L’atto d’accusa del Sudafrica all’Aia: “Israele responsabile di genocidio”
dalla nostra inviata Anna Lombardi , Anna LombardiI giudici della corte internazionale di Giustizia
L’AIA — «Israele ha commesso, sta commettendo e vuol continuare a commettere atti di genocidio contro i palestinesi di Gaza»: è l’accusa, durissima, pronunciata dal Sudafrica davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, i 17 giudici (15 di nomina Onu e uno per ciascuno Stato contendente) riuniti nell’affollata sala cuore del Vredespaleis, il neorinascimentale Palazzo della Pace dell’Aia dove ieri, per accaparrarsi un posto, il pubblico si è messo in fila alle 4 del mattino.
Otto interventi da parte del team legale sudafricano hanno scandito la prima delle due udienze (oggi tocca a Israele) per stabilire l’ammissibilità del caso che Pretoria ha riassunto in un dossier di 84 pagina, depositato lo scorso 29 dicembre presso il più importante tribunale dell’Onu. Quello che, diversamente dalla Corte Penale che ha sede anch’essa nella città olandese, non stabilisce responsabilità personali ma quelle di Stati che violano, appunto, il diritto internazionale.
L’AIA — «Israele ha commesso, sta commettendo e vuol continuare a commettere atti di genocidio contro i palestinesi di Gaza»: è l’accusa, durissima, pronunciata dal Sudafrica davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, i 17 giudici (15 di nomina Onu e uno per ciascuno Stato contendente) riuniti nell’affollata sala cuore del Vredespaleis, il neorinascimentale Palazzo della Pace dell’Aia dove ieri, per accaparrarsi un posto, il pubblico si è messo in fila alle 4 del mattino.
Otto interventi da parte del team legale sudafricano hanno scandito la prima delle due udienze (oggi tocca a Israele) per stabilire l’ammissibilità del caso che Pretoria ha riassunto in un dossier di 84 pagina, depositato lo scorso 29 dicembre presso il più importante tribunale dell’Onu. Quello che, diversamente dalla Corte Penale che ha sede anch’essa nella città olandese, non stabilisce responsabilità personali ma quelle di Stati che violano, appunto, il diritto internazionale.
Mentre all’esterno si fronteggiavano due manifestazioni composte ma tese – quella a sostegno di Israele con i partecipanti coperti da impermeabili gialli come le stelle di David imposte agli ebrei dai nazisti e sulle spalle la scritta “Hamas = Isis”, quelli pro Palestina a esibire gadget con angurie, il frutto che in rete è diventata simbolo della lotta palestinese perché ha gli stessi colori della bandiera – i sudafricani guidati dall’87enne John Dugard, uno dei costituenti post-apartheid, ha esposto i punti salienti di un caso basato su due tipi di prove: l’entità della devastazione a Gaza e il «linguaggio disumanizzante» di certi ministri, inneggianti al massacro: «Nel corso del conflitto contro Hamas avviato a Gaza all’indomani della strage del 7 ottobre – che fermamente condanniamo - Israele ha ripetutamente violato l’articolo 2 della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di Genocidio»: il trattato vincolante varato nel 1948 per dare definizione giuridica all’orrore dell’Olocausto, ratificato da entrambi i Paesi con altre 150 nazioni.
«Abbiamo l’obbligo, in quanto sottoscriventi della Convenzione, di prevenire tali crimini», ha spiegato l’avvocata Adila Hassim, esponendo le basi legali dell’accusa: «Questo caso stabilirà l’essenza stessa della nostra comune umanità». Per poi elencare le violazioni di cui si accusa Israele: oltre 22mila morti e 60mila feriti, donne e bambini nel 70% dei casi. L’uso di bombe pesanti in zone indicate dall’esercito come sicure. Sistema sanitario fatto collassare. Aiuti umanitari ritardati e bloccati, insufficienti alla sopravvivenza.
Tocca poi alla collega Blinne Ni Ghralaigh snocciolare numeri agghiaccianti: «La media giornaliera è di 247 morti, 48 dei quali sono madri, 117 bambini, 3 medici, 2 insegnanti, 1 è impiegato Onu, 1 è giornalista...». Civili colpiti indiscriminatamente: come accaduto anche a tre ostaggi israeliani sfuggiti ai rapitori e uccisi dal “fuoco amico” nonostante avanzassero verso i militari con la bandiera bianca.
L’avvocato Tembeka Ngcukaitobi, 47 anni, celebre per aver contribuito alla caduta del corrotto ex presidente sudafricano Jacob Zuma, parla di “retorica genocida”, citando il ministro della Difesa Gallant («Combattiamo contro animali umani») e quello della Sicurezza Nazionale Ben-Gvir («Non esistono civili non coinvolti a Gaza»). Max Du Plessis, esperto di “Apartheid nel diritto internazionale” – giacché l’Anc al governo in Sudafrica da tempo compara le politiche israeliane a Gaza al regime segregazionista da loro subito in passato - spiega che Pretoria basa il procedimento su quello intentato dal Gambia contro il Myanmar del 2020, quando il Paese africano sostenne con successo il diritto-obbligo di agire contro il genocidio dei Rohingya proprio in quanto firmatario della Convenzione.
«In questa fase non è necessario determinare se Israele abbia o meno agito contrariamente ai suoi obblighi verso la Convenzione» arriva al punto l’avvocato inglese Vaughan Lowe: «Chiediamo urgenti misure cautelari», dal cessate il fuoco, a più aiuti ai civili, pur sapendo che le decisioni della Corte sono solo in teoria vincolanti, non essendoci mezzi effettivi per farle rispettare. «Il genocidio non è mai una risposta accettabile non importa quanto sia grave l’atto scatenante. Ogni uso della forza deve rimanere nei limiti della legge internazionale».
Finora la Cig ha emesso un’unica sentenza in tal senso (e a 14 anni dall’inizio del procedimento): quella del 2007 dove assolse la Serbia dalla diretta responsabilità del massacro di Srebrenica del 1995 ma la riconobbe colpevole di non averla impedita. Un procedimento dalla valenza simbolica enorme, giacché il termine “genocidio” fu coniato nel 1944 dall’avvocato ebreo polacco Raphael Lemkin la cui interpretazione costituì una delle basi giuridiche del processo di Norimberga.
Una responsabilità morale che ha spinto Israele a difendersi per la prima volta davanti a un’istituzione che in precedenza ha affermato di non riconoscere. «Il team legale sudafricano ha esposto un caso convincente e ben strutturato che ha enfatizzato la questione della punizione collettiva. Farà storia», dice a Repubblica Chantal Meloni, che insegna International Criminal Law all’Università di Milano, a conclusione dell’udienza che ha seguito con numerosi altri esperti. «Ha ben esplicitato l’urgenza di un intervento. Sono convinta che spingerà il tribunale a deliberare qualcosa».