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Dal Marocco al Mali, in Africa non ha mai fatto così caldo: le cause e le conseguenze

(afp)
Temperature da record in tutto il continente, anche in quel Sahel da cui partono le principali rotte migratorie verso l’Europa
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TUNISI – Negli ultimi giorni il termometro è salito in maniera preoccupante in Mali: a più riprese le temperature hanno sfiorato i 49 gradi, che non è solo il livello massimo mai registrato nel Paese subsahariano in questo momento dell’anno, ma anche in Africa e in tutto il mondo. Siamo solo agli inizi della stagione calda nel Sahel, ma dal primo al 4 aprile in Mali si sono già registrati più di un centinaio di decessi a causa del caldo. Non solo: il fenomeno (temperature da record) interessa dall’inizio dell’anno diverse aree del continente. Sono anche quelle che più alimentano flussi migratori verso l’Europa e l’Occidente.

Dal Marocco al Sudan, gli altri record

In febbraio era stato il Marocco a registrare temperature senza precedenti per quel mese: il 14 febbraio 36,4 gradi a Essaouira e lo stesso giorno 34 a Rabat e 36 ad Agadir. 40° ancora un mese dopo nella pianura agricola di Souss, all’est di Agadir. Nell’Africa del Sud l’estate australe si stava esaurendo, ma in febbraio…

TUNISI – Negli ultimi giorni il termometro è salito in maniera preoccupante in Mali: a più riprese le temperature hanno sfiorato i 49 gradi, che non è solo il livello massimo mai registrato nel Paese subsahariano in questo momento dell’anno, ma anche in Africa e in tutto il mondo. Siamo solo agli inizi della stagione calda nel Sahel, ma dal primo al 4 aprile in Mali si sono già registrati più di un centinaio di decessi a causa del caldo. Non solo: il fenomeno (temperature da record) interessa dall’inizio dell’anno diverse aree del continente. Sono anche quelle che più alimentano flussi migratori verso l’Europa e l’Occidente.

Dal Marocco al Sudan, gli altri record

In febbraio era stato il Marocco a registrare temperature senza precedenti per quel mese: il 14 febbraio 36,4 gradi a Essaouira e lo stesso giorno 34 a Rabat e 36 ad Agadir. 40° ancora un mese dopo nella pianura agricola di Souss, all’est di Agadir. Nell’Africa del Sud l’estate australe si stava esaurendo, ma in febbraio a Vioolsdrif, nella regione del Namaqualand, ai confini con la Namibia, si sono raggiunti i 45 gradi. Nell’Africa australe nel suo complesso (anche Botswana, Namibia, Mozambico, Sudafrica, Zambia e Zimbawe), lo stesso mese le temperature si sono collocate fra i 4 e i 5 gradi in più della media di febbraio, come precisato dall’Omm, l’Organizzazione metereologica mondiale.


A partire dalla metà di marzo, nel Sudan meridionale il termometro ha oscillato intorno ai 45°, costringendo le autorità a chiudere le scuole per due settimane. Intanto, nei giorni scorsi, Emmerson Mnangagwa, presidente dello Zimbabwe, ha dichiarato lo stato di catastrofe naturale, a causa della grave siccità legata alle ondate di calore. È il terzo Paese a farlo, dopo Malawi e Zambia. Mentre la siccità si aggrava pure nel Marocco, nel nord del continente.

Le cause

Il 19 marzo l’Omm ha pubblicato un rapporto su “Lo stato del clima mondiale nel 2023”. “È stato l’anno più caldo mai registrato, con una temperatura media sulla superficie del globo di 1,45° sopra il livello di riferimento dell’era preindustriale”, si legge nel documento. E secondo l’organizzazione il 2024 sarà ancora più caldo. “Tutti gli indicatori sono in allerta. Certi dati non battono più record, ma semplicemente esplodono. E i cambiamenti climatici non cessano di accelerare”, ha dichiarato António Guterres, segretario generale dell’Onu. Se il fenomeno climatico di El Niño, che fa aumentare le temperature degli oceani, soprattutto nel Pacifico, rafforza le ondate di calore, apparentemente non ne è il responsabile maggiore. “Le concentrazioni osservate dei tre principali gas a effetto serra (C02, CH4 e N20) hanno toccato livelli record nel 2022. E sono probabilmente aumentate nel 2023, sulla base dei dati finora disponibili”, si legge nel rapporto di Omm. “La crescita delle temperature mondiali sul lungo termine è dovuto alla maggiore concentrazione di questi gas nell’atmosfera. L’arrivo del Niño dalla metà del 2023 ha solo contribuito”.

Un altro rapporto è stato appena pubblicato da World Weather Attribution (Wwa), una rete internazionale di ricercatori. Si concentra sulla zona costiera Sud dell’Africa dell’Ovest. Anche quest’area sta conoscendo un’ondata di calore anomala a partire dal febbraio 2024. Temperature elevate combinate con un’aria relativamente umida hanno portato l’indice di calore (o temperatura apparente) a picchi di 50°. Il Wwa ricorda che localmente, in certi casi, si sono toccati i 60 gradi di temperatura apparente. Secondo Alvaro Silva, esperto dell’Omm, “lo scarto rispetto alle medie stagionali dell’indice di calore in Africa si colloca nelle ultime settimane fra i 6 e i 10 gradi e le temperature notturne si attestano a livelli raramente visti in questo periodo dell’anno. Tutti gli indicatori mostrano che questa tendenza si prolungherà nei prossimi tre mesi”.

In Africa, a causa della crescita demografica e dell’esodo rurale, la popolazione urbana più vulnerabile alle ondate di calore (i bambini di meno di cinque anni e le persone con oltre 65 anni) dovrebbe passare dai circa 27 milioni di abitanti del 2010 ai 360 milioni nel 2100, se nel frattempo il riscaldamento planetario è limitato a 1,8°, secondo i lavori del Giec (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico). La cifra lieviterebbe a 440 milioni se il riscaldamento superasse i quattro gradi, con un profilo della popolazione più ampio a rischio.

Il progetto

Difficile, comunque, valutare fino a che livello queste condizioni estreme saranno sopportabili. François Gemenne, direttore dell’osservatorio Hugo dell’Università di Liegi, consacrato allo studio delle migrazioni ambientali, coordina da quattro anni il progetto più grande portato avanti in questo ambito in Africa. Con un bilancio di 6,8 milioni di euro, finanziati dall’Unione Europea, Habitable, il nome dell’iniziativa, riunisce una ventina di istituzioni di ricerca e vuole individuare i “punti di oscillazione sociali” al di là dei quali la migrazione diventa la risposta al riscaldamento. Il progetto è portato avanti in quattro Paesi simultaneamente: Etiopia, Ghana, Mali e Kenya. In ognuno, sono condotte inchieste su un campionario di mille nuclei familiari a due anni di intervallo. “Di fronte allo stesso impatto – ha sottolineato Gemenne al quotidiano Le Monde – due famiglie possono reagire in maniera opposta secondo le risorse disponibili, ma anche in base al livello d’informazione sul cambiamento climatico e la loro percezione dei rischi futuri”. I primi risultati di Habitable saranno resi noti in luglio. Dovrebbero permettere ai governi locali di meglio anticipare gli spostamenti verso le città che rappresenteranno le prime mete delle migrazioni climatiche, inizialmente interafricane, prima di raggiungere i Paesi più lontani.

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