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I raid degli occidentali non fermano gli Houti: primi morti nel Mar Rosso

Attaccata una portacontainer: tre morti e dispersi. L’equipaggio abbandona la nave
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Un mare rosso fuoco. Gli Houti intensificano gli attacchi e colpiscono con addirittura maggiore precisione. Nel giro di 48 ore hanno sfidato direttamente l’Us Navy, prendendo di mira due cacciatorpedinieri che sono riusciti a respingere l’assalto. E soprattutto hanno centrato in pieno due portacontainer. L’incendio della “Sky II” — nave del gruppo Msc della famiglia Aponte — è stato domato dall’intervento dei militari indiani. Il rogo della “True Confidence” rischia invece di avere esiti disastrosi: l’equipaggio l’ha abbandonata alla deriva. Tre uomini sono morti, altri cinque gravemente ustionati: sono i primi marinai uccisi dall’inizio dell’offensiva marittima lanciata dal movimento yemenita filo-iraniano.

Elicotteri britannici e una fregata indiana stanno cercando di soccorrere l’unità in fiamme. C’è il timore che possa fare la stessa fine della “Rubymar”, affondata dopo una lunga agonia disperdendo in mare migliaia di tonnellate di carburante e fertilizzanti. Gli Houti sosten…

Un mare rosso fuoco. Gli Houti intensificano gli attacchi e colpiscono con addirittura maggiore precisione. Nel giro di 48 ore hanno sfidato direttamente l’Us Navy, prendendo di mira due cacciatorpedinieri che sono riusciti a respingere l’assalto. E soprattutto hanno centrato in pieno due portacontainer. L’incendio della “Sky II” — nave del gruppo Msc della famiglia Aponte — è stato domato dall’intervento dei militari indiani. Il rogo della “True Confidence” rischia invece di avere esiti disastrosi: l’equipaggio l’ha abbandonata alla deriva. Tre uomini sono morti, altri cinque gravemente ustionati: sono i primi marinai uccisi dall’inizio dell’offensiva marittima lanciata dal movimento yemenita filo-iraniano.

Elicotteri britannici e una fregata indiana stanno cercando di soccorrere l’unità in fiamme. C’è il timore che possa fare la stessa fine della “Rubymar”, affondata dopo una lunga agonia disperdendo in mare migliaia di tonnellate di carburante e fertilizzanti. Gli Houti sostengono che il mercantile colpito sia di proprietà statunitense, cosa smentita dall’armatore greco, e hanno ribadito anche sui canali social l’avvertimento a tutte le navi che transitano a largo dello Yemen: «Dovete identificarvi via radio o via mail, altrimenti sarete considerate ostili».

La veemenza degli attacchi sta sorprendendo i comandi occidentali. Americani e britannici hanno bombardato con aerei e cruise oltre duecento postazioni della milizia sciita mentre radar e satelliti sorvegliano continuamente la costa: ogni volta che viene avvistata una rampa di lancio, i jet F-18 della portaerei Eisenhower vanno a neutralizzarla. Ma gli Houti hanno un arsenale che appare inesauribile, con centinaia di ordigni: sono piazzati su piccoli camion identici a quelli commerciali, che restano nei capannoni o si confondono nel traffico. I missili possono venire scoperti quando accendono i motori, perché il calore non sfugge alla vigilanza dallo spazio: da quel momento però ci sono pochi minuti per intercettarli. I droni sono costruiti in fibroresina e hanno motori minuscoli: spesso vengono individuati solo quando si avvicinano ai bersagli.

La Us Navy era convinta di avere smantellato con i raid dal cielo la rete di controllo che permetteva ai fondamentalisti di localizzare gli obiettivi e coordinare le incursioni. Dopo pochi giorni di calo però gli assalti sono tornati a essere incisivi e ben organizzati: in alcuni casi, scagliano contemporaneamente missili e droni nel tentativo di spiazzare le difese contraeree delle navi militari. Lo hanno fatto anche martedì sera contro il cacciatorpediniere “Carney”, lo stesso che il 19 ottobre ha abbattuto la prima ondata di ordigni partiti dallo Yemen. Da allora ci sono stati oltre 60 attacchi, che hanno provocato un calo del 40 per cento del traffico attraverso Suez e un aumento vertiginoso delle tariffe marittime.

C’è chi sostiene che dietro gli ultimi lanci ci sia lo zampino dell’Iran: la nave spia Behshad in questi giorni ha raggiunto il Golfo di Aden, proprio dove sono stati messi a segno i colpi più precisi. Per settimane l’unità dei Guardiani della Rivoluzione era rimasta all’ancora davanti alla base cinese di Gibuti: si è ipotizzato che fosse stata paralizzata da un cyber-attacco del Pentagono. Un blitz mai confermato, rimasto avvolto nella “nebbia di guerra”.

Oggi la zona a Nord dello Stretto di Bab el-Mandeb pare meno pericolosa. Lì si trovano anche le unità della missione europea Aspides, che nei giorni scorsi hanno abbattuto diversi droni: il cacciatorpediniere “Caio Duilio” è entrato in azione qui, all’altezza dell’Eritrea. Le tre fregate francese, greca e tedesca stanno agendo in maniera autonoma per scortare i mercantili nazionali: nelle prossime ore, quando il voto del Parlamento italiano sarà ratificato dal Quirinale, scatterà l’operazione Ue e il “Duilio” coordinerà le attività, attivando uno scudo difensivo a lungo raggio. La fascia di mare da proteggere è sterminata: le coste dello Yemen si estendono per 1900 chilometri. Impossibile tenerla tutta sotto controllo.

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