La versione di Trump: si paragona a Navalny e non nomina Putin
di Massimo BasileNEW YORK — Dopo tre giorni di silenzio, Donald Trump ha commentato la morte di Aleksej Navalny. Lo ha fatto alla sua maniera: si è paragonato all’oppositore del Cremlino morto in un remoto carcere russo. E ne ha approfittato per rilanciare i temi della propria campagna elettorale: l’emergenza migranti, la frode elettorale e la persecuzione giudiziaria. Il tutto, senza condannare il Cremlino né fare alcun cenno a Vladimir Putin.
Dopo l’avvertimento ai Paesi Nato rimasti indietro nella spesa militare, che avrebbe «incoraggiato» la Russia a «fare quello che diavolo vogliono» con gli alleati atlantici, Trump ha lanciato un altro messaggio ambiguo. «La morte improvvisa di Aleksej Navalny - ha scritto sul suo social, Truth - mi ha reso sempre più consapevole di quello che sta succedendo nel nostro Paese. Un’avanzata lenta e costante, attraverso politici, pubblici ministeri e giudici corrotti e radicali di sinistra, che sta portando verso la distruzione. Siamo una nazione in declino», h…
NEW YORK — Dopo tre giorni di silenzio, Donald Trump ha commentato la morte di Aleksej Navalny. Lo ha fatto alla sua maniera: si è paragonato all’oppositore del Cremlino morto in un remoto carcere russo. E ne ha approfittato per rilanciare i temi della propria campagna elettorale: l’emergenza migranti, la frode elettorale e la persecuzione giudiziaria. Il tutto, senza condannare il Cremlino né fare alcun cenno a Vladimir Putin.
Dopo l’avvertimento ai Paesi Nato rimasti indietro nella spesa militare, che avrebbe «incoraggiato» la Russia a «fare quello che diavolo vogliono» con gli alleati atlantici, Trump ha lanciato un altro messaggio ambiguo. «La morte improvvisa di Aleksej Navalny - ha scritto sul suo social, Truth - mi ha reso sempre più consapevole di quello che sta succedendo nel nostro Paese. Un’avanzata lenta e costante, attraverso politici, pubblici ministeri e giudici corrotti e radicali di sinistra, che sta portando verso la distruzione. Siamo una nazione in declino», ha aggiunto.
Tutto questo mentre si parla sempre di più di una corrente putiniana a Washington. Liz Cheney, figlia dell’ex vicepresidente Repubblicano Dick Cheney ed ex esponente di punta del partito, ha accusato direttamente il tycoon. «Penso - ha spiegato alla Cnn - che dobbiamo prendere Donald Trump molto seriamente. Dobbiamo farlo anche perché adesso ha un’ala putiniana nel Partito repubblicano». «Credo - ha aggiunto - che alle prossime elezioni bisognerà assicurarsi che quest’ala non si impossessi della West Wing della Casa Bianca». La West Wing è il cuore della residenza presidenziale, dove si trovano lo Studio Ovale, l’ufficio personale del presidente, e la Situation Room, quella delle emergenze e dei briefing con l’intelligence.
Due mesi fa il leader democratico alla Camera Hakeem Jeffries aveva indicato due nomi a capo della nuova fronda pro Putin: Marjorie Taylor Greene e Jim Jordan. La prima è una cospirazionista eletta in Georgia, convinta che gli incendi delle foreste siano provocati da laser spaziali e che chiamò “gazpacho” la Gestapo, confondendo la zuppa andalusa di verdure crude con la polizia segreta della Germania nazista. Jordan è un ex viceallenatore della squadra universitaria dell’Ohio di lotta libera, accusato di aver chiuso per anni un occhio sugli abusi del capo allenatore nei confronti degli atleti. Le loro biografie potrebbero sviare l’attenzione: dietro Greene e Jordan c’è quello che i Democratici chiamano il “Pro-Putin caucus”, la corrente putiniana, di cui fa parte Matt Gaetz, rappresentante della Florida e tra i leader dell’estrema destra del partito, accusato in passato di aver avuto rapporti sessuali a pagamento con minorenni. A loro si aggiunge lo Speaker, Mike Johnson, che si è opposto alla legge bipartisan approvata dal Senato per garantire aiuti militari a Kiev.
Paul Gosar, deputato dell’Arizona, è stato esplicito: «L’Ucraina - disse un anno fa - non è un nostro alleato. La Russia non è un nostro nemico». Tra i putiniani d’America vengono indicati anche Mary Miller, dell’Illinois, e Matt Rosendale, del Montana, ma è un movimento che va oltre il Congresso e si allarga al resto del Paese, e che conta i consiglieri di Trump Roger Stone e Steve Bannon, l’ex anchorman della Fox Tucker Carlson, indicato tra i possibili vice del tycoon alla Casa Bianca, il procuratore generale del Texas Ken Paxton e il governatore della Florida, ed ex candidato alle primarie presidenziali, Ron DeSantis. Sono tutti gli uomini (e le donne) del presidente Putin in Usa. Guardano a un’America modello russo: religiosa, bianca, antigay.
Liz Cheney ha avvertito: se vincerà a novembre, Trump potrebbe disdire gli impegni di Washington con la Nato. «Non riesco a immaginare - ha detto - nessun altro presidente americano dire sull’Alleanza atlantica le cose che ha detto lui. È una posizione totalmente pericolosa». Ma l’attrazione verso il presidente russo non nasce in questi mesi, parte da lontano: quando alla fine del 2016 si parlò di interferenze elettorali del Cremlino per aiutare Trump, un sondaggio Economist/YouGov mostrò un’impennata dei consensi verso Putin tra i repubblicani: il 37% aveva espresso un giudizio positivo. Solo il 14% ne aveva dato uno “molto negativo”.