Vittorio Emanuele di Savoia, il “re mancato” che non ha mai smesso di aspirare al trono
di Enrico FranceschiniSuo padre Umberto II è stato ribattezzato “il re di maggio”, perché regnò soltanto un mese, fino all’esilio dopo il referendum del giugno 1946 con cui l’Italia diventò una repubblica dando addio alla monarchia: la prima volta nella nostra storia in cui andarono alle urne anche le donne, come ricorda il film C’è ancora domani.
Lui, Vittorio Emanuele, morto stamane a Ginevra a pochi giorni dall’87esimo compleanno, dopo la morte di Umberto nel 1983 si è sentito a lungo “il re mancato”, pretendente al trono d’Italia (sebbene il titolo fosse disputato dal cugino Amedeo d’Aosta) fino al 2002, quando la norma costituzionale che obbligava gli eredi maschi di casa Savoia all’esilio fu abolita dal parlamento con 347 voti a favore, 69 contrari e 44 astenuti. L’obbligo di esilio era chiaramente obsoleto: da tempo nel nostro Paese nessuno manifestava più rimpianti per il sistema monarchico. Il pretendente e la sua famiglia potevano anche tornare a casa, almeno in gita, se volevano: figure patetic…
Suo padre Umberto II è stato ribattezzato “il re di maggio”, perché regnò soltanto un mese, fino all’esilio dopo il referendum del giugno 1946 con cui l’Italia diventò una repubblica dando addio alla monarchia: la prima volta nella nostra storia in cui andarono alle urne anche le donne, come ricorda il film C’è ancora domani.
Lui, Vittorio Emanuele, morto stamane a Ginevra a pochi giorni dall’87esimo compleanno, dopo la morte di Umberto nel 1983 si è sentito a lungo “il re mancato”, pretendente al trono d’Italia (sebbene il titolo fosse disputato dal cugino Amedeo d’Aosta) fino al 2002, quando la norma costituzionale che obbligava gli eredi maschi di casa Savoia all’esilio fu abolita dal parlamento con 347 voti a favore, 69 contrari e 44 astenuti. L’obbligo di esilio era chiaramente obsoleto: da tempo nel nostro Paese nessuno manifestava più rimpianti per il sistema monarchico. Il pretendente e la sua famiglia potevano anche tornare a casa, almeno in gita, se volevano: figure patetiche di un’era che gli italiani preferivano dimenticare.
Nei confronti dei Savoia, beninteso, qualche debito storico l’Italia ce l’ha: fu il piccolo regno sabaudo di Piemonte e Sardegna, aiutato dalle idee del repubblicano Mazzini, dall’abilità politica di Cavour e dalla capacità militare di Garibaldi, a mettere in moto il Risorgimento che avrebbe portato nel 1861 all’unità nazionale.
Ma a screditare i Savoia era stata l’associazione ventennale con il fascismo, l’alleanza con Hitler, il vergognoso silenzio davanti alle leggi razziali contro gli ebrei, il terribile prezzo pagato per la Seconda guerra mondiale. Come se tutto questo non bastasse, a danneggiare la dinastia ci ha pensato Vittorio Emanuele, con una vita di scandali, controversie e problemi giudiziari, culminati nella tragica morte di un ragazzo. L’erede dei sovrani che fecero l’Italia non ne ha mai fatta o detta una giusta: all’etichetta di “re mancato” si potrebbe aggiungere “per fortuna”.
Nato a Napoli, il 12 febbraio 1937, primogenito di Umberto e della moglie Maria José, nipote di re Vittorio Emanuele III, rimane a Roma fino al 7 agosto 1943, quando per motivi di sicurezza si trasferisce con i genitori al castello piemontese di Sarre e da lì, l’8 settembre, dopo l’armistizio e l’arresto di Mussolini, in Svizzera, dove trascorre gran parte dell’esistenza.
Nel 1970 si sposa con Marina Doria, una campionessa mondiale di sci nautico svizzera di origini italiane: le nozze vengono celebrate prima a Las Vegas, poi a Teheran. Durante l’esilio approfitta di matrimoni e funerali delle case reali d’Europa per incontrare esponenti di governo italiani: i presidenti della repubblica Scalfaro e Cossiga, il ministro degli Esteri Dini, Romano Prodi allora presidente della Commissione Europea. Una timida marcia di riavvicinamento che nel 2002 porta all’abolizione della norma che lo costringe a vivere all’estero: Vittorio Emanuele accetta finalmente la fine della monarchia, giurando fedeltà alla Costituzione repubblicana, rinunciando a qualsiasi pretesa dinastica e ritirando la richiesta di risarcimento dei beni confiscati ai Savoia nel 1946.
Ma su quest’ultimo punto ci ripensa cinque anni dopo, presentando ricorso per riavere un patrimonio che stima in 260 milioni di euro. E nel gennaio 2022 presenta un secondo ricorso, insieme al figlio Emanuele Filiberto (venuto in Italia per partecipare a dei reality show, ma residente tra Montecarlo e Parigi) per riavere i gioielli di famiglia custoditi dalla Banca d’Italia.
Non che gli mancassero i soldi per vivere nel lusso senza lavorare. Qualcosa in realtà faceva, ma sarebbe stato meglio avesse giocato soltanto a golf: è stato indagato per traffico di armi, corruzione, concussione, gioco d’azzardo, sfruttamento della prostituzione, finendo pure brevemente in prigione, venendo alla fine sempre assolto. Per non farsi mancare nulla era anche iscritto alla P2, la loggia massonica di Licio Gelli al centro di tante trame oscure negli anni di piombo.
A proposito di piombo: il processo più grave nei suoi confronti è per l’omicidio nel 1978 di Dirk Hamer, un tedesco di 19 anni, sull’isola di Cavallo, in Corsica, dove Vittorio Emanuele passava le vacanze estive. Spara dei colpi con una carabina contro presunti ladri di un gommone, il giovane Dirk rimane colpito mentre dorme in una barca a fianco e muore quattro mesi dopo. L’erede al trono ha sempre sostenuto che a sparare fu un altro, la sentenza definitiva lo ha condannato soltanto per porto d’armi abusivo. Più tardi fa causa per diffamazione contro Repubblica e la perde. “Avevo torto ma li ho fregati”, commentò secondo un’intercettazione, mentre si trovava in carcere.
Di frasi memorabili che avrebbe potuto risparmiarsi ce ne sono altre. Ecco una perla: “Questi giudici sono dei poveretti, degli invidiosi, degli stronzi. Pensa a quei coglioni che ci stanno ascoltando: sono dei morti di fame, non hanno un soldo. Devono stare tutto il giorno ad ascoltare, mentre probabilmente la moglie gli fa le corna”.
E ancora: “Casa Savoia aveva indici di gradimento molto alti e allora è partito un sistematico attacco per far sprofondare la nostra immagine”. Non ce n’era bisogno: a fare sprofondare definitivamente l’immagine dei Savoia aveva già ampiamente provveduto da solo. Al suo funerale potrebbe esserci qualche testa coronata, perché Vittorio Emanuele era imparentato con i reali del Belgio: ma nel Pantheon dove sono sepolti i suoi predecessori non ci sarà posto per il “re mancato”. Per fortuna.