Inchieste e nomine nel mirino: la corsa di von der Leyen è piena di inciampi
dal nostro corrispondente Claudio TitoDalle inchieste giudiziarie ai trabocchetti della politica, dagli errori di valutazione ai passi falsi di uno staff chiuso in se stesso e autoreferenziale. Il cammino di Ursula von der Leyen si sta rivelando sempre più lastricato di spine. E quella che fino a pochi mesi fa appariva una corsa in discesa adesso sembra tutta in salita.
La sua immagine in questo momento si presenta lesionata. Uno degli ultimi colpi subiti riguarda l’inchiesta della procura belga di Liegi sugli acquisti dei vaccini Pfizer e ora (anche su richiesta dei governi di Polonia e Ungheria) proseguita dalla Eppo, la procura europea. In realtà le indagini – quattro i capitoli di accusa: interferenza nelle funzioni pubbliche, distruzione di SMS, corruzione e conflitto di interessi - non si mostrano solide e la presunta accusa di aver acquistato un numero eccessivo di dosi poi inutilizzate non tiene conto del clima di paura che si viveva in quel periodo. I rapporti del marito con l’azienda farmaceutica (è direttore m…
Dalle inchieste giudiziarie ai trabocchetti della politica, dagli errori di valutazione ai passi falsi di uno staff chiuso in se stesso e autoreferenziale. Il cammino di Ursula von der Leyen si sta rivelando sempre più lastricato di spine. E quella che fino a pochi mesi fa appariva una corsa in discesa adesso sembra tutta in salita.
La sua immagine in questo momento si presenta lesionata. Uno degli ultimi colpi subiti riguarda l’inchiesta della procura belga di Liegi sugli acquisti dei vaccini Pfizer e ora (anche su richiesta dei governi di Polonia e Ungheria) proseguita dalla Eppo, la procura europea. In realtà le indagini – quattro i capitoli di accusa: interferenza nelle funzioni pubbliche, distruzione di SMS, corruzione e conflitto di interessi - non si mostrano solide e la presunta accusa di aver acquistato un numero eccessivo di dosi poi inutilizzate non tiene conto del clima di paura che si viveva in quel periodo. I rapporti del marito con l’azienda farmaceutica (è direttore medico di Orgenesis Inc, una società che collabora con Pfizer) e i messaggi confidenziali con l’amministratore delegato del colosso americano le stanno però assestando un colpo reputazionale. E comunque le indagini restano una spada di Damocle appoggiata sul suo collo.
Negli ultimi giorni, poi, si sono aperti altri due fronti. Il primo riguarda la nomina dell’europarlamentare tedesco del Ppe (ossia stesso Paese e stesso partito di von der Leyen) Markus Pieper a inviato Ue per le Piccole e Medie imprese. Il suo incarico partirà il 16 aprile e sta provocando un putiferio, dentro la Commissione e nel Parlamento europeo. Un “Piepergate”. Molti eurodeputati e ben quattro commissari – lo spagnolo Josep Borrell, il francese Thierry Breton, l’italiano Paolo Gentiloni e il lussemburghese Nicolas Schmit – contestano l’imparzialità della scelta.
Con una lettera senza precedenti i quattro rappresentanti dell’esecutivo europeo chiedono discutere il caso nel “collegio”: «Questa nomina ha sollevato interrogativi sulla trasparenza e l’imparzialità del processo di selezione». La missiva è arrivata dopo gli interrogativi posti il 19 febbraio da una decina di eurodeputati di quattro gruppi politici (S&d; Renew, Sinistra e Verdi) con cui chiedevano se «l’affiliazione politica del candidato prescelto abbia giocato un ruolo decisivo nella sua nomina». Secondo alcune indiscrezioni, altri due candidati, un ceco e uno svedese, avevano ottenuto valutazioni migliori. Una vicenda che rischia di incrinare il rapporto della presidente con l’Eurocamera. È vero che toccherà alla nuova assemblea rinnovare von der Leyen o eleggere il successore, ma gli equilibri politici non cambieranno di molto e tanti saranno rieletti.
Un altro caso sta innervosendo le stanze solitamente ovattate di Palazzo Berlaymont. Sempre ieri la presidente della Commissione ha reso noto il team della sua campagna elettorale in qualità di “spitzenkandidat” (candidato) del Ppe: sarà guidato da Bjoern Seibert e Alexander Winterstein sarà il portavoce. Il problema è che entrambi sono funzionari della Commissione. Seibert è già capo di Gabinetto di von der Leyen mentre Winterstein è direttore per la Comunicazione. Entrambi si autosospenderanno fino al 9 giugno, giorno delle elezioni, ma la scelta viene vissuta dalla struttura delle istituzioni europee come un inopportuno conflitto di interessi.
Poi ci sono gli scogli politici. Che stanno diventando sempre più ingombranti. La scelta del Ppe di candidarla come sua “campionessa” per la guida della Commissione, in realtà la sta esponendo al tiro incrociato dei partiti e dei vari governi. La possibilità che tutti gli “spitzenkandidaten” alla fine si elidano a vicenda sta diventando sempre più concreta. Basta ascoltare il leader di Forza Italia Antonio Tajani molto ascoltato tra i Popolari europei: «Il Consiglio europeo deve indicare il presidente in base al risultato elettorale. Dovrà essere un rappresentante del Ppe. Se sarà accolta la nostra proposta bene, in ogni caso non potrà essere di un’altra forza politica». Come a dire: lei o un altro/a ma del Ppe.
Anche alcune alleanze che sembravano consolidate ora traballano. Come quella con la presidente del consiglio, Giorgia Meloni. Le difficoltà di von der Leyen stanno inducendo la leader dei Conservatori europei a presentare a suo volta uno “spitzenkandidat”. L’Ecr lo aveva fatto anche nel 2019 con il ceco Jan Zahradil. In questo caso, però, la decisione sembra volta a rafforzare il gioco dell’eliminazione vicendevole.
Infine i dubbi di molti governi europei. A cominciare da quello francese di Emmanuel Macron che vorrebbe una presidenza della Commissione non legata ai partiti. L’identikit opposto di von der Leyen. Il bis di Ursula parte dunque con diverse ammaccature. E il tempo della nomina è ancora lontano.