El Salvador, Bukele annuncia la sua rielezione a valanga. Chi è il presidente influencer che ha stracciato le gang e le regole
di Daniele MastrogiacomoVive, lavora, vince con il web. Perché la Rete gli ha dato il successo in cui ha sempre creduto. Un successo che considera benedetto da Dio. Non passa mezz’ora senza gettare uno sguardo su X (ex Twitter) che ha eletto suo strumento di comando. Lo ha sempre detto: si può governare anche da un cellulare.
Un plebiscito
Nayib Bukele, 42 anni, trionfa nelle elezioni di ieri e rinnova il mandato di presidente che ha assunto nel 2019. I sondaggi gli attribuivano l’82 per cento dei voti. E’ andato oltre, ha ottenuto l’85. Annuncia il suo trionfo già prima della chiusura dei seggi. Un vero plebiscito che si raccoglie attorno a questo leader, nato da nulla, conosciuto fino a qualche anno fa solo per aver gestito una discoteca, la Code, e una concessionaria Yamaha. Ma capace di risalire tutti i gradini della politica e imporsi come l’unico in grado di riportare la pace nel piccolo paese centroamericano. Si presenta alle 10 di sera sul balcone presidenziale e annuncia: “Oggi il Salvador ha batt…
Vive, lavora, vince con il web. Perché la Rete gli ha dato il successo in cui ha sempre creduto. Un successo che considera benedetto da Dio. Non passa mezz’ora senza gettare uno sguardo su X (ex Twitter) che ha eletto suo strumento di comando. Lo ha sempre detto: si può governare anche da un cellulare.
Un plebiscito
Nayib Bukele, 42 anni, trionfa nelle elezioni di ieri e rinnova il mandato di presidente che ha assunto nel 2019. I sondaggi gli attribuivano l’82 per cento dei voti. E’ andato oltre, ha ottenuto l’85. Annuncia il suo trionfo già prima della chiusura dei seggi. Un vero plebiscito che si raccoglie attorno a questo leader, nato da nulla, conosciuto fino a qualche anno fa solo per aver gestito una discoteca, la Code, e una concessionaria Yamaha. Ma capace di risalire tutti i gradini della politica e imporsi come l’unico in grado di riportare la pace nel piccolo paese centroamericano. Si presenta alle 10 di sera sul balcone presidenziale e annuncia: “Oggi il Salvador ha battuto tutti i record di tutte le democrazie in tutta la storia del mondo”. “Da quando esiste la democrazia, mai un progetto ha vinto con il numero di voti ottenuto oggi. E’ letteralmente la percentuale più alta della storia. E’ la differenza più alta tra il primo e il secondo posto di tutta la storia”. Bukele for ever. Nel secolo passato si parlava di percentuali bulgare, quando si tenevano elezioni di facciata nei paesi sotto l’influenza della vecchia Urss.
Qui siamo in Salvador, 6,5 milioni di abitanti. Una terra povera, umile, devastata da 17 anni di guerra civile, uscita dal suo inferno con la vittoria del Fronte di Liberazione Nazionale Farabundo Martí, la guerriglia diventata partito che per decenni ha continuato a governare alternandosi con la destra di Arena. Con la povertà che avanzava, il distacco tra ricchi e poveri insopportabile, la violenza sempre più diffusa, il regno incontrastato delle “maras” formate dagli immigrati di seconda generazione rispediti a casa dopo essere cresciuti nei sobborghi di Los Angeles.
Bastone e carota
Nayib Bukele è vinto dove altri hanno fallito. Ma ci è riuscito a un prezzo altissimo. Ha sconfitto la Mara Salvatrucha e Barrio 18, le due principali gang criminali, che avevano reso il Salvador il paese più violento e pericoloso del Continente latinoamericano. Ha proclamato uno stato di emergenza da due anni ancora in vigore, sbattuto in carcere oltre 72 mila persone, fatto costruire un penitenziario di massima sicurezza che assomiglia a un campo di concentramento. Ha affidato all’esercito e alla polizia la gestione dell’ordine pubblico. Lo fa rispettare nel terrore, arrestando chiunque abbia solo un tatuaggio sul corpo che riproduca qualche simbolo delle pandillas. Lascia dietro le sbarre migliaia di detenuti, per mesi in attesa di un processo che non vedranno mai e che nella maggioranza dei casi si risolve con una condanna emessa senza un vero dibattimento, senza la possibilità di esaminare gli atti d’accusa, le prove, le testimonianze.
Figlio di un palestinese
Eppure, a questo quinto figlio di un facoltoso commerciante di origini palestinesi, il don Armando Bukele che tutti rispettavano, fondatore di una delle prime moschee dell’America Latina, i 6,3 milioni di salvadoregni hanno perdonato tutto. Lo adorano e lo sostengono. Persino chi ha un parente dietro le sbarre giustifica la sua azione repressiva. “Meglio chiuso che per strada”, dicono i tanti padri e madri che magari da mesi non hanno ancora avuto modo di contattare i propri congiunti arrestati anche solo per un semplice sospetto.
“La democrazia è fallita”
Sono gli stessi che snobbano e respingono in tronco le critiche delle associazioni per i diritti umani e i rapporti allarmati degli organismi internazionali. Lo votano in massa. Sono disposti a rinunciare alle proprie libertà personali. Alla stessa democrazia. Il candidato alla vicepresidenza, fedelissimo del capo, era stato chiarissimo con il New York Times: “A queste persone che denunciano lo smantellamento della democrazia rispondiamo che è vero. Non la smantelliamo, la eliminiamo, la sostituiamo con qualcosa di nuovo. Perché la democrazia è fallita”. Una frase forte. Il presidente ci è tornato di nuovo ieri. L’ha corretta. “Non abbiano abolito la democrazia, perché in Salvador non è mai esistita. Questa è la prima volta che esiste da noi. La gente vota in democrazia. La gente dice: non sono oppresso, sono felice”. Si scaglia con i giornali internazionali e con quanti raccontano quel che accade nel paese. “Il Salvador”, ricorda, “aveva un cancro con metastasi. L’85 per cento del territorio era controllato dalle bande. Abbiamo risolto ciò che ci stava uccidendo. Ora abbiamo davanti un periodo di prosperità. Il paese più pericoloso al mondo ora è il più sicuro dell’emisfero occidentale”.
Un fenomeno globale
Nayib Bukele è diventato un fenomeno globale. Gli anni trascorsi come pubblicitario in un’azienda del padre gli hanno insegnato a vendersi come un marchio. I suoi video sui social hanno qualità cinematografica e mostrano un paese che pochi riconoscono. Sono bastate le immagini della grande prigione, moderna e tecnologica, costruita poco a nord della capitale, viste in tutto il mondo, per attirare decine di ammiratori tra i capi di Stato di vari paesi della regione. Adesso fanno a gara per emularlo. Il presidente dell’Ecuador Daniel Noboa, alle prese con un paese travolto dalla violenza dei Cartelli, ha già annunciato la costruzione di due carceri simili a quelli del Salvador.
La corsa verso la presidenza
Arrogante quanto ambizioso, Nayib Bukele inizia la sua ascesa politica nel 2012 quando è eletto sindaco della sua città, Nuevo Cuscatlán, 15 minuti di macchina da San Salvador. Non aveva alcuna esperienza ma poteva contare su un budget di due milioni di dollari. In questa cittadina oggi ridipinta con i colori del partito che ha fondato, Nuevas Ideas, si rivolge ai cittadini parlando da un bus a due piani. Pettinato con cura, la barba rifinita a circondargli il viso, il cappello con la visiera al contrario, costruisce il culto della sua persona, diffonde un sentimento di onnipresenza, l’ordine e il comando. Faceva parte ancora del FMLN, il Fronte Farabundo Martí che si era imposto alla fine del conflitto con l’esercito diventato il classico partito della sinistra salvadoregna. Governa bene, la gente lo apprezza. Tanto da versare vere lacrime quando il giovane leader lascia il campo e si fa eleggere primo cittadino della capitale.
Un lupo tra le pecore
Ma le sue aspirazioni vanno oltre. La corsa è solo iniziata. Bukele punta alla presidenza. Il FMLN gli annuncia che non sarà candidato per le elezioni del 2019. “Sei troppo giovane”, gli dicono. Lo scontro è inevitabile, si trasforma in una campagna diffamatoria. Viene espulso e lui fonda un nuovo partito. Vince, anzi stravince. L’opposizione di destra, Arena, e lo stesso Fronte della vecchia guerriglia sono sepolti nell’indifferenza. Anche questa volta riescono a raccogliere percentuali a una sola cifra. Oggi non hanno alcun peso anche al Congresso. Il presidente ha ottenuto 58 deputati su 60.
Il Bitcoin valuta legale
Nayib Bukelen tira dritto. Con il Bitcoin imposto come valuta legale che ha sconvolto le abitudini dei piccoli e grandi commercianti, scosso l’economia, allargato il fossato tra ricchi e poveri. E lui, l’uomo della salvezza, pronto a respingere ogni critica: “Noi siamo il futuro, loro il passato”.
La Costituzione cambiata
Un futuro ancora una volta affidato alla rete, ai social che usa come strumenti di comando e di consenso, alla tecnologia informatica che adatta nella sua guerra alle bande. Nelle comunicazioni ufficiali che posta su X. Raramente appare in pubblico. Si muove protetto da un corteo di mezzi blindati, i vetri oscurati, le strade liberate. Gran parte del tempo lo passa chiuso nella sua casa di Nuevo Cuscatlán, da dove impartisce ordini, prende decisioni, annuncia ai suoi concittadini raggianti di aver di nuovo vinto. In barba alla Costituzione che vietava un secondo mandato. E’ riuscito a raggirare anche questo ostacolo: ha licenziato i vecchi consiglieri e li ha sostituiti con amici fidati. Hanno cambiato il testo della Carta. Hanno aperto al loro beniamino la strada verso il rinnovo del mandato. Il resto è stato un gioco da ragazzi.