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Elezioni in India, nel villaggio soldi e doni per il voto più lungo della storia

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Da venerdì il Paese alle urne per le elezioni più costose e partecipate del mondo: si vota fino all’11 giugno. Modi cerca i voti per cambiare la Carta
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Paramankeni (india) — C’è un tavolino con rinfreschi e spuntini in omaggio per incoraggiare gli elettori a votare nella prima delle 7 date previste fino al 1° giugno nelle elezioni più lunghe (44 giorni), più costose (più di 8 miliardi di euro) e più popolose della storia (969 milioni di votanti). A pochi metri, il negozio di alimentari è chiuso “per elezioni”. Poco più in là, il tempio, fulcro di tanti villaggi indiani, spara una nenia lamentosa dagli altoparlanti. In questo paesino del profondo Sud dell’India, nel Tamil Nadu che si affaccia sullo Sri Lanka, lo tsunami del 2004 spazzò via 235 abitazioni. Sulle targhe di alcune case si legge ancora il nome dell’Ong tedesca Dahw, che contribuì a ricostruire questo villaggio di lavoratori stagionali, pescatori e agricoltori.

Paramankeni (india) — C’è un tavolino con rinfreschi e spuntini in omaggio per incoraggiare gli elettori a votare nella prima delle 7 date previste fino al 1° giugno nelle elezioni più lunghe (44 giorni), più costose (più di 8 miliardi di euro) e più popolose della storia (969 milioni di votanti). A pochi metri, il negozio di alimentari è chiuso “per elezioni”. Poco più in là, il tempio, fulcro di tanti villaggi indiani, spara una nenia lamentosa dagli altoparlanti. In questo paesino del profondo Sud dell’India, nel Tamil Nadu che si affaccia sullo Sri Lanka, lo tsunami del 2004 spazzò via 235 abitazioni. Sulle targhe di alcune case si legge ancora il nome dell’Ong tedesca Dahw, che contribuì a ricostruire questo villaggio di lavoratori stagionali, pescatori e agricoltori.

La maggioranza degli indiani vive in zone rurali, nonostante l’immagine di proiezione verso il futuro e crescita economica che vuol dare l’India. Sono più i cittadini che vivono in zone agricole e di pesca che non nelle metropoli. Anche per questo ci vorranno 7 date nelle prossime 6 settimane per consentire a quest’elettorato oceanico di raggiungere il proprio seggio che, per legge, non dev’essere a più di 2 km da ogni elettore. Venerdì si è votato in 102 collegi di 21 Stati. Tra questi il Tamil Nadu dove la sfida è tra il governatore al potere, M.K. Stalin che guida il partito Dmk, e gli avversari disarcionati alle ultime elezioni, l’Aiadmk. S’incunea tra loro un terzo sfidante che cerca di farsi strada nel Sud benestante: il Bharatiya Janata party di Narendra Modi, rappresentato dal leader carismatico tamil, Annamalai.

Il nodo della Costituzione

Modi ha promesso che da 303, crescerà fino a 400 dei 543 seggi parlamentari. Se così fosse, otterrebbe la maggioranza di due terzi per cambiare la Costituzione. E magari abrogarne la laicità a favore dell’induismo. Anche per questo la conquista di seggi al Sud da parte del Bjp è una missione importante. Il piano ambizioso si chiama la “Sfida allo zafferano” dal colore degli abiti arancioni indossati dai fondamentalisti induisti. Ma a Paramankeni sono pochi quelli che votano per il Bjp, percepito come estraneo alla realtà locale.

A metà mattinata, a bordo del suo motorino, Krishna arriva al seggio, una graziosa scuola i cui muri sono dipinti con istruzioni colorate sugli organi del corpo, l’alfabeto, la piramide alimentare, le misure in metri e la tabella degli elementi. Krishna è diversamente abile e deve avere l’assistenza della carrozzella per salire lungo la rampa stipata da una quarantina di elettori, in fila per due, uomini a destra, donne a sinistra. «Voto per Stalin, per il Dmk», dice. Non per il Bjp? «No, quelli non mi piacciono». Perché? «Preferisco uno dei nostri». A verificare che Krishna possa accedere al seggio arriva uno scrutatore affiliato al Dmk che spiega che l’affluenza è regolare. Dei 1273 aventi diritto nelle circoscrizioni, di solito qui votano almeno 1000 cittadini, il 75%. «Siamo nella media nazionale, e oggi, a occhio e croce, l’affluenza è come nel 2019».

La scelta dell’India

Dolci e doni

Un agente in divisa fa circolare i militanti che bighellonano ai cancelli del seggio, magari per offrire qualcosa all’ultimo minuto e invogliare a votare il loro simbolo. Alla domanda «per quale partito voterà?» un ragazzo dalla moto risponde disilluso: «Sono tutti una perdita di tempo». Il thalaivar, il capovillaggio, è felice di far da guida a chi viene dall’estero, per dimostrare che tutto fluisce tranquillamente. Aiuta un’anziana a entrare dalle scale secondarie, evitando la calca. La fa accomodare su una panca di legno, accanto a un’altra signora dai lunghi capelli bianchi e ordina per loro un “filter coffe”, caffè con latte zuccherato, tipico del Sud dell’India. Nagama, ragazza che lavora in città come assistente alle pulizie è tornata per votare in questo distretto. Dice che a lei il Bjp a Chennai ha dato 1000 rupie (11 euro) per andare al comizio: per lei esiste solo il voto per Modi. Lo stipendio medio in Tamil Nadu è 7 euro al giorno, 215 al mese.

Vadame, giardiniera che lavora in una villa vicino al mare nel villaggio di Mughayur, spiega come funziona il sistema dei pagamenti, facendo un po’ di calcoli: «Il partito di Stalin, il Dmk, offre 200 rupie (2,25 euro) per votarli. Ma paga 200 rupie anche quello avversario, l’Aiadmk. Però il nostro thalaivar è dell’Aiadmk. A lui danno una somma forfettaria che divisa per gli abitanti del villaggio equivale sempre a 200 rupie a testa. Quindi, io intasco 200 rupie dall’Aiadmk. Poi però voto per Stalin. Perché? Perché il suo governo paga alle donne un sussidio di 1000 rupie, fissi. Ogni mese. E le donne viaggiano gratis sugli autobus delle società amiche di Stalin. Ho un marito e un figlio maggiorenne, quindi a conti fatti la famiglia incassa 600 rupie da una parte e poi il mio fisso mensile di 1000 dall’altra. Conviene». Alla fine, nonostante i partiti stabiliscano i loro sistemi di pagamento in cambio di voti, l’arguzia popolare riesce anche a venirne fuori intascando la prebenda, ma votando come vuole. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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