Iran-Israele, quei 2.300 militari italiani che potrebbero finire sotto tiro
di Gianluca Di FeoLa nuova bufera che minaccia il Medio Oriente, scandita dal conto alla rovescia della rappresaglia iraniana contro Israele, rischia di far finire in prima linea oltre 2.300 militari italiani. Sono uomini e donne impegnati in missioni di natura diversa – Onu, Ue o di coalizioni internazionali – che potrebbero trovarsi sotto le traiettorie del lancio di droni e missili minacciato dagli ayatollah o – ancora peggio – venire coinvolti in un progressivo allargamento delle ostilità innescato da un attacco di Teheran: gli Stati Uniti hanno già dichiarato di essere pronti a contribuire all’eventuale risposta israeliana.
Libano, la linea blu
L’attenzione principale è rivolta ai mille caschi azzurri italiani di Unifil, l’operazione delle Nazioni Unite schierata lungo la linea blu al confine tra Libano e Israele. Hanno preso posizione lì dopo il conflitto del 2006, per tenere sotto controllo la fascia a ridosso del fiume Litani e dividere le avanguardie israeliane dalle milizie di Hezbollah.…
La nuova bufera che minaccia il Medio Oriente, scandita dal conto alla rovescia della rappresaglia iraniana contro Israele, rischia di far finire in prima linea oltre 2.300 militari italiani. Sono uomini e donne impegnati in missioni di natura diversa – Onu, Ue o di coalizioni internazionali – che potrebbero trovarsi sotto le traiettorie del lancio di droni e missili minacciato dagli ayatollah o – ancora peggio – venire coinvolti in un progressivo allargamento delle ostilità innescato da un attacco di Teheran: gli Stati Uniti hanno già dichiarato di essere pronti a contribuire all’eventuale risposta israeliana.
Libano, la linea blu
L’attenzione principale è rivolta ai mille caschi azzurri italiani di Unifil, l’operazione delle Nazioni Unite schierata lungo la linea blu al confine tra Libano e Israele. Hanno preso posizione lì dopo il conflitto del 2006, per tenere sotto controllo la fascia a ridosso del fiume Litani e dividere le avanguardie israeliane dalle milizie di Hezbollah. Da ottobre la zona è diventata il secondo fronte della sfida fondamentalista contro lo Stato ebraico, con scontri quotidiani che continuano a crescere di intensità.
È stato ipotizzato che gli ayatollah potrebbero usare unità dei Guardiani della Rivoluzione attive proprio in questi territori per colpire Israele, utilizzando droni, missili o squadre di incursori dei pasdaran o dei loro alleati sciiti libanesi. In tal caso, la reazione delle Israel Defense Forces potrebbe essere devastante: non è esclusa nemmeno la possibilità di un’azione terrestre israeliana oltre la frontiera per distruggere le roccaforti di Hezbollah. In pratica, una replica della guerra del 2006. Una prospettiva terribile, che la diplomazia dell’Onu e le cancellerie europee stanno cercando di impedire. In questo momento in Libano ci sono soprattutto alpini della Brigata Taurinense: il battaglione Susa di Pinerolo (Torino), un gruppo del Nizza Cavalleria di Bellinzago Novarese con le autoblindo pesanti Centauro e una compagnia del 32mo reggimento genio guastatori di Fossano (Cuneo).
Iraq, sotto i razzi delle milizie
Ci sono poi i militari dislocati tra Iraq e Kuwait nell’ambito della coalizione contro lo Stato Islamico creata nel 2014 per fermare il dilagare del Califfato. Trecento tra soldati e carabinieri si trovano a Baghdad e Erbil per tenere corsi alle forze curde e irachene, in certi casi accompagnando gli allievi delle unità d’assalto nei pattugliamenti che contrastano la rinascita dell’Isis nelle zone montuose del Nord: gran parte delle attività però da ottobre sono state sospese. Le milizie sciite filoiraniane, spesso inserite nelle organizzazioni di sicurezza statali, hanno portato avanti una campagna di assalti contro le installazioni americane nel Paese, sparando centinaia di razzi, droni e missili. La caserma statunitense di Erbil si trova nello stesso aeroporto che ospita il personale del Sesto Reggimento Logistico di Budrio (Bologna) e gli elicotteri NH90 della Task Force Griffon. Negli ultimi due mesi, dopo la pesante ritorsione americana seguita all’uccisione di tre militari in un avamposto sul confine tra Siria e Giordania, le imboscate sono drasticamente diminuite.
Kuwait, lo scudo anti-iraniano
Il contingente in Kuwait non ha mai vissuto momenti di tensione. Si tratta di 430 donne e uomini, sempre parte della coalizione anti-Isis. C’è l’unità dell’Aeronautica che si occupa dei voli di ricognizione per monitorare lo Stato islamico: attualmente dispone di quattro cacciabombardieri Tornado, che non decollano mai con strumenti da bombardamento ma solo con armi difensive, e di alcuni droni Reaper sempre per attività di sorveglianza. Con loro c’è una batteria di missili terra-aria Samp-T dell’Esercito, con raggio d’azione di oltre cento chilometri: uno scudo contraereo moderno e potente, che chiaramente non è stato schierato lì per contrastare lo Stato Islamico. L’Emirato è proprio davanti alla costa iraniana, alla portata di tiro di tutto l’arsenale dei Guardiani della Rivoluzione. Nello stesso aeroporto dove sono presenti militari e jet italiani è basato anche uno stormo da trasporto dell’Us Air Force: il Samp-T deve garantire protezione dal cielo per tutto il Kuwait, privo di missili antiaerei a lungo raggio.
Il fronte degli Houti
Infine ci sono le navi che nel Mar Rosso proteggono il traffico civile dagli assalti degli Houti, il movimento yemenita armato dall’Iran. In questo momento l’Italia ha la guida operativa di ben tre missioni internazionali: a quella di Aspides e di Atalanta, entrambe sotto bandiera europea, si è aggiunto il comando della Task Force internazionale che gestisce l’operazione Prosperity Guardian, a cui partecipano pure Stati Uniti, Gran Bretagna e altre nazioni.
Complessivamente tra equipaggi imbarcati, staff dei quartieri generali, personale della base di Gibuti ci sono seicento militari italiani. In questo momento le navi sono il cacciatorpediniere Caio Duilio, ammiraglia di Aspides, e la fregata Martinengo, che guida Atalanta. Anche se nelle ultime settimane non sono state direttamente coinvolte negli assalti degli Houti, la situazione resta molto tesa: la milizia scatena in media due attacchi al giorno contro i mercantili. In queste ore inoltre la portaerei americana Eisenhower – l’unica presente in Medio Oriente – si è trasferita nella zona settentrionale del Mar Rosso in vista della possibile aggressione contro Israele: anche queste acque potrebbero diventare teatro di un confronto missilistico con l’Iran.