Dalle norme sulle emissioni al pollo low-cost: ecco perché gli agricoltori di mezza Europa protestano
dalla nostra corrispondente Tonia MastrobuoniBerlino — La tutela dell’ambiente costa. E la rivoluzionaria ambizione dell’Ue di arrivare nel giro di pochi decenni a un continente a zero emissioni ha inevitabilmente ricadute su tutte le categorie sociali. «È una transizione che mostrerà enormi benefici alla fine, ma che nel frattempo chiede anche enormi costi», riassume Paolo Guerrieri, economista di Science Po e tra i maggiori esperti di Unione europea. Uno dei capisaldi della Commissione von der Leyen per arrivare a quell’obiettivo ineluttabile per fermare i cambiamenti climatici è il Green Deal. E le leggi che ha prodotto e che continuerà a produrre chiedono sacrifici anche ai contadini. Per riassumere le ragioni della loro ira, una fonte di Bruxelles dice: «A parità di sussidi, gli agricoltori devono accettare una compressione delle attività agricole, maggiori costi e fatturati più magri».
Una delle misure che ha incontrato più resistenze è quella che impone ad esempio il “ripristino della natura”, che punta a contrastare il …
Berlino — La tutela dell’ambiente costa. E la rivoluzionaria ambizione dell’Ue di arrivare nel giro di pochi decenni a un continente a zero emissioni ha inevitabilmente ricadute su tutte le categorie sociali. «È una transizione che mostrerà enormi benefici alla fine, ma che nel frattempo chiede anche enormi costi», riassume Paolo Guerrieri, economista di Science Po e tra i maggiori esperti di Unione europea. Uno dei capisaldi della Commissione von der Leyen per arrivare a quell’obiettivo ineluttabile per fermare i cambiamenti climatici è il Green Deal. E le leggi che ha prodotto e che continuerà a produrre chiedono sacrifici anche ai contadini. Per riassumere le ragioni della loro ira, una fonte di Bruxelles dice: «A parità di sussidi, gli agricoltori devono accettare una compressione delle attività agricole, maggiori costi e fatturati più magri».
Una delle misure che ha incontrato più resistenze è quella che impone ad esempio il “ripristino della natura”, che punta a contrastare il degrado grave degli ecosistemi riportando il 20% di quelli terrestri e marini a un buono stato di conservazione, tagliando i campi dedicati ad attività agricole. Ma a essere impopolari tra gli agricoltori sono anche le norme che obbligano al taglio delle emissioni industriali, perché includono quelle degli allevamenti intensivi. O la direttiva sulla qualità dell’aria che impone restrizioni sul nitrato o sullo zolfo, ma anche le limitazioni all’uso dei pesticidi. E le direttive in arrivo, come quella che vieterà determinati imballaggi o che introdurrà costi per il CO2 come le accise, non alleggeriranno il quadro.
È chiaro, ragiona Guerrieri, «che questa colossale trasformazione che investe tutti i settori economici richiederebbe che i governi sviluppassero delle strategie, che spiegassero ai cittadini gli obiettivi e i modi per arrivarci». Invece nulla di tutto ciò avviene. Anzi, le destre sovraniste si sono già scatenate contro il Green Deal obbligando in parte anche i Popolari europei a mettersi a volte all’opposizione delle direttive partorite dalla stessa Commissione di cui fanno parte. E i Verdi sono diventati il nemico antropologico degli uni e degli altri.
Il paradigma di un Paese che sta attraversando questa fase a fari spenti è la Germania. Il governo Scholz ha deciso a dicembre di tagliare 17 miliardi di sussidi agli agricoltori, e di caricare su di loro la parte più pesante dei sacrifici chiesti ai tedeschi dopo la cancellazione di 60 miliardi di euro dalla finanziaria a causa di una sentenza della Corte costituzionale. Le associazioni di categoria hanno organizzato cortei e blocchi in tutto il Paese per chiedere il ripristino dei sussidi e lo sconto sul diesel, tagliati dal governo, poi altrettanto precipitosamente smentiti, ma solo in parte. E il governo semaforo, con i Verdi a bordo, non è in grado di spiegare ai cittadini costi e benefici della transizione.
Anche in Francia gli agricoltori protestano contro le restrizioni imposte dalle regole “green” e contro tasse eccessive, ma la rabbia è alimentata soprattutto dalle recenti mosse del ministro delle Finanze Bruno Le Maire per controllare l’inflazione. I tagli ai prezzi fomentano la rabbia dei contadini che sostengono di essere già costretti a vendere i loro prodotti sottocosto, schiacciati dalle pressioni della distribuzione.
Nei Paesi Bassi ha tenuto banco in autunno una protesta di massa dei contadini dopo che il governo ha annunciato “misure drastiche” per tagliare il nitrato che starebbe producendo danni alle riserve naturali. La grande maggioranza del nitrato prodotto viene dal settore agricolo, ma gli agricoltori sostengono di averlo già tagliato di due terzi dal 1990.
Ispirati dai colleghi tedeschi, in Romania gli agricoltori sono sulle barricate perché chiedono anch’essi sgravi fiscali e maggiori sussidi e ritengono di essere la categoria più colpita dai vincoli ambientali. Insieme ai cugini polacchi, sono anche arrabbiati per un mercato che è stato sommerso dal grano ucraino, deviato dalla crisi del Mar Nero: la Romania e la Polonia sono diventati Paesi di transito obbligati dei cereali del “granaio del mondo”.Anche i francesi ora temono la concorrenza ucraina, non sul grano ma sui polli: produrlo a Kiev cosa la metà che in Francia.