MOSCA — Vladimir Putin continua a voler tenere tutte le piste aperte. A tre giorni dall’attentato alla Crocus City Hall nei pressi di Mosca che, secondo l’ultimo bilancio, ha provocato almeno 139 morti e 182 feriti, ha finalmente riconosciuto che è stato commesso da «estremisti islamici», ma ha continuato ad alludere a un coinvolgimento di Ucraina e Occidente. Non poteva più ignorare la rivendicazione della branca afghana dello Stato Islamico, comprovata da vari filmati, ma non l’ha nominata esplicitamente. Né voleva fermare la macchina della propaganda che da giorni cavalca l’attentato per sobillare la popolazione contro Kiev e i presunti complici.
«Sappiamo che questo crimine è stato commesso da estremisti islamici con un’ideologia contro la quale lo stesso mondo islamico combatte da secoli», ha detto il presidente russo mettendo l’accento sulla distinzione tra islamisti e mondo islamico per non alienarsi la gran fetta di popolazione musulmana concentrata nel Caucaso russo foco…
MOSCA — Vladimir Putin continua a voler tenere tutte le piste aperte. A tre giorni dall’attentato alla Crocus City Hall nei pressi di Mosca che, secondo l’ultimo bilancio, ha provocato almeno 139 morti e 182 feriti, ha finalmente riconosciuto che è stato commesso da «estremisti islamici», ma ha continuato ad alludere a un coinvolgimento di Ucraina e Occidente. Non poteva più ignorare la rivendicazione della branca afghana dello Stato Islamico, comprovata da vari filmati, ma non l’ha nominata esplicitamente. Né voleva fermare la macchina della propaganda che da giorni cavalca l’attentato per sobillare la popolazione contro Kiev e i presunti complici.
«Sappiamo che questo crimine è stato commesso da estremisti islamici con un’ideologia contro la quale lo stesso mondo islamico combatte da secoli», ha detto il presidente russo mettendo l’accento sulla distinzione tra islamisti e mondo islamico per non alienarsi la gran fetta di popolazione musulmana concentrata nel Caucaso russo focolaio di tensioni. Ma ha aggiunto: «Ciò che ci interessa è il mandante». Ed è qui che sono iniziate le insinuazioni: «Perché i terroristi cercavano di andare in Ucraina? Chi li aspettava lì?». E ancora: «Ci chiediamo chi ne trarrà beneficio? Quest’atrocità potrebbe essere un nuovo episodio nella serie di tentativi da parte di coloro che, dal 2014, combattono il nostro Paese attraverso il regime neonazista di Kiev». Per poi esplicitare l’allusione: «Vediamo che gli Usa cercano di convincere che Kiev non c’entra e che il sanguinoso atto terroristico è stato commesso da membri dello Stato islamico». Non cavalcare la rivendicazione dell’Isis e continuare ad alludere a un ruolo di Kiev e dell’Occidente ha un triplice scopo: alimentare la narrazione della Russia minacciata dall’Occidente collettivo; evitare di dividere la società russa multiconfessionale e multietnica e così salvaguardare l’integrità territoriale della Federazione; infine distogliere l’attenzione dai fallimenti delle agenzie di sicurezza mobilitando la popolazione sulla necessità di difendersi da Kiev e Occidente.
Le affermazioni di Putin sono arrivate durante una riunione di governo in video trasmessa in serata in tv. Con Putin che smistava report sulla scrivania e dava la parola ai suoi funzionari, intenti ad allontanare da se stessi le colpe della tragedia. Come il ministro dell’Emergenza Aleksandr Kurenkov che ha sottolineato che il sistema anti-incendio della sala concerti funzionava, ma non ha spento le fiamme «a causa dello sviluppo della combustione su una vasta area ardente». Fiamme che stando ad Aleksandr Bastrykin, capo del Comitato investigativo, hanno provocato il maggior numero di vittime: almeno 45 contro 40 uccise dai proiettili degli attentatori.
L’attacco, ha detto Bastrykin, è durato appena 13 minuti, tra le 19.58 e le 20.11 di venerdì sera. Ma molte domande restano senza risposta. A partire dalle motivazioni dei quattro principali sospettati, almeno uno dei quali arrivato dalla Turchia. Confrontando filmati e profili social, il New York Times e diversi siti investigativi indipendenti hanno riconosciuto nei detenuti gli autori del massacro e i protagonisti di un video-rivendicazione dell’Isis, ma alcune fonti di intelligence occidentali sollevano dubbi sulla loro identità. Le autorità russe hanno inoltre riferito che altri sette sospettati sono stati arrestati e tre di loro — un padre e due figli — ieri sono stati rinviati a giudizio con l’accusa di complicità: avrebbero venduto l’auto usata dagli attentatori. I quattro jihadisti, infine, sono apparsi domenica con i visi gonfi, occhi tumefatti, uno in sedia a rotelle e un altro con una vistosa benda bianca sulla testa a conferma dei video di torture diffusi nelle ore precedenti.
Torture che il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov non ha voluto commentare, ma sollevano pesanti dubbi sulle dichiarazioni estorte. L’Fsb ha detto inoltre che i quattro uomini sono stati arrestati nella regione di Brjansk, a circa 340 km a Sud-ovest di Mosca, mentre tentavano di raggiungere l’Ucraina. Persino una fonte di Izvestija, che ha legami con le forze di sicurezza, rileva una discrepanza: «Sarebbe stato molto più logico scomparire tra i milioni di migranti che lavorano qui, piuttosto che trasferirsi in zone di confine ben controllate». Per questa fonte, tuttavia, l’incongruenza è l’ennesima prova di una montatura.