Lo scrittore israeliano Etgar Keret: “La priorità è che Netanyahu se ne vada, per questo torno in piazza”
dalla nostra inviata Francesca CaferriEtgar Keret regge la scritta: “Una volta scrivevo libri, oggi scrivo cartelli”
TEL AVIV — Sono passati più di cento giorni dal massacro del 7 ottobre firmato Hamas e l’umore in Israele è cambiato. Il dolore e lo shock ci sono ancora tutti ma la rabbia è cresciuta: la vedi sui volti consumati dal dolore delle famiglie degli ostaggi ancora a Gaza, la leggi nelle pagine dei giornali, la potevi toccare con mano giovedì sera a Tel Aviv, quando in piazza, per la prima volta da quel Sabato, sono tornate per chiedere il cessate il fuoco le tante anime del movimento che da anni chiede un dialogo con i palestinesi. Fra loro c’era anche Etgar Keret, uno dei volti più amati della letteratura israeliana nel mondo. Lo stesso che qualche settimana fa ci aveva raccontato un Paese dolorante, sotto shock e in stato di «costante confusione». Per capire cosa è cambiato da allora, siamo tornati a sederci sul divano giallo della sua casa di Tel Aviv.
Signor Keret, le faccio la stessa domanda che le ho fatto qualche settimana fa. Come sta Israele?
«L’impressione è che Israele si…
TEL AVIV — Sono passati più di cento giorni dal massacro del 7 ottobre firmato Hamas e l’umore in Israele è cambiato. Il dolore e lo shock ci sono ancora tutti ma la rabbia è cresciuta: la vedi sui volti consumati dal dolore delle famiglie degli ostaggi ancora a Gaza, la leggi nelle pagine dei giornali, la potevi toccare con mano giovedì sera a Tel Aviv, quando in piazza, per la prima volta da quel Sabato, sono tornate per chiedere il cessate il fuoco le tante anime del movimento che da anni chiede un dialogo con i palestinesi. Fra loro c’era anche Etgar Keret, uno dei volti più amati della letteratura israeliana nel mondo. Lo stesso che qualche settimana fa ci aveva raccontato un Paese dolorante, sotto shock e in stato di «costante confusione». Per capire cosa è cambiato da allora, siamo tornati a sederci sul divano giallo della sua casa di Tel Aviv.
Signor Keret, le faccio la stessa domanda che le ho fatto qualche settimana fa. Come sta Israele?
«L’impressione è che Israele sia entrato nel momento più difficile della sua esistenza, che sia nel mezzo di una strada difficilissima e che potrebbe anche essere fatale. E che a guidare la macchina non ci sia nessuno. Tutto quello che è successo nei primi due mesi di questa crisi è stato istintivo: ci hanno attaccato e abbiamo risposto. Loro hanno ucciso noi, noi uccidiamo loro: e poi? Dove finisce? Qual è il piano? Se ti picchiano rispondi, certo, ma dopo aver colpito in faccia, al petto, sui genitali, poi che fai? Noi non lo sappiamo. In più di cento giorni il governo ha parlato per meno di un’ora del futuro di Gaza, secondo i giornali. Quindi, per risponderle, Israele sta peggio di come stava qualche settimana fa».
Per questo era in piazza giovedi?
«Ero in piazza e ci tornerò. Eravamo 2mila, non pochi in un Paese in cui la tv trasmette solo immagini di soldati israeliani e del dolore israeliano: e quindi è difficile capire il dolore dell’altra parte. Ero in piazza perché che Yahya Sinwar potesse non avere un piano se non quello di sterminare ebrei, e magari di coinvolgere Hezbollah, ci sta. Perché parliamo di un assassino, un fondamentalista religioso. Ma noi? Benjamin Netanyahu che spiegazione ha per l’assenza di un piano per domani? Chi deve rispondere di aver rifiutato per anni di parlare con l’Autorità palestinese e di aver così rafforzato Hamas? Chi deve rispondere di aver portato al governo di Israele fanatici religiosi che rifiutano ogni compromesso?».
Israele è in guerra: le piazze contro il governo non rischiano di fare il gioco di Sinwar?
«Ha ragione. Non è facile parlare contro la guerra adesso. E non tutte le persone in piazza hanno le stesse idee: c’è chi vorrebbe il cessate il fuoco, chi chiede che l’Idf non si fermi, chi vuole uno Stato palestinese, chi dice no. Non è l’ideologia a portare la gente in piazza: è la rabbia e la paura. La sfera politica è frammentata, è come se stessimo affondando e ognuno di noi si attaccasse a un diverso pezzo di legno. Ma adesso c’è la necessità di andare avanti, di far uscire Netanyahu di scena: poi affronteremo il discorso di come e quando far ripartire il dialogo. È l’inizio, questo: le proteste cresceranno, cambieranno faccia, leader, modi. In questo momento naturalmente a guidarle sono le famiglie degli ostaggi e le loro richieste: parliamo di gente che ha avuto la vita distrutta e non ammette che chi non si è preso la responsabilità resti alla guida di questo Paese».
Sbaglio se dico che anche lei è ancora immerso nel dolore e nella rabbia?
«Quando ero giovane ero in America e mi hanno chiesto se mi sentivo più ebreo o più israeliano: ho risposto che mi sentivo per la maggior parte umano. Ma che in un certo senso, mi vedevo più come un ebreo che un israeliano. Se devo fare una metafora del mio corpo, direi che ho pelle israeliane, carne ebraica e ossa umane: e dal 7 ottobre le mie ossa si sono rotte. Israele è in guerra, gli ebrei vengono massacrati: ma oltre a tutto questo, che sarebbe già abbastanza, in questa storia c’è qualcosa che minaccia l’idea stessa di umanità. Per cento giorni abbiamo discusso se dare medicine salvavita a persone che per anni si sono battute per la convivenza: e di dargliele solo in cambio di medicine per civili di Gaza che ne hanno bisogno. Ma che orrore è? Cento giorni per dare medicine a gente che con questo scontro non c’entra niente da una parte e dall’altra? L’altro giorno alla tv mi sono messo a contare: hanno detto “uccidere” “ucciso” quindici volte in pochi minuti. A un certo punto ho smesso, non ne potevo più. Poi in strada ho visto una mamma dire a suo figlio, che era caduto: “Il mio bacio ucciderà il tuo dolore”. Wow. Quattro mesi fa non lo avrebbe mai detto, ho pensato. Ecco, questa idea che stiamo lasciando che sia un gruppo terrorista a decidere il nostro livello di umanità mi lascia senza parole: che cosa ci è successo? Loro uccidono i bambini e allora anche noi? Loro sono dei pazzi violenti e allora anche noi? Lo capisco fra la gente ma al governo no: chi decide per noi non deve essere guidato dalla rabbia ma dalla lucidità. E io non la vedo».
Se dovesse guardare avanti…
«Faticherei. Hamas ha fatto saltare i ponti, come si dice nel linguaggio militare che si usa tanto adesso: ha colpito le persone che più di tutte avevano cercato la pace. E’ un danno enorme questo. In più ci sono le televisioni contribuiscono a far sì che questo Paese ogni giorno, si svegli e si ritrovi ancora al 7 ottobre: si fa fatica a guardare avanti in questa maniera. Serve tempo per riprendersi la vita e le idee».
Lei è appena tornato da una conferenza a Berlino: la sua prima volta all’estero dopo il 7 ottobre. Che mondo ha trovato? Cosa ha raccontato?
«Ho toccato con mano il fatto che la gente è esposta a due realtà completamente diverse. In Europa vedete solo i bombardamenti di Gaza, qui si vedono solo scene dal 7 ottobre e soldati morti. E allora capire davvero quello che sta succedendo richiede molto sforzo, guardare diverse fonti: soltanto dopo farsi un’idea e parlare. Altrimenti, noi e voi, non facciamo altro che semplificare, parlare per slogan: e non serve a niente».