lo conoscono. La fuga è stata scoperta 15 ore dopo. Nessuno si era accorto che la cella del boss era vuota. E' piazzata in uno dei tre padiglioni che Adolfo Macías controllava, gestendo da dietro le sbarre l’intero traffico di droga, impartendo ordini all’esterno, ricevendo visite, dando appuntamenti di lavoro, telefonando a chiunque. Tutti sapevano che era fuggito. Ma gli stessi agenti penitenziari hanno avuto difficoltà a renderlo pubblico. Hanno dato tempo a chi li pagava di prendere il largo. Sono i primi ad essere corrotti e più che controllare, proteggono chi comanda davvero in carcere.

Il presidente dichiara lo stato di emergenza, proclama un coprifuoco, costringe la popolazione a rintanarsi a casa appena cala il buio. La risposta è un vero assalto allo Stato. Ci sono sette rivolte in altrettanti carceri, fuggono 40 detenuti, sette agenti sono rapiti e costretti a leggere un messaggio rivolto a Noboa: “Hai dichiarato guerra e guerra otterrai. La polizia, i soldati e i civili catturati sono il nostro bottino”. Ci sono scontri e raid armati delle gang in tutto il paese. Due agenti restano uccisi a Nobol, Guayaquil sembra un campo di battaglia: otto morti trafitti dalle pallottole e altri tre feriti.

(reuters)

IL PANICO DELLA POPOLAZIONE

La stessa Quito è travolta dal panico. La gente fugge per le strade, i negozi chiudono, il palazzo Carondelet, sede di vari uffici governativi, viene blindato e i dipendenti mandati a casa. Ci sono incursioni in ospedali lungo la costa, perfino l’università finisce nel mirino delle bande. Sui social spuntano video in cui di vedono gli studenti di Guayaquil barricati nelle aule per sfuggire ai criminali che vagano alla ricerca di ostaggi.

(afp)

E’ il caos. Il presidente Noboa proclama lo Stato di guerra e mobilita le forze armate. “Siamo in presenza di un conflitto armato interno”, dichiara, “abbiano dislocato tutte le nostre forze di sicurezza per neutralizzare la criminalità transnazionale, organizzazioni terroristiche e attori non statali belligeranti”. Nel suo decreto indica 22 bande, con sigle e nomi. I narcos alzano il tiro. Irrompono nello studio della tv, mostrano armi e minacciano. Arrivano le forze speciali, riescono a neutralizzare il commando. Arrestano 13 persone, le mostrano in alcuni video.

Ma è solo una piccola vittoria in una guerra che divampa. In modo ufficiale. Gli Usa chiamano allarmati. Solidarietà, appoggio, offerta di aiuto. Il Perú chiude le sue frontiere a nord. Vuole evitare sconfinamenti. Il conflitto potrebbe allargarsi. La mafia internazionale non si farà scalzare. L’Ecuador è troppo importante per il narcotraffico, nessuno rinuncia a questo tesoro.

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