Netanyahu teme un ordine di arresto. Ore cruciali per l’accordo sulla tregua
dal nostro inviato Paolo BreraTEL AVIV — C’è un’operazione urgente in cui il governo israeliano è impegnato in queste ore: fermare la Corte penale internazionale che in settimana potrebbe spiccare mandati di arresto per il premier Benjamin Netanyahu, per il ministro della Difesa Yoav Gallant e per il capo di Stato maggiore Herzi Alevi. L’accusa, infamante, è avere commesso crimini di guerra ai danni dei palestinesi.
Secondo il sito israeliano Walla, Netanyahu è in «pressing telefonico senza sosta» per evitare l’intervento della Corte dell’Aja. E anche gli Stati Uniti hanno mosso la propria diplomazia cercando di convincere i giudici a evitare, in un momento delicatissimo della trattativa sugli ostaggi, un passo così clamoroso: l’ultimo leader ad aver ricevuto un mandato d’arresto internazionale per crimini di guerra è stato Vladimir Putin dopo il massacro di Bucha.
Israele non riconosce la Corte penale internazionale …
TEL AVIV — C’è un’operazione urgente in cui il governo israeliano è impegnato in queste ore: fermare la Corte penale internazionale che in settimana potrebbe spiccare mandati di arresto per il premier Benjamin Netanyahu, per il ministro della Difesa Yoav Gallant e per il capo di Stato maggiore Herzi Alevi. L’accusa, infamante, è avere commesso crimini di guerra ai danni dei palestinesi.
Secondo il sito israeliano Walla, Netanyahu è in «pressing telefonico senza sosta» per evitare l’intervento della Corte dell’Aja. E anche gli Stati Uniti hanno mosso la propria diplomazia cercando di convincere i giudici a evitare, in un momento delicatissimo della trattativa sugli ostaggi, un passo così clamoroso: l’ultimo leader ad aver ricevuto un mandato d’arresto internazionale per crimini di guerra è stato Vladimir Putin dopo il massacro di Bucha.
Israele non riconosce la Corte penale internazionale e non ci sarebbero immediate ripercussioni giudiziarie, ma le conseguenze sarebbero comunque pesantissime. Gli ordini di arresto obbligherebbero i 120 Paesi firmatari dello statuto della Cpi a eseguirli, qualora i destinatari entrassero nella loro giurisdizione. Senza considerare l’impatto politico di una decisione simile mentre il mondo diplomatico gioca ogni carta per scongiurare l’attacco a Rafah, dalle possibili conseguenze catastrofiche sul piano umanitario e per gli equilibri internazionali.
Oggi la delegazione di Hamas sarà al Cairo con le valutazioni sulla bozza di accordo a firma egiziana, e ha fatto sapere che non contiene ostacoli insormontabili. Stavolta le aspettative sono molte, ma lo scetticismo non è evaporato. Il governo israeliano è diviso: ha dato il via libera ai punti principali della bozza sul cessate il fuoco e la liberazione degli ostaggi; ma il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, uno dei falchi nell’esecutivo, ha avvertito Netanyahu che se l’accordo cancellerà l’operazione a Rafah «il suo governo non avrà più alcun diritto di esistere». «Non avrebbe diritto di esistere se i suoi membri impedissero un’intesa sugli ostaggi», ha replicato in un tweet il ministro del Gabinetto di guerra, Benny Gantz: «Entrare a Rafah è importante nella lunga campagna contro Hamas, ma il ritorno degli ostaggi lo è molto di più».
Per forzare Hamas a chiudere l’accordo senza alzare la contropartita, il governo minaccia di stanare la leadership dei miliziani nella loro ultima roccaforte a Rafah. Gli alleati hanno più volte ammonito Israele a non procedere con un attacco prima di aver trovato una soluzione — complicatissima, se non impossibile — per tutelare i civili. Ma mentre attende la risposta di Hamas, Israele agita lo spettro dell’invasione imminente: ieri il capo di Stato maggiore Halevi ha approvato ufficialmente i piani di attacco per Rafah. Contemporaneamente il governo «ha accettato di ascoltare le preoccupazioni americane» prima di dare il via libera ai carri armati.
Ieri sera Biden ha confermato telefonicamente a Netanyahu «il suo fermo impegno per la sicurezza di Israele»; ma gli ha anche ribadito le preoccupazioni su Rafah e la necessità di aumentare «l’assistenza umanitaria a Gaza in collaborazione con le Ong». World Central Kitchen riprenderà oggi la missione interrotta dopo l’uccisione di 7 operatori attaccati da un drone israeliano. In Arabia Saudita, intanto, oggi il segretario di Stato Antony Blinken vedrà i capi delle diplomazie europee e dell’area per discutere le prospettive di un accordo su ostaggi e cessate il fuoco, ma anche l’assetto futuro e la sicurezza nella regione.
È in questo scenario complesso, la cui evoluzione è imprevedibile e le cui conseguenze possono essere devastanti, che è piovuta la tegola della Cpi. Non risponde all’accusa di genocidio formulata presso la Corte internazionale di giustizia (Cig) dal Sudafrica, ma è l’evoluzione di un’indagine, confermata nei mesi scorsi dal procuratore capo Karim Khan, su possibili crimini di guerra in Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est. È iniziata nel marzo 2021 ma risale fino alla denuncia di crimini del 2014, e «si estende all’escalation dopo gli attacchi avvenuti il 7 ottobre». Una fonte governativa ha detto al Times of Israel che il nodo, per quanto riguarda la richiesta degli arresti, è avere «deliberatamente affamato i civili a Gaza». Anche per questo Israele ha accelerato la costruzione del pontile per gli aiuti via terra, e l’Idf ha annunciato che «la quantità di aiuti che entrano a Gaza aumenterà nei prossimi giorni».