Commenti

La missione in Mar Rosso e la nuova stagione della politica estera

Donald Trump
Donald Trump (reuters)

Il punto di martedì 6 febbraio 2024

2 minuti di lettura

Le minacce all’Italia contenute nell’intervista di uno dei capi degli Houti a Repubblica indicano un salto di qualità, diciamo così, nella strategia d’intimidazione nei confronti dell’Europa. E si capisce perché. Avviene nel momento in cui l’Unione sta organizzando una missione navale nel Mar Rosso per difendere la libertà di navigazione: missione distinta ma coordinata con le operazioni già in corso su iniziativa delle forze americane e inglesi. È evidente che gli yemeniti considerano l’Italia l’anello debole della catena politico-militare e sono rimasti sorpresi nell’apprendere che proprio alle nostre forze armate è stato assegnato il comando tattico della squadra navale europea.

Ecco allora il tentativo di creare una frattura nella coesione occidentale facendo leva sul paese che si ritiene, a torto, il meno avvezzo ad assumersi una responsabilità di comando in uno scenario in cui il rischio di qualche scontro a fuoco è abbastanza alto. Gli Houti ignorano o dimenticano che le forze armate italiane si sono sempre fatte onore in Medio Oriente, ogni volta che sono state chiamate in causa: dalla missione in Libano sotto la guida del generale Angioni e tutte le altre operazioni nell’ambito dell’Onu oppure nella cornice di accordi tra alleati, come in Iraq (in cui fu versato il sangue dei nostri soldati a Nassiriya e altrove). Per quanto azzardato, tuttavia lo scopo degli attacchi verbali all’Italia è lampante: sollecitare il nervosismo dell’opinione pubblica, creare instabilità, determinare presto o tardi uno scollamento dell’alleanza.

La stagione è propizia. Le ipotesi di un disimpegno dell’America dagli impegni Nato in caso di vittoria di Trump, è tutt’altro che remota. E un’Europa chiamata ad affrontare i temi, quasi sempre rinviati, relativi alla sua sicurezza militare si troverebbe ad agire su due fronti: sul continente, almeno fin quando sarà definita una tregua in Ucraina, e appunto nell’area del Medio Oriente, dove le incertezze sono oggi persino maggiori. Come la Russia di Putin negli ultimi due anni si è sforzata, sia pure senza gran successo, di attivare i suoi amici nell’Europa occidentale, in particolare italiani, allo scopo d’incrinare la linea dell’Unione, così l’Iran prova a manovrare gli Houti, suoi satelliti.

È ovvio che le intimidazioni saranno respinte. Prima o poi, tuttavia, andrà verificato in Parlamento il grado di adesione a queste scelte non ordinarie di politica estera e militare. Esistono, e non da oggi, delle sacche di ambiguità sia destra sia a sinistra; delle riserve non sempre esplicite, ma che potrebbero diventarlo se la crisi internazionale dovesse peggiorare. Per esempio, è abbastanza chiaro che una parte del centrodestra al governo (Salvini) e una parte consistente dell’opposizione (i 5S di Conte) attendono con una certa impazienza la vittoria di Trump in novembre. In realtà quella scadenza è ancora lontana, mentre i rischi sono ora. Prima di tutto, il rischio di una posizione italiana che trasmetta all’estero un’idea di scarsa compattezza politica mentre nostri militari sono impegnati sul campo. È vero che è già successo in passato, ma nei momenti cruciali il Paese aveva saputo unirsi almeno in una certa misura. Ora si sta procedendo verso una stagione pericolosa, anche perché gli scenari sono in buona misura inediti.

L’opinione pubblica ha il diritto di nutrire qualche preoccupazione; viceversa la classe politica ha il dovere di essere chiara. A destra Giorgia Meloni ha saputo attestarsi sulla linea atlantica: si è mostrata fin qui consapevole che l’insidia alla comunità occidentale tende a essere la stessa, dall’Ucraina al Mar Rosso. A sinistra invece tra Pd e Conte ci sono troppe questioni irrisolte, spesso derivanti da rivalità interne, ma poco tollerabili quando investono la politica estera.

I commenti dei lettori