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“Stuprato e minacciato di morte dai talebani, se non riesco a scappare mi uccido”. La storia di Nadim e degli altri Lgbtq+ che a Kabul vivono nel terrore

Un transgender racconta a Repubblica la sua esistenza da perseguitato sotto il regime degli studenti del Corano: “Mi hanno violentato 6 volte e non posso denunciarli altrimenti mi ammazzano”. Più volte ha provato, invano, a fuggire dal Paese
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Erano le dieci di sera, ora di Kabul, la capitale dell’Afghanistan, quando è squillato il mio telefono. Dall’altra parte, un transgender mi ha raccontato una storia di stupro e torture per mano dei talebani, con una voce tremante e carica di odio.

Alcuni mesi prima aveva subito uno stupro di gruppo per mano di miliziani talebani. Nadim, che preferisce usare il maschile per riferirsi a se stesso, vive nella provincia di Balkh, nel Nord dell’Afghanistan, e ha raccontato a Repubblica, in un’intervista esclusiva, che otto mesi dopo la presa del potere da parte dei talebani per lui stava diventando sempre più difficile vivere in clandestinità, giorno dopo giorno.

Nadim voleva lasciare l’Afghanistan, ma procurarsi un passaporto non era facile e sul mercato nero costava quasi 3.000 dollari. Non avendo i soldi, andò a Kabul per procurarsene uno attraverso i suoi contatti. Prese in affitto una stanza e chiese di rimanere lì per qualche giorno. Un giorno uno dei suoi amici gli disse che aveva…

Erano le dieci di sera, ora di Kabul, la capitale dell’Afghanistan, quando è squillato il mio telefono. Dall’altra parte, un transgender mi ha raccontato una storia di stupro e torture per mano dei talebani, con una voce tremante e carica di odio.

Alcuni mesi prima aveva subito uno stupro di gruppo per mano di miliziani talebani. Nadim, che preferisce usare il maschile per riferirsi a se stesso, vive nella provincia di Balkh, nel Nord dell’Afghanistan, e ha raccontato a Repubblica, in un’intervista esclusiva, che otto mesi dopo la presa del potere da parte dei talebani per lui stava diventando sempre più difficile vivere in clandestinità, giorno dopo giorno.

Nadim voleva lasciare l’Afghanistan, ma procurarsi un passaporto non era facile e sul mercato nero costava quasi 3.000 dollari. Non avendo i soldi, andò a Kabul per procurarsene uno attraverso i suoi contatti. Prese in affitto una stanza e chiese di rimanere lì per qualche giorno. Un giorno uno dei suoi amici gli disse che aveva trovato delle persone di una fazione talebana, la Rete Haqqani, che avevano conoscenze nell’ufficio passaporti e lo avrebbero aiutato a ottenerne uno.

«Ho telefonato e sono venuti nella mia stanza per prendere i documenti, ma quando hanno scoperto che sono un transgender uno di loro mi ha legato le mani e un altro mi ha stuprato, e poi mi ha stuprato anche il secondo», dice Nadim.

Nadim, che ha 27 anni, è un transgender e prima dell’ascesa al potere dei Talebani lavorava in una clinica che aiutava le persone Lgbtq a rischio in Afghanistan; nell’agosto del 2021, quando cadde il Governo filoccidentale, perse il lavoro.

«Quando i talebani mi hanno stuprato, il mondo è diventato triste per me». Non aveva altra scelta che starsene zitto, perché essere una persona Lgbtq secondo la legge è un reato passibile di morte. Aggiunge che con i talebani al potere molti Lgbtq hanno perso il lavoro e ora vivono in clandestinità.

Non era la prima volta che Nadim subiva un’aggressione sessuale: in quasi tre anni, dopo l’ascesa al potere dei talebani, è stato violentato sei volte, in quattro occasioni da una singola persona e in due occasioni da un gruppo di cinque uomini. Repubblica ha potuto visionare foto e documenti che testimoniano gli stupri e le sevizie subiti da Nadim, ma non possono essere pubblicati.

Alcuni mesi fa uno dei suoi vicini di casa è andato a denunciare ai talebani che vicino a lui viveva un transgender, e gli agenti sono venuti a prenderlo e l’hanno portato via. «Quando sono arrivato nella sede delle forze di sicurezza sono stato picchiato, insultato e umiliato, poi un comandante dei talebani mi ha portato in una stanza e mi ha detto che se non volevo essere ucciso dovevo fare sesso con lui», racconta.

«La stessa notte altri tre, fra cui il capo dell’intelligence, mi hanno violentato», dice Nadim, aggiungendo che la cosa si è ripetuta per tre notti, finché suo padre non è venuto a prenderlo ed è stato rilasciato su cauzione. «Dopo quel giorno la mia vita è diventata più triste e ho odiato gli esseri umani e l’umanità».

Nadim aggiunge che le persone Lgbtq in Afghanistan vengono oppresse, violentate o uccise per via della loro identità sessuale, che non hanno potuto scegliere. «Vivere in questo Paese non mi dà più speranza. Se non troverò un modo per andarmene, mi ucciderò. È meglio morire una volta che morire mille volte ed essere disonorato».

Ma questa storia non riguarda solo Nadim, perché le persone che fanno parte della comunità Lgbtq dicono che anche prima che i Talebani riconquistassero il potere la loro vita, in questo Paese così conservatore, era molto pericolosa. Il codice penale del 2017, quando c’era la repubblica, stabiliva che le relazioni fra persone dello stesso sesso erano illegali.

Artemis Akbary, fondatore dell’Alo (Afghan Lgbt Organization), che ha sede nella Repubblica Ceca, dice che recentemente la sua organizzazione ha pubblicato un rapporto di 30 pagine sulle aggressioni sessuali dei talebani contro persone Lgbtq, in cui sono documentati 16 di questi episodi. «Quello che fa male è che il mondo ha sostenuto le persone Lgbtq solo a parole, non è stata presa nessuna misura concreta».

(Traduzione di Fabio Galimberti)

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