RAFAH – Mio padre era leggermente malato. Aveva febbre e influenza, un po’ come tutti qui a Gaza. Ma era piuttosto vecchio, 80 anni. Mancano le cure negli ospedali, le cose più basiche. È stato portato al pronto soccorso nella notte. Ma i medici non potevano certo trattenersi troppo con lui: gli hanno dato delle medicine e lo hanno rimandato a casa. Ovviamente non doveva essere mandato via. È morto due ore dopo, alle due di domenica mattina. Si chiamava Mohamed al-Ajrami.
Le persone anziane sono così: deboli. Lo siamo tutti a dire il vero. A causa di circostanze che dilaniano i corpi e uccidono la mente, sono in particolare gli anziani a morire negli ospedali o nelle loro case. Muoiono per malattie banali.
È molto triste non essere in grado di prendersi cura dei propri genitori. Ma d’altronde non riusciamo a prenderci cura nemmeno dei nostri figli. Questa guerra è molto dura. A Rafah ci sono solo tre ospedali per curare 1,8 milioni di persone, e alla fine non è mai abbastanza. Ma…
RAFAH – Mio padre era leggermente malato. Aveva febbre e influenza, un po’ come tutti qui a Gaza. Ma era piuttosto vecchio, 80 anni. Mancano le cure negli ospedali, le cose più basiche. È stato portato al pronto soccorso nella notte. Ma i medici non potevano certo trattenersi troppo con lui: gli hanno dato delle medicine e lo hanno rimandato a casa. Ovviamente non doveva essere mandato via. È morto due ore dopo, alle due di domenica mattina. Si chiamava Mohamed al-Ajrami.
Le persone anziane sono così: deboli. Lo siamo tutti a dire il vero. A causa di circostanze che dilaniano i corpi e uccidono la mente, sono in particolare gli anziani a morire negli ospedali o nelle loro case. Muoiono per malattie banali.
È molto triste non essere in grado di prendersi cura dei propri genitori. Ma d’altronde non riusciamo a prenderci cura nemmeno dei nostri figli. Questa guerra è molto dura. A Rafah ci sono solo tre ospedali per curare 1,8 milioni di persone, e alla fine non è mai abbastanza. Mancano medicinali, manca tutto. In più le persone non mangiano bene. Non bevono abbastanza. Non possono essere in salute. La sensazione è che tutti noi saremo presto di fronte al nostro destino. E purtroppo questa guerra non finirà fino a che non perderemo tutto.
La mia famiglia è separata dalla guerra. Mia madre e mio padre erano situati nella parte centrale della Striscia a Deir el Balah. Mentre io e uno dei miei fratelli siamo a Rafah. Quando ho sentito che mio padre stava male ho dovuto imboccare la strada costiera insieme a lui. È un percorso estremamente pericoloso perché si passa attraverso la costa di Khan Yunis dove ci sono intensi bombardamenti e operazioni militari di terra in corso. Siamo giunti a Deir el Balah, abbiamo fatto abbastanza in fretta ma era troppo tardi. Era già morto.
Lo abbiamo dunque riportato all’ospedale per avere un certificato di morte, la mattina presto. È stato molto duro perché l’obitorio è straripante di corpi senza vita: mettono i corpi fuori sul pavimento. Noi siamo una comunità conservatrice e diamo molta importanza ai rituali per le persone morte: dobbiamo seppellirle subito. Normalmente aspettiamo comunque fino a che tutti possano venire a dire addio. Lo abbiamo seppellito in un gruppo di dieci persone.
Successivamente siamo tornati alla casa dove decine di famiglie vivono ammassate, rifugiate, dove anche i miei genitori stavano. Fortunatamente abbiamo molti parenti e amici nello stesso rifugio, dunque ci sono state molte persone intorno a noi. Ci siamo seduti con la famiglia, a piangerlo. Abbiamo offerto caffè agli ospiti. Normalmente il lutto dura tre giorni ma abbiamo dovuto farlo in un solo giorno perché non è sicuro e le famiglie cercano di non stare tutte nello stesso posto per non estinguersi, se colpite. Sfortunatamente la mia sorella maggiore, che è ancora nella parte settentrionale della Striscia, non è potuta venire. Era molto frustrata e arrabbiata. Ha pianto a lungo al telefono.
Il funerale
È difficile organizzare un funerale. Il problema principale è la comunicazione, informare tutti è praticamente impossibile. Manca internet, mancano i telefoni. Siamo stati fortunati perché mio fratello lavora alla Croce rossa e quindi abbiamo potuto organizzare il trasporto del corpo con un ambulanza. Ma normalmente si vedono le persone che caricano i corpi sulle schiene degli asini o sul retro dei pick-up, nella migliore delle ipotesi. La cerimonia si è svolta accanto all’ospedale stesso e il dramma è stato che Deir el Balah è stata bombardata tre volte durante la funzione: arrivavano corpi di morti e di feriti costantemente davanti ai nostri occhi. Mentre le bombe cadevano eravamo in coda per ottenere l’ultimo lavaggio del corpo. Eravamo i quinti della fila. Ci abbiamo messo un’ora e poi siamo andati con una piccola processione al cimitero.
Ieri sono tornato a Rafah. Mentre scrivo mi trovo di fronte all’ospedale del Kuwait, nel centro della città. Sono venuto a vedere alcuni amici. Erano loro che volevano vedermi per condividere il dolore. Molti colleghi giornalisti si rifugiano qui di fronte all’ospedale. Generalmente tutti gli amici e i colleghi partecipano al lutto e alla tristezza. Ma non c’è posto in cui io li possa ricevere per una cerimonia vera e propria. Per non parlare del cibo. Quindi il minimo che potevo fare era venire qui per salutare.
Mohamed al-Ajrami
Mohamed al-Ajrami è morto che aveva 80 anni. Era stato un taxista a Gaza, prima della pensione. Stava a casa ora e noi fratelli ci prendevamo cura di lui. Era un uomo divertente, simpatico. Rideva spesso. Era critico. Di tutto, in ogni conversazione. Era “l’oppositore”, sempre, di fronte a qualsiasi interlocutore. Criticava Hamas con delle battute, li chiamava “gli idioti”, li accusava di volerci portare a tempi oscuri. Tutti lo amavano in famiglia. Era uno dei pochi anziani rimasti.
Amici e famigliari venivano spesso a visitarlo, per farsi raccontare storie del passato. Aveva una grande memoria. Mi piaceva portarlo alla spiaggia, insieme a mia madre. Battibeccavano spesso e noi fratelli ridevamo di questo. Durante la guerra era molto triste e arrabbiato. Odiava essere via da casa, dalla tv e dalla radio, dai suoi amici e vicini. Era furioso e critico verso la situazione. Cercavamo di calmarlo, gli dicevamo di avere pazienza. Ma non c’è stato tempo.