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Israele tra indignazione e sollievo dopo la decisione dell’Aia. “Non c’è l’obbligo di cessare il fuoco”

Le reazioni. Netanyahu: “L’accusa di genocidio non è solo falsa, è oltraggiosa”. La mancata richiesta dell’interruzione degli attacchi viene interpretata dal conservatore Jerusalem Post come «la vera vittoria del Paese»
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TEL AVIV — Rabbia e sollievo. Sentimenti che di solito si elidono l’un l’altro, tranne adesso, nell’animo degli israeliani. La rabbia si è manifestata un secondo dopo il pronunciamento dell’Aia. L’accusa di genocidio, che la Corte internazionale di giustizia non solo non ha spazzato via ma ritiene da approfondire, qui non la digerisce nessuno. Il commento più ripetuto, nella Knesset come nelle hamburgherie di Tel Aviv, è «quella Corte non è neutrale, è politicizzata». La delegittimazione dell’organismo delle Nazioni Unite. Tuttavia si percepisce anche il sollievo per aver evitato l’ordine del cessate il fuoco immediato. E, in fondo, la presa di coscienza che qualche responsabilità per essere finiti alla sbarra internazionale sia da ricercare nel governo. «Però Netanyahu…», «per non parlare delle follie di Smotrich...», «e quelle dichiarazioni da pazzo di Ben-Gvir?».

Il premier e i due ministri più messianici vengono tirati in ballo da tutti, da destra e da sinistra e per opposti …

TEL AVIV — Rabbia e sollievo. Sentimenti che di solito si elidono l’un l’altro, tranne adesso, nell’animo degli israeliani. La rabbia si è manifestata un secondo dopo il pronunciamento dell’Aia. L’accusa di genocidio, che la Corte internazionale di giustizia non solo non ha spazzato via ma ritiene da approfondire, qui non la digerisce nessuno. Il commento più ripetuto, nella Knesset come nelle hamburgherie di Tel Aviv, è «quella Corte non è neutrale, è politicizzata». La delegittimazione dell’organismo delle Nazioni Unite. Tuttavia si percepisce anche il sollievo per aver evitato l’ordine del cessate il fuoco immediato. E, in fondo, la presa di coscienza che qualche responsabilità per essere finiti alla sbarra internazionale sia da ricercare nel governo. «Però Netanyahu…», «per non parlare delle follie di Smotrich...», «e quelle dichiarazioni da pazzo di Ben-Gvir?».

Il premier e i due ministri più messianici vengono tirati in ballo da tutti, da destra e da sinistra e per opposti motivi. Bibi Netanyahu è il primo a mettersi davanti a una telecamera pochi minuti dopo la decisione dell’Aia. «L’accusa di genocidio non è solo falsa, è oltraggiosa. L’impegno di Israele nei confronti del diritto internazionale è incrollabile. Così come è incrollabile l’impegno a difendere il nostro popolo. Il vile tentativo di negarci questo diritto fondamentale è una palese discriminazione contro lo Stato ebraico». Per Netanyahu la guerra «proseguirà fino alla vittoria». Nessuno aveva dubbi: ripete questa frase a ogni uscita pubblica. E nessuno si aspetta di vedere cambiamenti nella conduzione del conflitto nella Striscia di Gaza, poiché il governo israeliano è e resta convinto che il suo esercito stia già rispettando tutte le regole del diritto e le convenzioni umanitarie.

Le tre televisioni più seguite si sforzano di vedere il verdetto mezza pieno. «Comunque non ci stanno obbligando alla tregua», osservano in politologi negli studi delle dirette. Anche l’ex presidente della Suprema Corte, Hanan Melcar, sostiene che, tutto sommato, «la decisione sia meno terribile di quanto sarebbe potuta essere». E però brucia lo stesso, brucia tanto.

«La Corte ha sbagliato destinatario», scrive David Horovitz, editorialista e fondatore del Times of Israel. «È da Hamas, non da Israele, che i civili innocenti di Gaza devono essere protetti con misure cautelari». L’ambasciatore Alan Baker, con un passato da magistrato militare e da consulente delle forze armate, è il più critico, non a caso scelto dall’ufficio stampa del governo per confrontarsi con la stampa internazionale. «I quindici giudici rispondono agli ordini dei loro Stati di appartenenza», dice. «Dietro al Sudafrica ci sono l’Iran e Hamas. È Teheran che sta aiutando economicamente il Sudafrica».

La mancata richiesta del cessate il fuoco viene interpretata dal conservatore Jerusalem Post come «la vera vittoria di Israele», la dimostrazione che nemmeno la Corte, per politicizzata che sia, crede fino in fondo all’accusa. Se fosse in corso un genocidio — è il ragionamento — avrebbe imposto lo stop ai combattimenti.

Su Haaretz, il quotidiano della sinistra, si legge una riflessione più articolata, che chiama in causa Netanyahu: il pronunciamento dell’Aia va visto come «un avvertimento a Bibi», che, insieme alla trattativa per gli ostaggi avviata verso un prolungato cessate il fuoco (ieri però, dopo la diffusione del nuovo video di Hamas, gli Stati Uniti hanno detto di non aspettarsi «annunci imminenti»), può minare la tenuta della colazione. «I ministri dell’estrema destra — scrive su Haaretz il diplomatico Alon Pinkas — si opporranno a ogni manovra che riduca l’intensità della guerra».

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