TEL AVIV — Gaia Giletta è un’infermiera di Medici senza frontiere: dopo esperienze in Afghanistan, Yemen, Sudan e Somalia, dal 25 aprile è a Rafah, nel Sud della Striscia di Gaza, dove siamo riusciti a raggiungerla al telefono.
Dove si trova e com’è la situazione attorno a lei?
«Sono nella zona della spiaggia di Madawi, l’unica considerata sicura qui a Rafah. La situazione è molto difficile: negli ultimi tre giorni si sono intensificati i bombardamenti, non solo qui a Rafah ma in tutta la Striscia. Soprattutto nelle ultime tre notti, è stato un continuo: cannoni, mitragliatrici e bombe. Il cielo al mattino è pieno del fumo che si alza dopo un raid».
L’Onu ha parlato di 100 mila persone in fuga negli ultimi cinque giorni…
«Io posso dirle che la strada lungo la spiaggia, che è l’unica considerata sicura, è inaccessibile anche per noi perché piena di gente che scappa: a piedi, sui carretti, in macchina. Non si sa bene dove vadano perché lungo la spiaggia ogni centimetro è già occupato. Il tutto in condizioni igieniche indescrivibili: non ci sono fogne, nè acqua. C’è moltissima tensione, tutti sono stanchi e tesi, esausti e affamati».
La chiusura del valico di Rafah che impatto ha avuto sui rifornimenti e sulle scorte?
«Devastante. Avevamo materiale già pronto a entrare sul lato egiziano, ora è inaccessibile: farmaci, attrezzature, alimenti per i bambini denutriti. Non arriva il carburante e visto che l’elettricità non funziona da ottobre, il carburante serve per i generatori che alimentano le attrezzature mediche e i depuratori. E non ci sono segnali che la situazione stia per sbloccarsi: avevamo un piano di emergenza e abbiamo spostato le scorte in zone che ritenevamo più sicure, ma non dureranno a lungo».
Quali sono le patologie più comuni che vi trovate di fronte?
«Abbiamo centri di salute di base in cui ci occupiamo di salute primaria, vaccinazioni, traumi, fisioterapia. Seguiamo i malati cronici: le loro condizioni si stanno velocemente deteriorando a causa della mancanza di medicine e non hanno alcuna possibilità di uscire per farsi curare. Poi supportiamo i pochi ospedali ancora in funzione per le emergenze. Cerchiamo anche di offrire sostegno mentale ai bambini, ma pure agli adulti e ora al nostro personale, che vive accampato come gli altri ma la mattina si presenta comunque a lavorare».
Lei ha molta esperienza in zone di crisi: cosa la colpisce di più di questa?
«Il livello di disumanizzazione che vedo nella gente a Gaza. La mancanza totale di speranza negli occhi della gente: il bambino, unico rimasto vivo della sua famiglia, che ti dice che spera di morire così potrà stare on gli altri. Le madri devastate, ma anche i miei colleghi. Tutti hanno perso qualcuno, non ce la fanno più: c’è una negazione totale e intenzionale di tutti i bisogni primari che porta le persone a non vedere più possibilità nel futuro. E poi il rumore: non c’è mai un attimo di silenzio. Giorno e notte si sentono i boati delle esplosioni, i sibili dei missili, le raffiche delle mitragliatrici, il rombo dei droni che volano sulle nostre teste 24/24. Non puoi dimenticare la guerra neanche per un minuto. Io non so quanto se ne stia parlando fuori perché sono scollegata da tutto. Ma voglio dire che qui serve un cessate il fuoco immediato. Quel che stiamo facendo ora è irrisorio rispetto ai bisogni della popolazione».