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Israele dà un nuovo ordine di evacuare Rafah: esodo palestinese in spiaggia senza cibo né bagni

Hamas pubblica il video di un ostaggio: “Ucciso dall’Idf”. Scontri e proteste a Tel Aviv
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TEL AVIV —Il nuovo incubo degli abitanti di Rafah ha la forma di un volantino nero e blu: in esso l’esercito israeliano segnala le zone in cui l’offensiva sulla città più a Sud della Striscia si espanderà nelle prossime ore, chiedendo loro di evacuare, verso la spiaggia. Dove però sono già accampate decine di migliaia di persone, senza servizi igienici e con poco cibo. L’allargamento delle operazioni militari intorno a Rafah avviene mentre Israele lancia in contemporanea una nuova offensiva verso il Nord — in particolare Deir el Balah, Nuseirat e Jabaliya — dove gli uomini di Hamas si sarebbero riorganizzati. Il segno che, nonostante le richieste delle famiglie degli ostaggi e delle migliaia di persone che sono scese in strada ieri sera in tutto il Paese, la guerra non è vicina allo stop.

L’ordine di evacuazione di ieri coinvolge le zone dove sono attivi due degli ospedali ancora in funzione a Gaza: quello indonesiano e quello da campo messo su dagli Emirati all’inizio della guer…

TEL AVIV —Il nuovo incubo degli abitanti di Rafah ha la forma di un volantino nero e blu: in esso l’esercito israeliano segnala le zone in cui l’offensiva sulla città più a Sud della Striscia si espanderà nelle prossime ore, chiedendo loro di evacuare, verso la spiaggia. Dove però sono già accampate decine di migliaia di persone, senza servizi igienici e con poco cibo. L’allargamento delle operazioni militari intorno a Rafah avviene mentre Israele lancia in contemporanea una nuova offensiva verso il Nord — in particolare Deir el Balah, Nuseirat e Jabaliya — dove gli uomini di Hamas si sarebbero riorganizzati. Il segno che, nonostante le richieste delle famiglie degli ostaggi e delle migliaia di persone che sono scese in strada ieri sera in tutto il Paese, la guerra non è vicina allo stop.

L’ordine di evacuazione di ieri coinvolge le zone dove sono attivi due degli ospedali ancora in funzione a Gaza: quello indonesiano e quello da campo messo su dagli Emirati all’inizio della guerra. Ciò significa che la situazione umanitaria è destinata a peggiorare ulteriormente. Nessun segno di riapertura del valico di Rafah, sul cui lato egiziano sono ferme tonnellate di generi di prima necessità. È aperto Kerem Shalom, non lontano dalla zona dei combattimenti, ma è inutilizzabile perché dal lato palestinese non c’è nessuno a ricevere le merci: dal valico domani passeranno una decina di dipendenti internazionali delle Nazioni Unite, che verranno sostituiti da altrettanti colleghi dopo una lunga trattativa con le autorità israeliane. Chi entra non potrà portare né computer né valigie.

Le scelte del governo ieri sono state contestate dalle piazze. Ma l’affluenza è stata minore di quella che ci si aspettava. Il segno di un Paese stanco e diviso: solo a Tel Aviv, le proteste erano tre. Una contro il governo animata da chi, un anno fa, chiedeva il ritiro della riforma giudiziaria. Una delle famiglie “moderate”, che meno contestano le azioni dell’esecutivo. L’altra di coloro che attaccano le scelte del premier Netanyahu, in particolare quella di non accettare la bozza di accordo che era stata approvata una settimana fa da Hamas e di far partire l’offensiva su Rafah. «Fino a quando Netanyahu è al potere gli ostaggi non torneranno: stiamo marciando verso il totale fallimento», hanno detto i familiari di Ofer Kalderon, rapito dalla sua casa di Nir Oz. Ieri Hamas ha trasmesso un nuovo video, che mostra l’ostaggio Nadav Popplewell e ne annuncia la morte in un bombardamento israeliano: notizia impossibile da confermare.

«Siamo qui a supportare le famiglie, ma l’impressione è che per questo Paese non ci siano molte speranze», ci dice Iris Moshkovitz, in strada con un gruppo di amici. Quel che è certo è che più passano i giorni più le divisioni emergono. Ieri in piazza c’erano anche gli attivisti di Eye on occupation, che chiedono un accordo di pace con i palestinesi: ma si sono tenuti a distanza dai cortei principali, consapevoli di essere portatori di una posizione non condivisa da molti.

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