✕

L’Aia, il giudice israeliano sfuggito ai nazisti in Lituania

(reuters)
A rappresentare alla Corte di Giustizia lo stato ebraico è l’ex presidente della Corte Suprema, protagonista di un duro scontro con Netanyahu
2 minuti di lettura

GERUSALEMME — Probabilmente pochi magistrati al mondo comprendono l’atroce significato di un’accusa di genocidio quanto Aharon Barak. Nato a Kovno in Lituania nel 1936, il giudice scelto da Israele come suo rappresentante al processo dell’Aia, a cinque anni fu portato nascosto in un sacco fuori dal ghetto dove i nazisti avevano ammassato i trentamila ebrei della città, e trovò poi riparo con i genitori presso contadini lituani.

Proprio la sua statura di giurista di fama mondiale e sopravvissuto alla Shoah avrebbe convinto il premier Netanyahu a nominarlo, nonostante Barak sia considerato l’incarnazione di tutto ciò che nei mesi precedenti al 7 ottobre l’esecutivo ha cercato di smantellare con la sua riforma della giustizia. Una dimostrazione, secondo gli analisti, di quanto Israele e lo stesso Netanyahu prendano sul serio quanto sta accadendo in Olanda, rendendo il premier disponibile a sopportare lo scontento di tanti alleati. Nonostante i suoi 87 anni, per Barak infatti gli ultimi d…

GERUSALEMME — Probabilmente pochi magistrati al mondo comprendono l’atroce significato di un’accusa di genocidio quanto Aharon Barak. Nato a Kovno in Lituania nel 1936, il giudice scelto da Israele come suo rappresentante al processo dell’Aia, a cinque anni fu portato nascosto in un sacco fuori dal ghetto dove i nazisti avevano ammassato i trentamila ebrei della città, e trovò poi riparo con i genitori presso contadini lituani.

Proprio la sua statura di giurista di fama mondiale e sopravvissuto alla Shoah avrebbe convinto il premier Netanyahu a nominarlo, nonostante Barak sia considerato l’incarnazione di tutto ciò che nei mesi precedenti al 7 ottobre l’esecutivo ha cercato di smantellare con la sua riforma della giustizia. Una dimostrazione, secondo gli analisti, di quanto Israele e lo stesso Netanyahu prendano sul serio quanto sta accadendo in Olanda, rendendo il premier disponibile a sopportare lo scontento di tanti alleati. Nonostante i suoi 87 anni, per Barak infatti gli ultimi dodici mesi hanno rappresentato forse uno dei periodi più drammatici della carriera. Nel gennaio 2023, quando il nuovo governo di Netanyahu, appena entrato in carica, annunciava trionfalmente i suoi piani per “riequilibrare i poteri dello Stato” innanzitutto limitando l’autorità della Corte Suprema, l’anziano magistrato è diventato un simbolo della protesta contro il progetto, alla luce del suo ruolo fondamentale proprio nel dare forma all’Alta Corte come contrappeso a esecutivo e legislativo.

Arrivato nella Palestina Mandataria con la famiglia nel 1947, sin da giovane Barak intraprese una brillante carriera da giurista, ricevendo l’incarico di professore all’Università ebraica a soli 32 anni. Nel 1975 fu nominato procuratore generale del Paese. Nel 1978, fece parte della delegazione israeliana incaricata di negoziare la pace con l’Egitto e lo stesso presidente americano Carter gli attribuì buona parte del merito del successo dello storico trattato, definendolo “l’eroe di Camp David”.

Nello stesso anno, Barak fu nominato giudice della Corte Suprema, dove rimase fino al 2006 – servendo per gli ultimi undici anni fino alla pensione come presidente del tribunale. Durante i quasi tre decenni da magistrato del tribunale, Barak ne ha rafforzato lo status, sostenendone l’autorità a passare al vaglio le leggi approvate dal parlamento. A lui si devono alcune decisioni fondamentali in materia di sicurezza e lotta al terrorismo, come per esempio il bando all’utilizzo della tortura durante gli interrogatori. Famosa è stata ad esempio la sua espressione della necessità per Israele di combattere «con una mano legata dietro la schiena» in quanto democrazia, per cui sarebbe profondamente sbagliato ricorrere a metodi diversi. Se tutto questo ha fatto di Barak una figura criticata dalla destra israeliana, c’è anche chi lo accusa di non aver fatto abbastanza per la causa dei diritti umani nella regione, per esempio per non aver dichiarato illegale la demolizione delle abitazioni dei terroristi, una pratica comunemente impiegata dall’Idf, o per non aver fermato la costruzione del muro in Cisgiordania. Questo perché, proprio dalla Corte Suprema, Barak ha avuto l’autorità di stabilire cosa è ammesso e cosa no nelle regole d’ingaggio delle forze armate.

Durante un’intervista al New York Times lo scorso maggio, Barak ha spiegato che la sua esperienza di bambino nella Shoah gli ha insegnato tre cose: la necessità di uno Stato ebraico come patria per il popolo ebraico; la necessità che lo Stato protegga i diritti individuali, compresi quelli delle minoranze; e la necessità che i tribunali contribuiscano a risolvere le tensioni tra i due principi.

«Il mio lavoro come giudice, in ogni momento, è trovare una soluzione che contempli entrambi». Dopo il 7 ottobre, questa missione può apparire ancora più complessa. Specialmente da spiegare ai colleghi magistrati all’Aia.

Leggi i commenti