Israele, in migliaia in piazza contro Netanyahu: “Ora gli ostaggi a casa”. E c’è chi chiede le dimissioni
dalla nostra inviata Francesca CaferriTEL AVIV – Migliaia di persone sono scese in strada ieri sera in tutto Israele per chiedere al governo un cambio di rotta sulla guerra a Gaza e un accordo che consenta il ritorno a casa delle 136 persone rapite il 7 ottobre e ancora prigioniere nella Striscia. In piazza, nella più grande manifestazione popolare dalla marcia delle famiglie che a novembre portò l’esecutivo ad accettare una pausa nei combattimenti e lo scambio di prigionieri, le diverse anime di questo Paese.
Ad Haifa, la più importante città mista di Israele, cittadini arabi ed ebrei hanno manifestato insieme per chiedere il cessate il fuoco sotto una strettissima sorveglianza della polizia, la stessa che per settimane aveva bloccato ogni iniziativa simile in città. A Gerusalemme il punto di raccolta è stata la casa del presidente Isaac Herzog, dove Sigilat Hillel, madre di uno dei ragazzi uccisi al Nova festival di Reim ha chiesto senza mezzi termini «un governo che si occupi degli interessi dei cittadini, non sol…
TEL AVIV – Migliaia di persone sono scese in strada ieri sera in tutto Israele per chiedere al governo un cambio di rotta sulla guerra a Gaza e un accordo che consenta il ritorno a casa delle 136 persone rapite il 7 ottobre e ancora prigioniere nella Striscia. In piazza, nella più grande manifestazione popolare dalla marcia delle famiglie che a novembre portò l’esecutivo ad accettare una pausa nei combattimenti e lo scambio di prigionieri, le diverse anime di questo Paese.
Ad Haifa, la più importante città mista di Israele, cittadini arabi ed ebrei hanno manifestato insieme per chiedere il cessate il fuoco sotto una strettissima sorveglianza della polizia, la stessa che per settimane aveva bloccato ogni iniziativa simile in città. A Gerusalemme il punto di raccolta è stata la casa del presidente Isaac Herzog, dove Sigilat Hillel, madre di uno dei ragazzi uccisi al Nova festival di Reim ha chiesto senza mezzi termini «un governo che si occupi degli interessi dei cittadini, non solo dei propri».
A Kfar Saba, sostenitori dell’esecutivo hanno tentato di bloccare il discorso di Hani Ricardo, la cui figlia è morta anche lei a Re’im: «Non ci chiuderete la bocca», ha risposto la donna. A Cesarea, sotto la residenza della famiglia Netanyahu da venerdì notte si sono accampati alcuni dei familiari dei rapiti: promettono che non lasceranno le loro tende fino a quando il primo ministro (che ha passato il week-end in casa) non li riceverà.
Il centro delle proteste è stato, come sempre, Tel Aviv, il cuore liberal di Israele: in piazza Habima, davanti al teatro e sotto un’enorme scritta luminosa che da settimane recita “Bring them home” (Riportateli a casa), sono tornati i volti della protesta contro la riforma giudiziaria che a marzo aveva scosso fino alle fondamenta il Paese: le donne in rosa, gli psicologi, gli imprenditori del settore high tech.
Tutti a chiedere di voltare pagina: dimissioni di Netanyahu e subito nuove elezioni. Due strade più in là, a pochi metri dalla Kirya, il ministero della Difesa israeliano, stazionavano gli attivisti di Looking the occupation in the eye, un gruppo che da anni chiede il ritorno al tavolo del dialogo con i palestinesi e uguali diritti per ebrei e arabi. Ancora più avanti, la grande piazza del museo, diventata ormai Piazza degli ostaggi, era gremita per ascoltare ancora una volta il grido di dolore delle famiglie. «Ci hanno chiesto di essere pazienti, di lasciarli lavorare. Lo abbiamo fatto ma non abbiamo visto risultati. Il tempo dell’attesa è finito: 136 bare non sono la fotografia della vittoria, 136 persone che tornano a casa lo sono», ha detto la signora Shira, mamma di Liri Abag, 19 anni, soldatessa prelevata dalla base di Nahal Oz e mostrata pochi giorni fa insanguinata e terrorizzata in un fotogramma sui Social network.
Proprio le immagini degli ostaggi che arrivano da Gaza, insieme ai disaccordi sulla strategia nel gabinetto di guerra, ormai di pubblico dominio, insieme alla spaccatura con l’Amministrazione Biden sul futuro, insieme alle parole di fuoco che i ministri di ultradestra continuano a pronunciare, insieme alla data simbolica dei cento giorni, spiegano il cambiamento dell’umore di Israele. Non è la solidarietà con i palestinesi a guidare la piazza, i fattori principali sono la rabbia e la paura che nell’ultima settimana si toccano con mano.
In qualunque momento in rete potrebbe spuntare un nuovo video per annunciare la morte di uno o più ostaggi, magari al rallentatore, magari a puntate, come accaduto pochi giorni fa, in una sequenza che puntava a toccare i nervi scoperti della nazione e che ci è riuscita. Non è un caso che “kulanu”, tutti noi, e “akhshav”, adesso, siano le uniche parole comuni a tutte le piazze. Le sole a tenere insieme una protesta che ha cento rivoli, dozzine di leader, programmi diversi, obiettivi spesso discordanti e che non è chiaro a cosa porterà.
“Imagine Peace. From the river to the sea”, “Immagina la pace. Dal fiume al mare”, è il cartello che la signora Cindy teneva alto ieri sera al presidio dei pacifisti alla Kirya. «Ci credevo anche io, prima. Adesso non più. Non può esserci pace con loro», le dice passandole accanto una donna, in marcia verso la manifestazione delle famiglie. Cindy ha provato a fermarla, per parlarle: l’altra ha proseguito, senza fermarsi. «Non c’è più niente da dire su questo», sono state le sue parole. Chissà chi delle due ha ragione.