Brexit, il piano dell’Ue: “I giovani europei e britannici liberi di studiare e lavorare in Europa e Regno Unito”
dal nostro corrispondente Antonello GuerreraLONDRA - Salviamo almeno i giovani dalla Brexit. Questo è il ragionamento dell’Unione Europea, che ieri ha presentato al Regno Unito una bozza di accordo per facilitare la circolazione degli under 30 europei e britannici all’interno dei due blocchi. Uno schema che permetterebbe ai giovani di Ue e Uk di studiare, lavorare e muoversi liberamente tra il Regno Unito e l’Unione per un massimo di quattro anni.
Insomma, non sarebbe il ritorno della libertà di movimento di cui i cittadini britannici ed europei godevano prima dell’addio di Londra alla Ue e conseguentemente al mercato unico europeo. Però si tratta di una prima, notevole apertura di Bruxelles, visto che sinora ha stretto intese simili solo con la Svizzera, e che potrebbe facilitare molto la vita degli under 30 dei due blocchi. Perché, fino a un massimo di 4 anni, potrebbero lavorare, studiare, aggiornarsi, senza gli attuali limiti dei visti che invece sono specifici e impongono un solo scopo/attività del migrante.
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LONDRA - Salviamo almeno i giovani dalla Brexit. Questo è il ragionamento dell’Unione Europea, che ieri ha presentato al Regno Unito una bozza di accordo per facilitare la circolazione degli under 30 europei e britannici all’interno dei due blocchi. Uno schema che permetterebbe ai giovani di Ue e Uk di studiare, lavorare e muoversi liberamente tra il Regno Unito e l’Unione per un massimo di quattro anni.
Insomma, non sarebbe il ritorno della libertà di movimento di cui i cittadini britannici ed europei godevano prima dell’addio di Londra alla Ue e conseguentemente al mercato unico europeo. Però si tratta di una prima, notevole apertura di Bruxelles, visto che sinora ha stretto intese simili solo con la Svizzera, e che potrebbe facilitare molto la vita degli under 30 dei due blocchi. Perché, fino a un massimo di 4 anni, potrebbero lavorare, studiare, aggiornarsi, senza gli attuali limiti dei visti che invece sono specifici e impongono un solo scopo/attività del migrante.
Gli ostacoli al piano
Ma questo progetto diventerà davvero realtà? La Commissione europea lo ha annunciato ieri sera, ma formalmente deve essere approvato da tutti i membri Ue, il che potrebbe avvenire in un summit a metà maggio. Qualora dovesse esserci il via libera da Bruxelles, la palla passerebbe al Regno Unito, che con Boris Johnson premier ha già deciso di uscire da un programma con una simile ispirazione, ossia l’Erasmus+, sostituendolo con il “Turing” che sinora è stato un mezzo flop. E qui, dall’altra parte della Manica, sorgono i primi veri ostacoli.
Eppure Londra avrebbe bisogno dei giovani europei, e dunque italiani, soprattutto perché i settori dell'ospitalità e della ristorazione stanno soffrendo molto, come ci ha detto qualche giorno fa lo stesso sindaco della capitale britannica o celebri ristoratori connazionali. Ma il governo britannico preferirebbe stringere accordi bilaterali, con i singoli Paesi Ue - alcuni dei quali già contattati come la Francia - e non con l’intero blocco europeo, come impone l’Unione. Che, con l’annuncio di ieri, ha giocato di anticipo contro il Regno Unito proprio per ribadire questo principio.
Ma ciò non soddisfa il governo britannico, perché teme di dover riaprire le porte per esempio agli intensi flussi migranti dei Paesi dell’Est, tema costante della campagna referendaria pro Brexit da parte degli euroscettici. Senza contare che i migranti che risiedono per oltre un anno nel Regno Unito vengono calcolati nelle statistiche britanniche, quindi ingrassando la migrazione netta annuale che l’anno scorso ha toccato l’ennesimo record di 672mila unità (ossia la differenza tra coloro che si trasferiscono e quelli che lasciano il Paese).
Le richieste di Bruxelles
Inoltre, Bruxelles chiede che Londra, qualora il progetto dovesse andare in porto, esenti i giovani europei dai contributi che oggi ogni migrante deve versare alla sanità pubblica britannica, da circa 700 sterline (per gli under 16) a oltre mille sterline all’anno. E, soprattutto, che ritorni il regime di rette universitarie parificate: ossia che i giovani europei paghino quanto gli studenti autoctoni e non, come accade ora dopo Brexit, circa il quadruplo, fino a 40mila sterline all’anno per una università come Oxford o Cambridge. Tema questo altrettanto spinoso, visto che, come abbiamo scritto in una recente inchiesta di Affari & Finanza, tantissime università britanniche sono con le finanze in rosso e, senza studenti stranieri che pagano le profumatissime rette a prezzo pieno, rischiano di chiudere.
Tuttavia, l’Home Office britannico ha risposto che in teoria non esclude un accordo del genere con la Ue: “Siamo aperti a questa ipotesi, visto che abbiamo già intese simili per i giovani con altri Paesi extra Unione Europea”. Ed è vero. Londra, per esempio, facilita l’ingresso di maggiorenni under 30 e under 35 da nazioni come Giappone, Canada, Australia, Corea del Sud, Andorra, Islanda, Giappone, Monaco, Uruguay e pure San Marino. In questo caso, i giovani di tali Paesi possono restare in Uk per due anni per lavorare o studiare liberamente. Soltanto, devono dimostrare di avere almeno 2.530 sterline sul conto in banca al loro ingresso, circa 3mila euro. Tuttavia, la Commissione Ue, qualora si dovesse replicare uno schema simile per i giovani europei, non chiede “quote” o “limiti” di arrivo nel Regno Unito. E questo sarebbe un altro boccone amaro da ingoiare per Londra.
La posizione del Labour
Il Labour di Sir Keir Starmer invece, che non vuole assolutamente riaprire la questione Brexit, per ora boccia nettamente questa ipotesi dell’Ue. Perché, secondo un portavoce del partito, potrebbe essere “sinonimo di libertà di movimento, e come abbiamo detto più volte non rientreremo nel mercato unico europeo e nemmeno nell’unione doganale. Quindi un programma del genere per i giovani non è nei nostri piani. Ma cercheremo di migliorare i rapporti con la Ue attraverso il riconoscimento delle professioni, i controlli doganali e facilitazioni per i gruppi musicali in tour”.
Eppure il Labour, fino al 2019, paradossalmente chiedeva addirittura un secondo referendum sulla Brexit. Oggi invece il partito di Starmer, strafavorito alle elezioni di quest’anno, non vuole assolutamente riaprire il lacerante dibattito, che considera una patata bollente da evitare. Anche perché teme di ri-perdere gli elettori ex operai, brexiter e talvolta anti-migranti del “muro rosso” del Nord e delle Midlands del Paese, che cinque anni fa votarono in massa per Boris Johnson. Insomma, aprire ai giovani europei per il Labour potrebbe costare molto in termini di voti.