Timori di vendetta iraniana: in Israele Gps manomessi e niente licenze ai soldati
dal nostro inviato Fabio TonacciTEL AVIV — Tel Aviv si è svegliata a Beirut. Precisamente, sulla pista di atterraggio dell’aeroporto internazionale Rafic Hariri. Questo è ciò che da più di 24 ore indicano tutti i navigatori e i sistemi gps accesi in città e in molte altre zone dello Stato ebraico. Non importa quanto uno si sposta con il telefonino, né quanto ci si allontana dal centro con la macchina: il pallino blu che geolocalizza la posizione rimane immobile in Libano. «E non è un buon segno…», commentano gli israeliani che gironzolano tra le bancarelle del Carmel Market, mentre calcolano a occhio un leggero aumento del traffico mattutino, causato a loro dire dal fatto che la gente non è più abituata a orientarsi senza l’aiuto dei dispositivi elettronici.
Sulla mappa Tel Aviv pare Beirut perché le forze armate israeliane hanno dovuto attivare i jammer, i disturbatori di frequenze che schermano le onde radio e mandano in tilt i sistemi a segnale satellitare. Quelli cioè montati sui telefonini, sui navigatori …
TEL AVIV — Tel Aviv si è svegliata a Beirut. Precisamente, sulla pista di atterraggio dell’aeroporto internazionale Rafic Hariri. Questo è ciò che da più di 24 ore indicano tutti i navigatori e i sistemi gps accesi in città e in molte altre zone dello Stato ebraico. Non importa quanto uno si sposta con il telefonino, né quanto ci si allontana dal centro con la macchina: il pallino blu che geolocalizza la posizione rimane immobile in Libano. «E non è un buon segno…», commentano gli israeliani che gironzolano tra le bancarelle del Carmel Market, mentre calcolano a occhio un leggero aumento del traffico mattutino, causato a loro dire dal fatto che la gente non è più abituata a orientarsi senza l’aiuto dei dispositivi elettronici.
Sulla mappa Tel Aviv pare Beirut perché le forze armate israeliane hanno dovuto attivare i jammer, i disturbatori di frequenze che schermano le onde radio e mandano in tilt i sistemi a segnale satellitare. Quelli cioè montati sui telefonini, sui navigatori delle auto e soprattutto sui missili cruise. Israele teme che viaggerà su uno di quei missili a lungo raggio la risposta dell’Iran all’attacco al consolato di Damasco (non rivendicato dallo Stato ebraico) dove sono morte tredici persone tra cui il generale iraniano Mohammad Reza Zahedi, comandante della Forza Quds del Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica e testa di ponte tra Teheran e gli Hezbollah libanesi. «Stiamo lottando contro l’Iran e i suoi alleati, sappiamo come difenderci», è stata la premessa di Netanyahu in apertura dei lavori del Gabinetto di sicurezza.
Gli israeliani, tuttavia, vivono il momento con un ansia che non provavano da un po’. Gli analisti sono ragionevolmente certi che qualcosa accadrà, forse già oggi, l’ultimo venerdì del Ramandan. «Non è sicuro che il peggio per noi sia passato, ci aspettano giorni difficili», ammette il generale Aharon Haliva, a capo dell’intelligence militare. Il clima è questo, e non è un bel clima se anche il portavoce dell’Idf Hagari è costretto a lanciare un appello alla calma, rassicurando la popolazione che «non c’è bisogno di fare scorte di cibo, ritirare contante o comprare generatori».
Tre sono gli scenari ritenuti possibili, a fronte della minaccia ribadita ancora ieri con un messaggio in ebraico dell’ayatollah Khamenei («Schiaffeggeremo i sionisti, faremo in modo che si pentano del loro crimine di aggressione contro il consolato iraniano a Damasco», ha detto la Guida Suprema). Il primo, il meno probabile, avrebbe conseguenze catastrofiche: uno o più missili cruise, o anche droni, lanciati dal territorio iraniano su Tel Aviv o su un’altra grande città. Sono armi di ultima generazione, molto più letali dei razzi di Hamas, e potrebbero anche bucare l’iron dome, il sistema della contraerea israeliana.
Equivarrebbe a una dichiarazione di guerra, quando finora la Repubblica islamica si è astenuta dal confronto diretto, preferendo sostenere, armare e sobillare le milizie sciite del Medio Oriente. Il secondo scenario, il più probabile, è una pioggia di razzi sparati da Hezbollah, dagli Houti, dai gruppi iracheni o siriani. Il terzo è l’attacco a qualche ambasciata israeliana. Ed è ritenuto credibile visto che il livello di allerta è stato alzato al massimo in tutte le sedi diplomatiche e lo Shin Bet, i servizi segreti interni, hanno imposto ad alcuni ambasciatori di non partecipare a eventi pubblici.
Né tranquillizzano le dichiarazioni di un leader iraniano che alla Reuters ha detto che «la risposta sarà seria, ma limitata alla deterrenza», senza specificare cosa intenda per deterrenza. Dunque non c’è solo il pallino blu impazzito sul telefono a segnalare lo stato di apprensione generale per una rappresaglia che si ritiene imminente. Ci sono anche le misure di precauzione del ministero degli Esteri e un paio di circolari dell’Idf. Con la prima l’esercito ha sospeso temporaneamente i permessi e i congedi in tutte le unità combattenti. Con la seconda ha rinforzato con i riservisti il personale addetto alla difesa aerea. «Abbiamo caccia pronti ad alzarsi in volo sia in assetto da attacco che da difesa», ha detto il portavoce dell’Idf. «Il vostro comportamento responsabile sul fronte interno salverà vite. La mia unica raccomandazione è di essere vigili. Seguiranno aggiornamenti».