LIMA - Haiti brucia ancora, nonostante lo stato di emergenza proclamato dal governo e il coprifuoco imposto per 72 ore. Ci sono scontri sporadici in tutta Port-au-Prince e si sentono raffiche di fucili automatici insieme ai colpi sordi delle esplosioni. La gente resta tappata in casa ma molti, a centinaia, sono fuggiti dai quartieri dove le bande scorrazzano scatenando il terrore e si sono riversati in aree più tranquille.
Ma è l’intera ex isola degli schiavi, avvolta da due anni in una crisi che appare irreversibile, a non essere sicura. Le oltre 200 gang sono padrone dell’80 per cento di Haiti e la stessa capitale è a macchia di leopardo. Ci sono posti di blocco dove i miliziani taglieggiano e spesso rapiscono chi è costretto a passare. Chiedono riscatti che molti non riescono a pagare. La situazione è fuori controllo. Lo ammettono le stesse autorità, spiazzate dalle serie di assalti che le due principali bande, da sempre nemiche e adesso unite, hanno lanciato da giovedì scorso in quello che appare come un tentativo di golpe.
L’ex poliziotto “Barbecue” ora a capo delle gang
Guidate dall’ex poliziotto Jimmy Cherizier, detto “Barbecue”, da tempo passato tra le fila dei criminali, le gang hanno lanciato un’offensiva armata che puntava ad arrestare i ministri del governo provvisorio e lo stesso capo della polizia.
Hanno prima raggiunto l’aeroporto dove era in partenza il presidente transitorio Ariel Henry, diretto a Nairobi, e qui hanno tentato di bloccarlo ingaggiando una fitta sparatoria con la sicurezza. Si è scatenato subito il panico e lo scalo è stato sbarrato per impedire che venisse occupato. Henry si è salvato per un soffio ed è riuscito a partire.
Il raid a Port-au-Prince
La rabbia è montata. I miliziani, oltre 400, si sono allora diretti di nuovo verso Port-au-Prince decisi ad assaltare i palazzi del potere. Ci sono stati nuovi scontri, con le pallottole che schizzavano da tutte le parti e la gente costretta a ripararsi dove poteva. Il raid è continuato ma le milizie, con un’operazione militare, si sono divise in piccoli gruppi e hanno iniziato ad assediare e poi ad assaltare le stazioni di polizia. Volevano neutralizzare gli agenti in servizio e impedire che scattasse il piano di emergenza.
Dalla radio il capo della polizia lanciava disperati appelli e chiamava a raccolta tutti gli agenti disponibili, compresi quelli che non erano di turno. Chi si trovava a casa ha dovuto attraversare spesso la città, muovendosi protetto da mezzi blindati che venivano presi di mira con fitte sassaiole e colpi di armi automatiche. Bloccata la polizia nelle caserme, il grosso dei miliziani ha proseguito il suo raid ma ha cambiato il piano.
L’evasione di massa
Piuttosto che dirigersi verso il Parlamento e le sedi dei ministri ha scelto di assaltare due carceri. Coordinati dalle radio e radunati in un solo, compatto battaglione hanno assediato il penitenziario principale di Haiti mentre un gruppo più piccolo riusciva a sfondare il cancello d’ingresso di quello di Croix des Bouquets. La battaglia è stata breve ma intensa. Entrambe le strutture hanno ceduto, le guardie disarmate o fuggite e le celle sono state aperte. L’evasione è stata di massa. Ben 3.696 detenuti, dal ladruncolo al feroce assassino, si sono ritrovati di colpo liberi e hanno festeggiato, tra raffiche di mitra e colpi di pistola in aria, la svolta inaspettata. Tra i fuggiaschi ci sono tutti i capi delle gang. Il carcere è stato svuotato al 90 per cento. Anche le ultime guardie che si erano nascoste hanno preso il largo. Inevitabili le vendette: davanti e dentro la struttura che appariva deserta si sono contati 15 corpi.
All’interno sono rimasti solo i più anziani, i ricoverati in infermeria, chi era troppo provato dalla prigionia per affrontare una fuga che poteva finire male. Anche i 18 mercenari, ex soldati colombiani, arrestati perché facevano parte del commando che aveva assassinato l’ex presidente Jovenel Moïse nel 2021, hanno deciso di restare nella struttura. Ai giornalisti che hanno avuto il coraggio di andare sul posto e entrare nel carcere principale hanno spiegato che si sentivano estranei nell’ambiente in cui erano rinchiusi e temevano di essere uccisi. “Preferiamo restare qui dentro. Siamo in attesa del processo e abbiamo qualche possibilità di finire di scontare la pena per ciò che abbiamo fatto in Colombia”, hanno aggiunto. È stato proprio l’omicidio del presidente legittimo a provocare la crisi che sta dissanguando Haiti.
Il coprifuoco e lo stato di emergenza
All’esterno la battaglia continuava. Più intesa e furibonda di prima. Ai miliziani si sono aggiunti gli evasi. Hanno subito imbracciato fucili pistole e machete e hanno continuato gli assalti a casa e palazzi. Ariel Henry veniva informato in tempo reale mentre sorvolava l’Atlantico. Quando è atterrato a Nairobi ha disposto subito una serie di misure. “Dobbiamo riprendere in mano la situazione”, avrebbe ordinato ai ministri terrorizzati e alla polizia che nel frattempo era riuscita a radunarsi nelle principali stazioni e a organizzare una controffensiva. È stato dichiarato lo stato di emergenza e imposto in coprifuoco. Durerà solo 72 ore. Il Paese non può restare paralizzato. La gente deve mangiare o raccattare qualche soldo per vivere. “Cerchiamo di ristabilire l’ordine e di adottare misure adeguate per riprendere il controllo della situazione” spiegava un comunicato diffuso anche via radio e tv.
L’ambasciata Usa ha chiesto a tutti i connazionali di “lasciare subito Haiti”. A migliaia si sono diretti verso la frontiera con la Repubblica Dominicana e in parte sono riusciti a superarla. Ma il presidente Luis Abinader ha lanciato un disperato appello chiedendo un intervento internazionale. “Salviamo Haiti”, ha detto. “Anche noi rischiamo di essere travolti”. Serve a poco il muro di un paio di metri d’altezza costruito negli ultimi sei mesi. Chi si trova dall’altra parte lo aggira fino a quando non trova un varco. La forza della disperazione spinge donne e bambini verso la salvezza.
L’intervento del Kenya
Sull’isola nessuno può considerarsi al sicuro. L’anno scorso ci sono stati 8.400 morti e migliaia di feriti. Il doppio del 2022. Solo nel mese di gennaio le vittime sono state oltre 500. Un vero massacro. Il presidente Ariel Henry aveva giurato di lasciare il potere lo scorso 7 febbraio. Ma poi, come accade ormai da due anni, ha deciso di restare. Si è nuovamente impegnato a indire delle elezioni per il 2025. Prende tempo. Sa di essere estremamente impopolare, che non ha legittimità. Senza il voto non si elegge un Parlamento, senza Parlamento non si sceglie un presidente, senza presidente non si forma un governo. Con 4 mila criminali liberi di agire e di ingrossare le fila delle gang, è quasi assurdo pensare a una campagna elettorale. Henry punta sul Kenya, l’unico Paese ad aver raccolto l’appello dell’Onu per l’invio di una forza di contrapposizione che aiuti a rimettere ordine su un’isola che sta affondando tra violenza e morti.
Nairobi ha accettato di inviare mille tra soldati e agenti di polizia. Ma la Corte Suprema ha bocciato la missione dicendo che era incostituzionale: i poliziotti non possono operare fuori dal proprio stato. Il presidente di Haiti cerca di aggirare l’ostacolo e ha firmato un protocollo di intesa con il presidente kenyota. Non si sa se abbia valore giuridico. Un piccolo sotterfugio per dare ancora una certa parvenza a un governo che nei fatti non esiste. Ad Haiti comandano le gang. Senza un voto popolare sarà difficile imporre un minimo di pace.