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Nel Michigan “arabo” tra i delusi da Biden. “Cambi linea su Gaza o non lo voteremo”

(reuters)
Il reportage. Primarie in uno degli Stati chiave per la rielezione. Dopo il 7 ottobre, al presidente non basta più l’appoggio garantito dai sindacati dell’auto
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DEARBORN (Michigan) — «Io Biden non lo voto più, neppure se si mette in ginocchio davanti a me da oggi fino al 5 novembre. Il Michigan lo ha già perduto». È verso la fine dell’intervista, nel confortevole ufficio al secondo piano del giornale The Arab American News, che l’editore Osama Siblani si lascia trasportare dai veri sentimenti che lo animano: «Non condanno l’attacco del 7 ottobre. Dite pure che sto con Hamas, ma difendo il diritto di combattere l’occupazione. Quanto al Libano, dove sono nato, il capo di Hezbollah Hassan Nasrallah è un grande uomo, perché ha creato l’equilibrio contro la forza militare di Israele».

Ecco, qui sta il rompicapo che Joe Biden deve risolvere entro novembre, …

DEARBORN (Michigan) — «Io Biden non lo voto più, neppure se si mette in ginocchio davanti a me da oggi fino al 5 novembre. Il Michigan lo ha già perduto». È verso la fine dell’intervista, nel confortevole ufficio al secondo piano del giornale The Arab American News, che l’editore Osama Siblani si lascia trasportare dai veri sentimenti che lo animano: «Non condanno l’attacco del 7 ottobre. Dite pure che sto con Hamas, ma difendo il diritto di combattere l’occupazione. Quanto al Libano, dove sono nato, il capo di Hezbollah Hassan Nasrallah è un grande uomo, perché ha creato l’equilibrio contro la forza militare di Israele».

Ecco, qui sta il rompicapo che Joe Biden deve risolvere entro novembre, se vuole restare alla Casa Bianca. Il Michigan, ieri alle urne per le primarie, è uno degli Stati chiave che decisero le presidenziali nel 2016 e 2020, e le decideranno ancora quest’anno. Ben 310mila abitanti hanno origini mediorientali o nordafricane. Nel 2016 Trump lo aveva vinto contro Hillary per 11mila voti di scarto, ma nel 2020 lo ha perso per 154mila. Il calcolo quindi è presto fatto: se non andranno alle urne gli arabi americani, che quattro anni fa avevano appoggiato Biden a livello nazionale col 64% delle preferenze contro il 35%, potranno consegnare a Donald il Michigan e la Casa Bianca.

Dearborn, patria di Henry Ford, è l’epicentro del terremoto provocato da Gaza. Ha 110mila abitanti, di cui metà arabi, e qui c’è l’Islamic Center of America, la più grande moschea del continente. Il Wall Street Journal l’ha definita “capitale della Jihad americana”, sottolineando le minacce dell’imam Imran Salha, secondo cui le azioni di Israele «hanno acceso un fuoco nei nostri cuori che brucerà quello Stato». Lo sceicco locale Ahmad Musa Jibril è accusato di fomentare la guerra santa.

Biden pensava di essersi messo lo Stato in tasca, quando aveva appoggiato i sindacati del settore auto nello sciopero per il rinnovo del contratto, ricevendo il loro appoggio. Poi ha dalla sua la popolare governatrice Gretchen Whitmer, possibile candidata alla Casa Bianca se lui si ritirasse. Il 7 ottobre però Hamas ha attaccato Israele, e il sostegno allo Stato ebraico ha fatto nascere tra gli arabi il movimento “Abandon Biden”, guidato da Khalid Turaani. Trump voleva bandire i musulmani e ha spostato l’ambasciata a Gerusalemme, ma fa niente: la rabbia per Gaza è così forte che sono pronti a ridargli la Casa Bianca.

Il municipio di Dearborn è forse l’unico negli Usa ad avere le scritte degli uffici in arabo, oltre a inglese e spagnolo. Il sindaco democratico Abdullah Hammoud ripete quanto ha scritto sul New York Times: «La mia città non dorme e si sente tradita. Temo che Biden non verrà ricordato come il presidente che ha salvato la democrazia nel 2020, ma quello che l’ha sacrificata nel 2024 per Netanyahu». Quindi aggiunge: «Non posso sostenere in buona coscienza il genocidio. Perciò alle primarie voto uncommitted, per scegliere la speranza che Biden ci ascolti». Si riferisce all’iniziativa di Abbas Alawieh e Layla Elabed, sorella della deputata democratica Rashida Tlaib, chiamata “Listen to Michigan”. «Abbiamo chiesto ai democratici - spiega Layla - di votare uncommitted, ossia non prendere posizione per alcun candidato. L’obiettivo è contare gli scontenti e dimostrare a Biden che abbiamo abbastanza consensi per farlo perdere a novembre. Così speriamo che ci ascolti e cambi linea su Gaza».

Per rimediare, il presidente ha mandato due delegazioni in Michigan. La prima l’ha guidata il 26 gennaio la direttrice della campagna elettorale, Julia Chavez Rodriguez, ma molti hanno rifiutato di incontrarla, chiedendo di parlare coi policymaker. Quindi ha inviato una seconda delegazione, col vice consigliere per la sicurezza nazionale Finer e la direttrice di Usaid Power.

Siblani le ha incontrate entrambe, «perché sono un uomo della comunicazione e parlo con tutti. Oggi ho visto il direttore della campagna di Trump». Poi spiega: «Ho consegnato a Biden sette punti, dal cessate il fuoco allo Stato palestinese. Se si muovono, ne riparleremo. Altrimenti è inutile incontrarsi di nuovo». Il rischio Donald non lo scuote: «Abbiamo votato Biden, e in cambio ci ha dato il genocidio. Trump non è peggiore di lui». Quindi si lascia andare ai commenti su Hamas e Hezbollah, e alla domanda non se teme di istigare violenze della “capitale della Jihad”, risponde così: «No. Contro chi? Siamo americani, venuti qui proprio per scappare dalle violenze del Medio Oriente. Perché dovremmo riportarle nella nostra comunità?».

Al seggio della Henry Ford Elementary School i sentimenti sono contrastanti. «Io - confessa Kassam - ero democratico, però ho votato repubblicano. Trump non vuole cacciare i musulmani, ma gli illegali». Fatimah ha scritto “uncommitted”, perché «Gaza mi straccia il cuore». Saad è rimasto fedele a Biden, ma ha un motivo personale forte: «Mia figlia lavora alla Casa Bianca». Lo scrittore Ahmed Alkhatib, nato a Gaza dove ha perso la famiglia nei bombardamenti, invita tutti alla ragionevolezza: «Il risentimento - dice a Repubblica - è reale e va affrontato, ma l’alternativa è molto peggiore. Biden deve impegnarsi per aiuti, tregua e soluzione dei due Stati, e gli arabi devono votarlo».

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