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Haiti nel caos. Lascia la missione Ue. E dal Salvador Bukele entra a gamba tesa nella crisi: “Cannibali, so io come sconfiggerli”

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In Giamaica atterra Anthony Blinken. Lascia la missione Ue. E intanto il primo ministro Henry non riesce a rientrare
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LIMA – Bukele superstar. Galvanizzato dal doppio successo alle elezioni presidenziali di una settimana fa e domenica da quelle amministrative in cui ha conquistato tutti i comuni del Salvador, il presidente più cool dell’America Centrale come ama definirsi, adesso si propone garante della sicurezza ad Haiti. Pubblica su suo account X un video nel quale si vedono alcuni membri di una gang dell’ex isola degli schiavi che si addentano sui resti di un cadavere e lo strappano a morsi. Una scena disgustosa che lo stesso social si è affrettato a cancellare ma che offre a Nayib Bukele l’occasione per offrire la sua consulenza e riportare ordine e pace ad Haiti.

La mano tesa dal Salvador

Non si sa a quando risalga quella scena di cannibalismo. Molti sollevano dubbi e affermano che siano immagini vecchie di almeno alcuni mesi. Haiti è anche l’isola del woodoo. Ma questo non toglie l’orrore per una scena che spiega quanto la prima terra a riempirsi di schiavi e la prima a ribellarsi alla tratta umana, sia ormai avvolta dal suo inferno. “Possiamo sistemare la faccenda”, taglia corto il presidente del Salvador. “Certo, avremo bisogno di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, del consenso del paese ospitante e della garanzia che tutte le spese della missione siano coperte”. Ma si può fare, aggiunge, convinto, il leader politico che si vanta di aver trasformato il suo Salvador da terra più violenta al mondo a oasi di pace dove i cittadini finalmente possono passeggiare tranquillamente in mezzo a famiglie felici senza il timore di essere aggrediti e uccisi mentre studiano il percorso a ostacoli che devono compiere per andare a fare semplicemente la spesa.

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Non è solo propaganda. Bukele è riuscito dove tanti altri hanno fallito. Eletto la prima volta con un suffragio quasi “bulgaro”, ha cercato di stringere un patto con le maras che decidevano vita e morte della popolazione. Ma quando si è accorto della trappola che gli avevano teso, destinata a farlo crollare con uno scandalo su accordi sottobanco, ha scelto il pugno di ferro. Ha imposto un regime durissimo, ordinato il coprifuoco e scatenato la sua guerra alle gang. Nel giro di un anno ha spedito in carcere oltre 70 mila persone. Senza molta distinzione.

Il metodo Bukele

Bastava un tatuaggio sospetto, scovato dai soldati che per strada obbligavano chiunque a spogliarsi e a mostrare il proprio corpo, per sbatterti dentro. Senza un’accusa precisa, senza un processo, senza un avvocato. Puoi restare in cella anche mesi, isolato dal mondo, in attesa di una verifica che ti scagiona o ti condanna. Niente scuse, ovviamente. L’emergenza non prevede garanzie. La guerra è guerra.

La gente ha rinunciato ai propri diritti pur di ottenere la pace. Bukele è stato ai patti: ha stroncato le gang e se ne infischia delle critiche degli organismi internazionali sulla palese e continua violazione dei diritti umani. Mostra i prigionieri seduti, la testa china, allineati sui piazzali del supercarcere che ha costruito alla periferia della capitale e spiega che solo così si governa un paese preda della violenza.

Bukele ha fatto molti proseliti. Persino qui in Perù si leggono sui muri scritte che inneggiano al suo sistema. La criminalità è al primo punto delle preoccupazioni che la gente esprime in tutto l’emisfero meridionale. Ma pensare di adattare una soluzione simile anche a Haiti non è così semplice. L’Onu ha già approvato una missione internazionale. Ha risposto solo il Kenya. E’ disposto a inviare fino a 2 mila agenti. Ma deve fare i conti con i suoi equilibri interni e l’offerta è ancora bloccata da una sentenza della Corte Costituzionale che vieta l’uso di poliziotti kenioti su una terra straniera. La stessa missione non ha ancora un piano preciso e regole di ingaggio che fissino i compiti di chi interverrà. Molti si sono bruciati ad Haiti. L’Onu per una serie di scandali sessuali e la diffusione del colera da parte del contingente nepalese; gli Usa per aver provocato più guasti che benefici.

La situazione sul campo

La situazione sul campo è degenerata. Le gang, oltre 200, si sono radunate sotto la guida di Jimmy Chérizier, detto “Barbecue”, un soprannome che acquista un significato macabro alla luce del video che immortala scene di cannibalismo. E’ un ex poliziotto, come tanti delle gang, deciso a prendere il potere. L’80 per cento dell’isola è nelle sue mani. La gente è costretta a restare tappata in casa non solo per il coprifuoco prolungato adesso di un mese. Ma per le pallottole che schizzano da tutte le parti e che provocano decine, centinaia di morti. Solo a gennaio ci sono state mille vittime. Il nuovo padrone di Haiti ha sferrato un attacco secondo un piano ben preciso. Ha prima assaltato e bruciato tutte le stazioni della polizia, l’Accademia stessa, per annullare il sistema difensivo. Poi si è concentrato sui palazzi del potere e ha colpito i Tribunali, i ministeri, perfino la Presidenza. “Il centro di Port-au-Prince”, ammettevano domenica le forze dell’ordine, “è ormai perso. Su questo non ci sono dubbi. Noi siamo in ginocchio”.

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Gli Usa hanno ordinato a tutto il personale dell’ambasciata di lasciare l’isola. La missione Ue anche. È intervenuto un gruppo di marines che di notte, con degli elicotteri, ha organizzato l’evacuazione. Stessa cosa hanno fatto i dipendenti e gli ambasciatori delle delegazioni europee. L’altra partita si gioca in Giamaica dove oggi arriverà il Segretario di Stato Usa Antony Blinken. Incontrerà i rappresentanti della Celac, la Comunità dei paesi dell’America Latina e dei Caraibi. Tutti concordano sulla necessità che il presidente provvisorio Ariel Henry rassegni le dimissioni. E’ la principale richiesta di Jimmy Chérizier ma è soprattutto l’unico passo da fare in questo momento per far placare la rabbia e spegnere la violenza senza più controllo.

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L’idea che sta maturando è “accelerare una transizione politica attraverso la creazione di un collegio presidenziale indipendente e ad ampia base, nonché il dispiegamento di una missione internazionale di sostegno per affrontare l’attuale crisi di sicurezza”, come ha spiegato il portavoce della Segreteria di Stato Mattew Miller. Ariel Henry è tagliato fuori. Non è più l’unica soluzione “con un minimo di legittimità” che gli Usa si ostinavano a proporre fino a ieri. Haiti ha bisogno di svolgere finalmente delle elezioni che si rimandano da tre anni. Indirle, come ha detto Ariel, nel 2025 è stata letta come una provocazione. Benzina su un incendio che adesso Bukele, dal Salvador, si offre di spegnere.

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