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Diario da Gaza – Distrutti i registri della Striscia, Israele ci ha ridotti a un popolo senza identità

(reuters)

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Con i bombardamenti degli archivi la gente non ha più documenti, certificati e proprietà
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RAFAH — Uno Stato palestinese. Un miraggio di cui si parla tanto. Ma volete una prova concreta del fatto che oggi Israele cerca di impedirne in ogni modo la nascita? Ha sistematicamente distrutto i registri pubblici della Striscia. Qualche giorno fa ha di nuovo bombardato una delle sedi. Questo significa che i palestinesi stanno perdendo le prove del loro passato. I documenti che attestano ad esempio le nascite e le morti. Considerate anche che siamo tutti dovuti fuggire di corsa dalle nostre case per rifugiarci al Sud, qui a Rafah, e non sempre siamo riusciti a portar via i documenti. Per non parlare di chi, con le abitazioni ridotte in macerie, non riuscirà più a ritrovarli.

È un problema grave, ad esempio per quanti sperano di attraversare il valico di Rafah e di fuggire per sempre da Gaza. C’è un ragazzo che vive ora nella nostra stessa casa e non ha più la carta d’identità. Il registro pubblico è distrutto, e alla polizia gli hanno detto che per fargli un nuovo certificato h…

RAFAH — Uno Stato palestinese. Un miraggio di cui si parla tanto. Ma volete una prova concreta del fatto che oggi Israele cerca di impedirne in ogni modo la nascita? Ha sistematicamente distrutto i registri pubblici della Striscia. Qualche giorno fa ha di nuovo bombardato una delle sedi. Questo significa che i palestinesi stanno perdendo le prove del loro passato. I documenti che attestano ad esempio le nascite e le morti. Considerate anche che siamo tutti dovuti fuggire di corsa dalle nostre case per rifugiarci al Sud, qui a Rafah, e non sempre siamo riusciti a portar via i documenti. Per non parlare di chi, con le abitazioni ridotte in macerie, non riuscirà più a ritrovarli.

È un problema grave, ad esempio per quanti sperano di attraversare il valico di Rafah e di fuggire per sempre da Gaza. C’è un ragazzo che vive ora nella nostra stessa casa e non ha più la carta d’identità. Il registro pubblico è distrutto, e alla polizia gli hanno detto che per fargli un nuovo certificato hanno bisogno di una copia – che non ha – di quello che ha perso. La digitalizzazione della pubblica amministrazione è stata insufficiente e così dopo il bombardamento dei registri pubblici eccoci qui, senza documenti, come una società primitiva. Allo stesso modo, non possiamo registrare ufficialmente le nascite e le morti. E il bombardamento deliberato delle università e del Ministero dell’Istruzione ci priva degli attestati ufficiali delle lauree, nonché dei registri in cui sono segnati gli esami sostenuti dai nostri ragazzi. Come faranno a dimostrare i loro titoli quando un giorno magari vorranno iscriversi in un’università straniera?

Israele si vanta anche di aver distrutto il Palazzo di Giustizia, operazione con cui ha seppellito anche migliaia di nostri atti ufficiali. E lo stesso vale per il registro delle proprietà. Come faremo a dimostrare, quando la guerra sarà finita, a chi appartiene un certo pezzo di terra o una casa?

Una domanda che rischia di essere tragicamente inutile, visto che le persone con cui parlo mi dicono di aver perso tutto e di sperare ormai in un futuro lontano dalla Striscia. Che, paradossalmente, è proprio quello che si augurano parti del governo israeliano e della Knesset, che esplicitamente tifano per il ritorno dei coloni a Gaza.

Alla fine della guerra non avremo più case, infrastrutture, spiagge o ristoranti a cui tornare, e saremo costretti ad andarcene. Hanno cancellato il nostro presente, il nostro futuro e il nostro passato, visto che insieme ai registri pubblici hanno bombardato le aree archeologiche e le moschee e le chiese più antiche. Così, quando avremo tolto il disturbo, saranno liberi di occupare le nostre terre.

La distruzione è andata avanti anche ieri, con un’operazione che gli amici ancora presenti a Khan Yunis mi dicono esser stata tremenda. È un’invasione di terra con cui l’esercito israeliano ha circondato tre ospedali, compreso il quartier generale della Mezzaluna Rossa. La situazione è gravissima: al Nasser, per esempio, hanno 40 posti dedicati alla terapia intensiva, ma i feriti sono così tanti che li stanno operando nei corridoi, in condizioni evidentemente rischiosissime.

In questo incubo quotidiano, a più di tre mesi dall’inizio della guerra, i palestinesi scorgono tuttavia una piccola luce. Non proviene dagli Stati Uniti, Paese in cui non hanno più nessuna fiducia dopo che ha permesso a Israele di annientare Gaza. Proviene invece dal resto del mondo. Che sta aumentando le pressioni sul premier israeliano Benjamin Netanyahu affinché metta fine alla guerra. Ieri è stata l’Unione europea, con l’Alto rappresentante Josep Borrell, a usare parole chiare contro di lui, nel vertice organizzato a Bruxelles insieme ad altri Stati arabi. E così la nostra speranza, oggi, si chiama Europa.

(Testo raccolto da Daniele Castellani Perelli)

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