I mille segreti del boss Mancuso, l’uomo della ‘Ndrangheta che fa tremare la politica colombiana
di Daniele MastrogiacomoLIMA – C’è un uomo di 59 anni, ancora pieno di energia nonostante abbia passato gli ultimi 15 in carcere negli Usa, che mette in subbuglio il mondo politico e militare della Colombia. Si chiama Salvatore Mancuso, detto el Mono (scimmia) o Triple O, o ancora Signore della droga. Dipende dalle circostanze. Ha origini italiane, nonostante sia nato a Montería, cittadina del Dipartimento di Antioquia. Ha un nome di peso. La sua famiglia guida una delle più forti e influenti ‘ndrine della mafia calabrese: quella di Limbadi e Nicotera. Era l’uomo di raccordo in Colombia dove la 'Ndrangheta, prima delle altre holding del crimine, aveva stretto ottimi rapporti con i Cartelli locali.
Chi è Salvatore Mancuso
Figlio di “Don Ciccio”, terza generazione di una dinastia che risale ai primi del Novecento, Salvatore Mancuso è stato condannato nel 2008 per aver trasferito negli Stati Uniti una montagna di cocaina: …
LIMA – C’è un uomo di 59 anni, ancora pieno di energia nonostante abbia passato gli ultimi 15 in carcere negli Usa, che mette in subbuglio il mondo politico e militare della Colombia. Si chiama Salvatore Mancuso, detto el Mono (scimmia) o Triple O, o ancora Signore della droga. Dipende dalle circostanze. Ha origini italiane, nonostante sia nato a Montería, cittadina del Dipartimento di Antioquia. Ha un nome di peso. La sua famiglia guida una delle più forti e influenti ‘ndrine della mafia calabrese: quella di Limbadi e Nicotera. Era l’uomo di raccordo in Colombia dove la 'Ndrangheta, prima delle altre holding del crimine, aveva stretto ottimi rapporti con i Cartelli locali.
Chi è Salvatore Mancuso
Figlio di “Don Ciccio”, terza generazione di una dinastia che risale ai primi del Novecento, Salvatore Mancuso è stato condannato nel 2008 per aver trasferito negli Stati Uniti una montagna di cocaina: ben 100mila chili di polvere bianca nell’arco di un ventennio. Venti al mese. Rientrato a Bogotà due giorni fa per continuare il suo processo di collaborazione e godere quindi dei benefici previsti dal Piano di Pace sottoscritto dalla guerriglia delle Farc e il governo di Manuel Santos, Mancuso ha tentato fino all’ultimo di essere trasferito in Italia. Voleva tornare nella sua Calabria, protetto dalla potente famiglia ancora egemone nel traffico di droga internazionale che si estende a tutto il Sudamerica, agli Usa, all’Europa fino all’Australia. Ma anche dall’assenza di un trattato di estradizione tra Italia e Colombia che lo avrebbe messo al riparo dalle vendette che adesso si accumulano come nuvole nere sulla sua testa.
A capo degli squadroni della morte
Sono in molti a volerlo nel Paese andino. Perché continui a parlare o perché smetta di farlo. Salvatore Mancuso è l’uomo dei mille segreti. È stato al vertice delle Autodefensas Unidas de Colombia (AUC), gli squadroni della morte fondati dai fratelli Fidel e Carlos Castaño. Si trattava dei gruppi paramilitari sorti su richiesta dei grandi allevatori di bestiame e coltivatori di caffè minacciati dalla guerriglia delle Farc nel mezzo secolo di conflitto che ha diviso e insanguinato il Paese andino. Da pattuglie di vigilantes presto si trasformano in un vero esercito con 30mila miliziani. Sono finanziati da imprenditori, protetti da politici, sopportati da presidenti, sostenuti dai vertici dell’esercito che li usano nei lavori sporchi e nella raccolta di informazioni.
Seimila omicidi
Mancuso è un soldato efficiente. Un generale sul campo. Duro e spietato: è stato accusato di oltre 60mila omicidi. Ne ha ammessi 6mila. La maggior parte tra i contadini accusati di simpatie per la guerriglia, da cui erano in realtà ricattati, ma anche nei confronti di leader sociali, attivisti, parlamentari, giudici, politici, giornalisti, intellettuali. Stragi orrende, con atroci torture, dove nessun testimone restava in vita. Hanno segnato la storia della Colombia. Molte sono rimaste senza colpevoli.
Il pentimento
Nel 2004, con la morte dei Castaño, i suoi mentori, Alberto Mancuso smobilita le Auc e decide di collaborare con la giustizia. Ammette le mattanze, racconta gli omicidi su commissione, svela gli intrecci con il mondo imprenditoriale, accusa i vecchi vertici dell’esercito di aver usato i paramilitari per le loro porcherie. Conferma gli accordi con i “nemici" delle Farc per dividersi il traffico di droga. Ma quando punta il dito contro l’allora presidente Alvaro Uribe, da sempre sostenitore degli squadroni della morte che ha anche finanziato, il vento gira e viene estradato negli Usa. Lo vogliono perché ha invaso il Paese con fiumi di coca.
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È il 2008. Resta in carcere per 15 anni in Georgia e due giorni fa rientra in Colombia. Ha scritto una lettera resa pubblica. “Vengo per portare avanti il mio impegno a favore delle vittime come ho fatto ininterrottamente negli ultimi 18 anni. Ho sbagliato e di questo mi scuso”, aggiunge. Saltata la soluzione Italia, Salvatore è adesso costretto a raccontare ciò che finora non ha detto. Il Jep, il Tribunale di giustizia transitorio creato proprio per giudicare i carnefici del confitto colombiano, pretende di sapere anche le rotte seguite nel traffico di droga, le alleanze con le Farc, i finanziamenti avuti da politici e leader compiacenti. Uribe in testa. Il quale rischia e anche molto.
L’uomo della 'Ndrangheta a Bogotà non ha molte alternative. Sa di essere lo strumento di uno scontro che va oltre il semplice narcotraffico. Se vuole tornare libero deve vuotare il sacco. Tutto. Ma sa anche che le famiglie calabresi hanno i tentacoli lunghi. Tradirle significa una condanna a morte. Poche ore dopo il suo sbarco in Colombia ha già avuto la prima minaccia: “Smetti di dire ciò che non devi dire”.