La scelta di Israele di sottoporsi al giudizio della Corte Internazionale dell’Aia, il tribunale dell’Onu per le dispute fra stati, è importante al di là di quello che sarà il verdetto. Accettando di andare a difendersi dall’accusa di genocidio, avanzata dal Sud Africa per le modalità della guerra di Gaza, lo Stato ebraico ricorda al mondo di essere una democrazia, che riconosce l’ordine internazionale e intende rimanerne parte: un atteggiamento in contrapposizione con quello di autocrazie come la Russia di Vladimir Putin, che rifiutano di rispondere legalmente delle proprie azioni e mirano a sovvertire l’ordine internazionale, perché simbolo di quella democrazia liberale da Mosca considerata obsoleta.
È questa la prima considerazione da fare di fronte al giudizio iniziato ieri all’Aia. Certo, teoricamente Israele aveva l’obbligo di partecipare al processo, in quanto uno dei firmatari della Genocide Convention, la convenzione per la prevenzione e la repressione del genocidio, il trattato internazionale del 1951 con cui le Nazioni Unite hanno messo al bando il genocidio e obbligato gli stati aderenti a implementare l’applicazione del divieto. Un accordo concepito all’indomani della Seconda guerra mondiale, per impedire che si ripetano atrocità come l’Olocausto.
Ma i governi israeliani di qualunque orientamento hanno spesso imputato all’Onu di usare due pesi e due misure nei loro confronti: in sostanza di essere prevenuta contro Israele. Il governo di Benjamin Netanyahu ha criticato aspramente il palazzo di vetro, condannando come inaccettabile giustificazione del pogrom del 7 ottobre il commento del Segretario Generale Antonio Guterres secondo cui il massacro di 1200 israeliani compito da Hamas “non è avvenuto nel vuoto”. E Gerusalemme ha intrapreso misure di ritorsione, rifiutando il visto di ingresso ad alcuni funzionari delle Nazioni Unite.
A ciò si può aggiungere che genocidio non è un termine usato alla leggera in Israele. Ideato dall’avvocato ebreo polacco Raphael Lemkin nel 1944 e usato per la prima volta in ambito giuridico al processo di Norimberga contro i gerarchi nazisti, secondo la definizione adottata dall’Onu genocidio significa “atti commessi con l’intenzione di distruggere un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”. È comunemente associato alla Shoa, lo sterminio di 6 milioni di ebrei, progetto non per nulla soprannominato da Hitler “la “soluzione finale”: nel senso che, se portata a termine, il popolo ebraico sarebbe scomparso. Il libro dello storico israeliano Tom Segev sui fondatori dello Stato di Israele si intitola Il settimo milione perché a fondare Israele furono in effetti i superstiti: il milione di ebrei sfuggiti alle camere a gas. Alle orecchie degli israeliani suona come un’aberrazione infamante, una manipolazione della realtà, sostenere che la guerra di Gaza, lanciata in risposta all’ennesimo e più grave attacco di Hamas, equivale a un genocidio: il primo ministro Netanyahu e il suo ministro della Difesa Gallant non hanno mai affermato di volere “distruggere” i palestinesi, in questi giorni hanno precisato che non intendono espellerli da Gaza. “È Hamas che, se potesse, ci ucciderebbe tutti”, dice Netanyahu.
Ciononostante, Israele accetta di discutere di genocidio davanti al tribunale dell’Onu, difesa da un avvocato inglese di fama mondiale, schierandosi così dalla parte dell’ordine internazionale che Putin e altri autocrati vorrebbero sovvertire. Paradossalmente, proprio dall’Onu è iniziato il conflitto israeliano-palestinese, con la risoluzione del 1947 che approvò la partizione della Palestina britannica in due stati, uno per gli ebrei, uno per gli arabi. Come è noto, gli ebrei accettarono, gli arabi rifiutarono e attaccarono immediatamente gli ebrei con gli eserciti di cinque Paesi: ma furono gli ebrei a prevalere e da quella guerra è nato Israele. Se dopo la guerra di Gaza si tornerà a parlare della “soluzione dei due stati” che vivono in pace e reciproca sicurezza, uno per gli israeliani e uno per i palestinesi, come auspica la comunità internazionale, sarà un ritorno alla salomonica decisione dell’Onu di tre quarti di secolo fa.